Il coraggio uno non se lo può dare

Condividi su i tuoi canali:

Tristia: quarta e ultima parte
""Quello di Gorla fu un errore, un errore terribilmente grave"".
art.di Alberto Broglia


 

 

 

ECCO LA GUERRA sta scritto al sommo del monumento dedicato ai Piccoli Martiri.

La guerra fu questo a Milano e fu questo altrove.

La guerra questo è, e sempre lo sarà: abominio, orrore e sangue innocente da ambo le parti: dalla parte dei vincitori, dalla parte dei vinti. Abominio, orrore e sangue innocente che ricadde, ricade e ricadrà sempre su coloro che la scatenarono, che la scatenano e che la scateneranno.

Ritengo, ma è un’opinione personale probabilmente poco condivisa, che siano poco dignitosi i “processi” intentati dai vincitori nei confronti dei vinti, così come lo sono i “processi”, assai più improbabili, dei vinti nei confronti dei vincitori: tali “processi” sono quasi sempre gravemente influenzati da ideologie o da convenienze politiche e finiscono con l’essere, inevitabilmente, solo ipocriti tentativi di ammantare di presunta giustizia ciò che è solamente una vendetta fra Stati, con finalità di mera propaganda politico-ideologica.

Fu meno ipocrita il “vae victis” di Brenno, almeno in quell’occasione furono risparmiate le spese processuali.

 

Nell’evento di Gorla credo sia innegabile che un’azione di guerra, ormai divenuta a quel tempo consuetudinaria (… Sapesse come sono preoccupata, con una giornata così limpida potrebbero venire a bombardarci…), degenerò in una disumana tragedia per varie concause.

Fra queste, la più evidente fu l’incapacità, dovuta forse all’inesperienza del comandante della squadriglia, il leading bomber tenente W. W. Coleman e/o dell’operatore al radar del velivolo di testa, detentore del pulsante di sganciamento [1] .

Quasi certamente, almeno questo vogliamo caritatevolmente pensarlo, il leading bomber e l’operatore al radar ignoravano che fra quelle case ci fosse una scuola elementare.

Si può invece con ragionevole certezza affermare che, quand’anche avessero voluto sciaguratamente colpire proprio quell’obiettivo, mai sarebbero riusciti a centrare perfettamente la tromba delle scale della scuola Francesco Crispi, sganciando le bombe da sette km. di quota e volando a 260 km/h , non foss’altro per il fatto che non furono in grado di centrare lo stabilimento della Breda, un obiettivo ben più imponente e vasto della Scuola Francesco Crispi.

 

I Milanesi, per evitare che fosse costruita una sala cinematografica in quel luogo reso sacro dal sangue delle Vittime, non fecero sit-in con i cartelloni e i tendaggi pitturati, non bruciarono bandiere, non fecero cortei urlando slogan ritmati o sfasciando vetrine.

Una delegazione di genitori delle Vittime si recò a Palazzo Marino e discusse con il Sindaco Antonio Greppi.

Il Sindaco Greppi alla fine del confronto, commosso, allargò le braccia e rispose loro:

– Sono padre anch’io … fate del terreno quello che volete.

Allora i genitori, i parenti, gli abitanti del quartiere si rimboccarono le maniche per tentare di rastrellare a qualunque costo i fondi necessari per il monumento. Scavarono con le mani fra le macerie della Scuola per raccogliere i mattoni: ogni mattone in buono stato aveva un valore di due lire, se degradato una sola lira. Poi raccolsero i tappi delle bottiglie del latte, si autotassarono per due volte, qualcuno [2] organizzò una serata di beneficenza alla Scala; le acciaierie Falk donarono il ferro da utilizzare per il monumento e la Rinascente donò il marmo di Candoglia per i loculi dell’Ossario.

Lo scultore Remo Brioschi, per parte sua, si commosse e chiese il minimo [3] per la prestazione artistica.

Il monumento dopo soli tre anni, il 20 Ottobre 1947, fu inaugurato. Era lì, dove sorgeva l’edificio scolastico e dove si trova ancora oggi.

