Il centralismo per nulla democratico e il tempo della pioppa

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C'è la conferma di come la democrazia non si identifichi con una formula, dalla quale può essere soltanto aiutata, ma soltanto dalla volontà di chi ha il potere, di condividerlo. La storia va così; ci sono anche i tempi in cui bisogna tenersi stretti alla pioppa. 

 


La stagione delle primarie, appena cominciata, è già finita e chi finge di affidarsi a forme di consultazione come le Parlamentarie, mette tanti e tali filtri di scelta, gestiti da pochi e con poche motivazioni, da provocare distacco e non partecipazione.  

Alcune forze politiche, come il Pd modenese, hanno chiesto ai propri attivisti di esprimersi, giusto per farne poi carta straccia dei risultati. Quanto a Forza Italia, il leader è anche il padrone, con diritto assoluto a dare investiture o a toglierle. Non va diversamente fra gli altri.

E’ l’ennesima conferma di come la democrazia non si identifichi con una formula, dalla quale può essere soltanto aiutata, ma soltanto dalla volontà nella volontà di chi ha il potere, di condividerlo. Forse un tempo andava allo stesso modo, ma bisogna avere almeno l’avvallo ufficiale del territorio, attraverso decisioni assunte in modo collegiale.

Il Rosatellum prevede due modalità di elezione: il sistema uninominale e quello proporzionale in listini chiusi. Ricordo bene come il nonno della formula attuale, il Mattarellum, fosse così strutturato perché nella quota uninominale fossero eletti candidati espressione diretta dei territori e invece, nella quota proporzionale, allora come oggi a listino chiuso, il partito potesse inserire personalità non conosciute, o non gradite, o paracadutate. Ma fu subito un’altra cosa.

Io seguii direttamente le campagne di Danieli, Albertini, Sgobio, gente arrivata da chissà dove, pronta a giurare di volere prendere casa a Sassuolo o Modena, per riuscire a il loro collegio, salvo poi non rivederli più una volta eletti; ciò nonostante, l’arroganza che ho visto in questa formazione delle liste, io non la ricordo; le periferie non contano, tutto viene deciso a Roma ed è stato vano perfino il sacrificio di Cuperlo, il quale ha scritto: “”Partecipando alla Direzione del Pd, alle tre del mattino e con un sms di avviso di qualche minuto, mi sono trovato candidato nel collegio di Sassuolo. Ho scoperto di non essere l’unica figura precipitata in quelle terre di antica tradizione e insediamento della sinistra. Soprattutto ho capito che nessuno lo aveva anticipato ai militanti di lassù””. “”A Sassuolo, lo spero, ci sarà un candidato che di quei luoghi si sentirà parte. Molto più di me. Come è giusto che sia””. Infatti Renzi lo sostituisce con Claudio De Vicenti, romano e si giustifica con una non risposta: “”Abbiamo messo in campo la squadra più forte. Abbiamo idee vincenti e convincenti. Abbiamo restituito al Paese la possibilità di provarci, uscendo da una crisi devastante””.

Anche in questo, tutti i partiti si assomigliano e decide chi ha il potere; peccato che in questi anni sia finito delle mani di pochissimi, o addirittura di uno solo, i quali tutto fanno fuorché rispondere e motivare.

Ma se la democrazia non è più considerata il sistema fondamentale di organizzazione partitica, potrò mai pretendere che i vincitori la ritengano indispensabile nel governo della nazione? Allo stesso tempo, se non scelgo una delle attuali forza in campo, limitandomi ad una sdegnata astensione per non turarmi il naso e scegliere la ‘meno peggio’, non finirò io stesso per dare una pugnalata alla democrazia?

La storia va così; ci sono anche i tempi in cui bisogna tenersi stretti alla pioppa. 

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