Il caso Welby

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A breve il Tribunale di Roma deciderà se staccare o no il respiratore a Welby, poi si attenderà il responso del Consiglio Superiore di Sanità. Questo caso riapre prepotentemente la discussione sull’eutanasia: essa è l’istituzionalizzazione del suicidio o è una conquista laica di civiltà? Ma Piergiorgio Welby non doveva arrivare a questo punto, non doveva lasciare che la distrofia muscolare lo immobilizzasse lentamente, anno dopo anno, senza ribellarsi al suo destino, senza dominare la fine della sua vita, per non trovarcisi poi prigioniero. Welby doveva togliersi la vita, quella vita che era e rimane sua, e che solo ora egli la ritiene insopportabile. Ora che è impotente, sofferente e vinto,  vorrebbe delegare lo Stato a privarlo di quella vita inutile, in modo indolore, senza nessuna responsabilità personale o di terzi: lo Stato come surrogato  dell’angelo della morte che tarda a venire? Non ha avuto quel coraggio, Welby, eppure in questi lunghi anni di calvario, mentre il suo corpo l’abbandonava, avrà mai pensato ad andarsene con dignità, con una atto di volontà estrema sì, ma consciamente voluta? Da principio avrà sperato, certo, insieme alla sua devota moglie: ma erano entrambi troppo intelligenti per ignorare ciò che inevitabilmente li aspettava. Poteva farlo, Welby, e risparmiarsi tante sofferenze compresa l’ingiuria finale dell’impotenza . Con un estremo atto d’amore avrebbe risparmiato anche alla sua dolce compagna un travaglio immane, una tragedia che la sta spegnendo dentro. Perchè nessuno è veramente solo e spesso la tua sofferenza diventa quella di molti attorno a te. Lo Stato non sarebbe stato in grado di impedirgli il suicidio nè avrebbe potuto sanzionare il suo gesto: lo Stato non può essere padrone di un corpo. Ma nemmeno può trasformare in diritto garantito una simile pratica, per di più per mano di terzi e non propria. Anche la Chiesa, sensibile e consapevole dei misteri della depressione e della disperazione, ha abolito le antiche condanne e permette, ormai da decenni, i funerali religiosi e la tumulazione in terra consacrata. L’unica cosa che si riserva, la Chiesa, è una nota di biasimo nell’omelia funebre per il gesto sconsiderato del fratello che ha troncato il dono di Dio. Io l’ho ascoltata, quell’omelia, alcuni anni fa. Erano dirette a mia madre, quelle parole di biasimo, mia madre che si era scientemente tolta la vita per sfuggire a una malattia incurabile e ai suoi disumani tormenti. Non accusai il peso di quelle parole, come invece le subì mio figlio piangendo di rabbia a testa china: per lui la nonna era stata un’esempio eroico di pietà e dignità umana e mal giudicò l’appunto del sacerdote. Nelle parole del parroco c’era invece tanta comprensione e tolleranza: al di la della forma c’era la conferma che anche l’anima di mia madre era assurta in Cristo misericordioso, perchè infinite sono le vie del dolore che portano al Signore. Mia madre non scomodò nessuno, preparò con cura la sua dipartita da questa terra lasciando parole d’affetto, suggerimenti e raccomandazioni per tutti noi che restavamo. Pochi giorni prima, mi aveva chiesto per telefono se un improvviso e imprecisato evento avrebbe turbato i miei impegni di lavoro, una estrema delicatezza nei miei confronti che mi lasciò perplesso e turbato, perchè temevo di aver capito le sue intenzioni. Strinsi i denti e mi preparai muto al dolore ma non lanciai nessun allarme: lei si era confidata velatamente solo con me, sicura di avere la mia comprensione, esternare i miei dubbi significava tradire la sua fiducia. Più tardi mi convisi intimamente che non l’avrei potuta fermare a lungo, anzi, sarei divenuto io il carnefice del suo prolungato supplizio. Ma, tornando a Welby, sembra che in caso di rifiuto di intervento dello Stato, una folta schiera di Radicali sia pronta a recarsi al capezzale di Piergiorgio per  assicurargli una pre-sedazione terminale prima distaccare a forza il respiratore che lo tiene in vita. Permettetemi di dissentire da questo aspetto lugubre dei radicali: ovunque ci sia sofferenza, danno irreversibile e odore di morte questi appaiono a guisa di condor, volando in circolo alla vittima-simulacro di ingiustizia. Li abbiamo visti svolazzare intorno a Tortora, a Modugno, a Coscioni, e ora a Welby…Che tu possa dormire finalmente in pace, Piergiorgio.

 

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