 

I Milanesi non chiedono nessun risarcimento, non vogliono alcun “processo” e nessuna condanna, perché non saprebbero che farsene di un risarcimento e tanto meno saprebbero che farsene di un “processo” o di una “condanna”. Queste cose non fanno parte dell’indole dei Milanesi.

 

Molti secoli orsono un uomo di nome Agostino passò per Milano e lì ricevette il Battesimo dal Vescovo di quel tempo, Ambrogio.

Agostino scrisse ad un tale donatista: amate gli uomini e annientate gli errori; confidate nella verità, senza presunzione; lottate per la verità, senza crudeltà. [4]

Forse anche per questo sopra all’Altare nella cripta Ossario sta scritto:

 

e vi avevo detto di amarvi come fratelli

 

Quello di Gorla fu un errore, un errore terribilmente grave.

Quanta reale volontà di compiere quella inutile strage ci fosse nell’animo di chi prese la decisione di sganciare gli ordigni, nessuno lo può dire con certezza.

Si può sperare che i Piccoli Martiri, quando incrociarono gli occhi di quegli uomini quella mattina lassù nel cielo di Gorla, nonostante quel grave errore abbiano chiesto perdono per loro.

Forse si può vagheggiare che qualcuno dell’equipaggio un giorno sia tornato a Gorla in incognito ed abbia recitato una preghiera o lasciato un fiore davanti all’Ossario.

 

Permettetemi ora, prima di concludere definitivamente questa dolorosa commemorazione, di fare qualche considerazione.

 

La prima riguarda la stampa e i mezzi di comunicazione in genere.

 

Ci vuole molto coraggio a scrivere di questa tragedia, di questa pagina della storia d’Italia? Ci vuole così tanto coraggio a girare un film? Ci vuole molto coraggio a trasmettere un documentario su quello che è accaduto? Ci vuole così tanto coraggio a parlare di questo evento sui libri di storia nelle scuole?

Mi vengono in mente i nomi e i cognomi dei signori a cui rivolgerei queste domande (si tratta di gente di fama, di gente con l’aureola, praticamente dei santi della cultura), ma preferisco non scriverli perché so già che non si degnerebbero di rispondere e, quindi, non meritano di essere nominati.

Tuttavia, se occorre così tanto coraggio e costoro non ne hanno abbastanza, abbiano almeno la bontà di leggere le testimonianze dei superstiti, dei parenti dei Piccoli Martiri di Gorla: troveranno una fonte di eroismo e di dignità, e a quella fonte si può attingere. È gratuita.

 

La seconda considerazione riguarda le autorità politiche, quelle importanti, quelle che risiedono a Roma, quelle che vengono regolarmente alla serata inaugurale del Teatro alla Scala, all’inaugurazione della Fiera campionaria, alle manifestazioni sindacali, ai convegni economici lariani, alle assemblee dei partiti politici.

Ci vuole molto coraggio a inviare una corona di fiori in occasione dell’anniversario della Strage? Anche per un semplice telegramma ci vuole così tanto coraggio?

Erano Italiani quei bimbi e non erano schierati da nessuna parte, non appartenevano a formazioni di alcuna natura, non erano iscritti a circoli o gruppi politici; erano presenti in quella Scuola solo per compiere il loro dovere, come la Direttrice, come gli Insegnanti, come i Bidelli: sono da dimenticare perché a ucciderli non furono i nazisti o i fascisti? Sono da dimenticare perché non stringevano un’arma fra le mani? O è meglio stendere un pietoso velo e tacerne la memoria perché è politicamente corretto? Oppure il problema è anche qui la mancanza di coraggio?

La fonte di eroismo e dignità che sgorga dalle testimonianze dei superstiti e dei parenti delle Vittime è a disposizione anche delle autorità politiche importanti. Basterebbe avere la bontà di trovare un poco di tempo e leggerle. Poi, forse, un poco di coraggio le autorità lo troverebbero.

 

La terza considerazione riguarda le autorità religiose, quelle importanti, quelle che risiedono in Piazza Fontana.

