Il buio e il miele: Il colore nascosto delle cose

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Nei suoi centoquindici minuti di durata, Il colore nascosto delle cose è consapevole di giocare col lacrimevole a rischio di situazioni in cui il pietismo potrebbe prendere il sopravvento. Se l’impianto narrativo funziona, il merito è da attribuire alla sensibilità dell’autore, che non può far a meno di trasformare un apologo drammatico in una nuova favola dolce-amara, venata di sfumature allegoriche.

 


Il cinema di Silvio Soldini è popolato di creature visibilmente indecise sulla direzione da prendere, che la realtà quotidiana obbliga a seguire, e di conseguenza a misurarsi, con gli ostacoli che presenta. Sono gli egoismi e le contraddizioni dei personaggi a rivelarne la condizione interiore, anime divise in due che necessitano d’una guida. E non sempre è dato sapere se l’esito sia positivo, come mostra Pane e tulipani, o se sublimi in un interrogativo: sicché l’aiuto ricevuto rivela una mera funzione di stimolo. C’è da capire perché il regista-sceneggiatore milanese, al dodicesimo lungometraggio, avverta la necessità d’impegnare l’abituale politique su un terreno delicato e ardito al contempo, peraltro già esplorato quattro anni prima con Per altri occhi.

Nei suoi centoquindici minuti di durata, Il colore nascosto delle cose è consapevole di giocare col lacrimevole a rischio di situazioni in cui il pietismo potrebbe prendere il sopravvento. Se l’impianto narrativo funziona, il merito è da attribuire alla sensibilità dell’autore, che non può far a meno di trasformare un apologo drammatico in una nuova favola dolce-amara, venata di sfumature allegoriche. Al centro, come nella miglior tradizione del cinema italiano intimista, è un incontro fra due anime solitarie: creativo per un’agenzia di pubblicità, tablet e cellulare perennemente in funzione, il quarantenne Teo rifugge da un incessante senso di responsabilità che lo porta a evitare la famiglia (frattanto colpita da un lutto), a mentire alla compagna e a trescare con un’altra donna, senza voler prendere una decisione. Il vuoto del suo smarrimento, va da sé, s’incrocia con quello di Emma, un’osteopata che ha perso la vista a sedici anni, senza lasciarsi sopraffare dall’oscurità. Bastone bianco in mano, che le consente di guidarne i passi lenti e incerti, Emma non cessa di vedere l’ottimismo e la speranza oltre il buio. Non è solo il tatto ad agevolarla (e a permetterle d’intuire lo stile di vita frenetico dell’uomo “esplorandone” il corpo), ma anche l’aiuto offerto a Nadia, una diciassettenne ipovedente cui insegna il francese, che all’inverso di lei è incapace di uscire dalla propria condizione di fragilità. L’incontro fra queste due complementari figure, ancora una volta indotto dal Caso, fa de Il colore nascosto delle cose un “racconto morale” sulla reale cecità dietro l’apparenza, in parallelo con la visione vera oltre l’oscuro, rimarcata dalla scelta stilistica di non mettere mai perfettamente a fuoco le immagini.

La prima parte, più interessante, si concentra sullo sguardo di un Teo che per scommessa e per curiosità si misura con l’opposto del suo quotidiano. Cineasta attento alla sfumatura, Soldini inserisce fattori e ingredienti che contrappuntano la condizione di chi desidera cogliere la luce (la vita, o anche solo la voglia di vivere) nelle piccole cose, dalle piante ai prodotti alimentari, ai profumi che essi emanano e ripagano di un colore non tangibile. Più convenzionale la seconda metà, in cui la relazione fra Teo ed Emma, che il primo spaccia meschinamente per volontariato, subisce l’inevitabile frattura quando Greta, compagna dell’uomo, li sorprende insieme al supermercato. Il resto, compreso il rapporto d’amore fra i protagonisti, è la nota più dolente – e qui Soldini calca la mano esplicando più del necessario. Toccata e fuga di Teo, che cerca di riallacciare con la compagna, e conseguente vano tentativo di Emma di raggiungerlo. Prima che le parti s’invertano: la meschinità di lui inquina e offusca quanto nella loro amicizia c’era di luminoso, e – al rifiuto di Emma di riprendere i contatti – la volontà di tornare alla luce si scontra con chi, la luce, preferisce spegnerla.

Il colore nascosto delle cose è un prodotto dalla struttura molto semplice, il cui titolo mantiene quanto promette, benché didascalico talvolta e non esente da sentimentalismi, né di momenti sopra le righe. La materia trattata, si è detto, è rischiosa, e il compito scivola via badando di non deragliare verso un politically correct troppo correct. Non pretende forse di essere un grande film, ma è un lavoro sentito, sincero e personale cui l’autore, anziché un epilogo difficile e dolente, sceglie di conferire un tono di speranza, sia pure di gusto fiabesco. Riacquistata la fiducia e rinfrancata dagli insegnamenti di Emma, Nadia – novello angelo demiurgico – cerca Teo nell’azienda dove lavora e lo convince a raggiungere l’amica, al centro riabilitativo visto a inizio film. E qui seguirla nella stanza buia da cui, nell’incipit, usciva insieme ai colleghi: perché la vista dell’uomo torni a splendere oltre i grami colori del mondo (si pensi al vivido rosso porpora nella sala d’aspetto), occorre una prova oltre l’oscurità. Il senso e nient’altro, in un mare indistinto di voci che riecheggia il truffautiano Effetto notte. E tale senso, una volta colto, permetterà forse a Teo di raggiungere Emma, che sussurra “Sono qui”.

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