 

 Il Cardinale Arcivescovo comparve poco dopo le 13 sul luogo dell’incursione. Dovevo essere nella scuola a fare lezione di religione: quel giorno per gli impegni parrocchiali non ci andai. … Accorsi e mi trovai di fronte ad un mucchio di macerie. Le scale erano crollate insieme ai bambini che stavano scendendo; gli alunni che erano arrivati primi al fondo li trovammo seduti come se dormissero. Quelli sulle scale rovinati e schiacciati. Appena il Cardinale mi vide sporco e lacero mi chiamò due volte per nome: Don Ferdinando! Don Ferdinando! …”

Questa testimonianza di don Ferdinando Frattino l’ho tratta da un libro inviatomi da una superstite, la Signora Graziella Ghisalberti in Savoia. Un fascicolo straordinario nella sua tragicità e di rara potenza emotiva, intitolato:

20 Ottobre 1944 «…dicevano che la guerra era finita …» Il bombardamento: Gorla ricorda e racconta ”.

 

Un’ora e mezza dopo la tragedia il Cardinal Schuster, Arcivescovo di Milano, era davanti alla macerie.

Le esequie delle Vittime di quel bombardamento furono officiate nella chiesa di Santa Teresa a Gorla, ma un ufficio funebre fu celebrato anche in Duomo, ovviamente dal Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster.

Grazie ad Emeroteca italiana è possibile leggere la pagina del Corriere di quei giorni.

 

Il beato Cardinal Schuster, per quanto mi consta, è stato l’unico Arcivescovo a rendere omaggio alle Vittime di Gorla, poi è calata la coltre di silenzio e di oblio.

Un manto che persiste e perdura, con l’eccezione di una missiva benedicente di Sua Eminenza del 20 ottobre 2002: “A motivo della festa della Dedicazione della Cattedrale e di altri impegni pastorali già assunti in precedenza, non potrò essere presente e me ne dispiace. …”

Certo quei bimbi non erano extracomunitari, non appartenevano ad altre religioni, non avevano gli occhi a mandorla o la carnagione scura e non erano zingari. Però erano battezzati, erano cristiani.

È questa la loro colpa? Per questo è politicamente corretto ammantarli di silenzio?

 

“Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare.”

“E perché dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v’impone di stare in guerra con le passioni del secolo? …”

Così rispose il cardinal Federigo a don Abbondio, ma erano altri tempi e poi don Lisander non conosceva le curiali sottigliezze del politicamente corretto.

 

Concludo la vicenda dei piccoli Martiri di Gorla traducendo alla bell’e meglio una poesiola in dialetto meneghino. Si tratta di versi semplici, scritti da una persona semplice che si firma “Ambroeus”, Ambrogio.

La poesia s’intitola “Vendetta”. Lo so, me ne rendo conto: non è un bel titolo e certamente non è  consono allo spirito evangelico.

Ma, La prego Eminenza , abbia un po’ d’indulgente comprensione. Erano state falciate da poco duecento Vittime al di sotto dei dodici anni. I Milanesi pativano ogni notte le incursioni del simpatico “ Pippo ”; ogni tanto di giorno subivano i bombardamenti delle formazioni di bombardieri USAAF . I morti alla fine furono migliaia, i feriti non saprei dirlo, e non parlo dei danni materiali.

In guerra, Lei ce lo insegna Eminenza, i sentimenti si acuiscono, gli animi s’inacerbiscono e, forse, non è così facile rifuggire dai propositi vendicativi restando fedeli al perdono evangelico.

Oggi nessuno vuole vendetta.

Però quel monumento, che rappresenta emblematicamente una madre che regge fra le braccia il proprio bambino morto, la cripta Ossario , i superstiti, i parenti delle Vittime, i Milanesi tutti chiedono solo che quei Piccoli Martiri dormienti abbiano, almeno una volta all’anno, la partecipazione e la benedizione del  loro Cardinale Arcivescovo e che venga rimossa la coltre di silenzio.

Chiediamo troppo?

Gli errori, per tornare a quanto afferma Sant’Agostino, si annientano sia riconoscendoli per quello che sono con tutta la gravità che li caratterizza, sia lottando perché la verità sia riconosciuta e ricordata, senza presunzione, senza crudeltà o desiderio di vendetta, ma anche senza veli. Altrimenti che aletheia [5] è?

 

Alle autorità politiche, quelle importanti che sono di stanza a Roma, pur avendo noi molta comprensione sia per gli impegni pressanti che li opprimono, sia per i lacci ed i lacciuoli che li vincolano alle serate inaugurali del Teatro alla Scala, all’inaugurazione della Fiera campionaria, alle manifestazioni sindacali, ai convegni lariani, alle assemblee di partito etc. etc., a codeste autorità noi Milanesi abbiamo l’ardire di chiedere che si ricordino del Piccoli Martiri di Gorla, almeno nel giorno dell’anniversario, il 20 di ottobre.

Un nullafacente che invia un telegramma si potrà ben trovare, o no?

I Milanesi per parte loro, anche se piansero e piangono i Piccoli Martiri, il coraggio di commemorare ogni anno non l’hanno mai smarrito.

 

Ecco la poesiola. [6]

 

Con questo articolo si conclude la mia commemorazione dei Piccoli Martiri di Gorla.

Molto ci sarebbe ancora da dire, molto rimane ancora da fare.

I superstiti, i parenti delle Vittime, i Milanesi hanno fatto tutto quanto era umanamente possibile per salvare dall’oblio e dal silenzio quel sacrificio, quell’inutile strage di Innocenti.

Ciò che rimane da fare è lasciato alla coscienza e al senso civico di giustizia degli Italiani, se ne esiste ancora.

Talvolta, lo confesso, qualche dubbio mi assale.

 

Alberto Broglia

 

 

Articoli precedenti:

Editoriale : Tristia prima parte

Editoriale : Duecentodieci minuti (Tristia seconda parte)

Editoriale : E vi avevo detto di amarvi come fratelli (Tristia terza parte)

 

  Sperando di fare cosa gradita ai Lettori, abbiamo raccolto alcune rare immagini d’epoca, effettuando una selezione fra le  moltissime fotografie  contenute nel libro “20 ottobre 1944” , con la ricostruzione dell’evento  da parte di testimoni e superstiti.

Selezionando questo link Gorla 20 ottobre 1944, i Lettori potranno visionare documenti militari e mappe, foto  scattate dagli aerei, altre immagini della scuola e degli edifici vicini, dichiarazioni ufficiali, messaggi delle autorità civili e religiose.

 Vuole essere un ideale  completamento della serie di articoli dedicati alla commemorazione dei “Piccoli Martiri” nonché  ulteriore omaggio alle vittime di uno degli episodi  più tragici della Seconda Guerra Mondiale.

( A.Z. per la redazione)

 


[1] Il colonnello Stefonowicz del 49° Wing, da cui dipendeva il 451° B G, nella sua relazione criticò aspramente l’operato del gruppo, dichiarando che la missione fu un fallimento totale per scarsa capacità di giudizio e scadente lavoro di squadra. Achille Rastelli “bombe sulla cittàGli attacchi aerei alleati: le vittime civili a Milano” . Appendice 10 pagg. 209-212 Ed. Mursia ISBN 88-425-3220-7

[2] La dottoressa Rita Montagnani , moglie del Senatore

[3] I brani sono parte della testimonianza di Elisa Zoppelli Rumi, tratta dal sito I Piccoli Martiri  nella sezione “ Testimonianze” e dal volume di Achille Rastelli “bombe sulla cittàGli attacchi aerei alleati: le vittime civili a Milano” .Pagg. 247-250 Ed. Mursia ISBN 88-425-3220-7

[4] Aug. respondit epistolae cuiusdam donatistae 29 . 31 : diligite homines, interficite errores: sine superbia de veritate praesumite, sine saevitia pro veritate certate.

[5] Il termine greco ¢l»qeia che significa “verità” è composto da ¢ privativo e dal tema del verbo lanq£nw : sto nascosto. Quindi letteralmente ¢l»qeia indica la qualità di una cosa non nascosta, non velata.

[6] Tratta dal sito MyMilitaria

[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...

Car* amic*,

ogni anno a Natale il Presidio vi dà la possibilità di fare un regalo che contiene il frutto del riscatto e della speranza: le nostre