Il bottone della palandrana: La stranezza

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Con il suo ultimo, nono lavoro, il palermitano Andò offre un accorato omaggio alla Sicilia e

alle due eponime figure della sua letteratura, Luigi Pirandello e Giovanni Verga, qui
nelle rispettive sembianze di Toni Servillo e Renato Carpentieri.

Con il suo ultimo, nono lavoro, il palermitano Andò offre un accorato omaggio alla Sicilia e alle due eponime figure della sua letteratura, Luigi Pirandello e Giovanni Verga, qui nelle rispettive sembianze di Toni Servillo e Renato Carpentieri, impegnati nella restituzione del loro incontro storicamente avvenuto in quel di Girgenti. Tributo culturale tout court, sentitamente dedicato alla memoria di Leonardo Sciascia, il quale consegnò all’allora giovane cineasta una preziosa biografia, a cura di Gaspare Giudice, dello scrittore agrigentino. “C’è una specie d’invenzione del teatro”, annotava Sciascia ne La corda pazza, titolo preso a prestito dal Berretto a sonagli per introdurre il concetto di sicilianità secondo Pirandello. “Egli inventa – cioè, nel senso più proprio, trova – il teatro nella vita, nell’istintivo impetuoso scorrere di tragedia e commedia”. Se poi, quanto a ossequi e riferimenti, le possibilità che il cinema offre possono essere tante, tra dichiarate trasposizioni e apocrifi reboot, l’accostamento qui più felice è quello coi Taviani di Kaos, d’una quarantina d’anni fa, ribadito dall’inclusione di feticci pirandelliani: la madre defunta, cui rivolgersi alludendo alla stranezza del titolo; o la luna, fonte di incessanti sguardi e invocazioni; tutti elementi che annodano e ramificano il complessivo corale mosaico. Ma è la dipartita, il trapasso, ciò che più aleggia percettibile su un assunto posto tra il serio e il buffonesco, testimoniato dall’impiego del duo Ficarra-Picone, beccamorti col pallino della filodrammatica, in linea con una disamina rimpolpata di critica sociale sulla corruzione, dilagante nel settore delle pompe funebri. Celebrata dalle esequie dell’amata balia dello scrittore (fu lei a narrargli fatti e dicerie su Girgenti, sovente imprimendo autentica vena creativa all’opera), la Morte è il leitmotiv dal quale egli è consapevole di non potersi né sapersi allontanare, avvertendone la compagnia lungo il percorso verso l’incrocio insolito (ma non del tutto) coi becchini, la loro sfera e l’intero comparto folklorico che fonde tradizione, grottesco e stereotipi – gelosia compresa. “Il teatro è verità”, confidano allo straniato e divertito ospite Bastiano e Nofrio, cui ovviamente spetta l’ilare condimento per una trama enigmatica che, all’inverso, sorprende un Pirandello scettico e incapace d’esprimere ripulsa verso la forma teatrale tradizionale, intento a declamare versi suoi al centro d’una stanza abitata da entità che lo tallonano (soggetti, ipse dicit, “molto esigenti”). E benché il trapasso aleggi persino nella farsa allestita dagli impresari (la seduta spiritica in odore di macchietta rimanda al Fu Mattia Pascal), è curioso come l’utilizzo del fattore accomuni il protagonista allo Scarpetta impersonato dallo stesso Servillo nel recente Martone di Qui rido io: in ambo i casi, drammaturghi che fronteggiano un’univoca sorte di figure solitarie e depresse, nonostante la fitta cerchia familiare del secondo cresca dietro le quinte. E tuttavia, vincoli affettivi ed effetti legali permettono, nel costante intreccio di talento e sforzi, di trasformare un’udienza in diritto alla satira, in forma d’ulteriore commedia dell’arte. Laddove la consorte è malata di nervi, analogamente il futuro premio Nobel è animato dalla strenua ricerca – la grande magia – del misterioso accordo realtà-artificio e conseguente riverbero (“Noi autori abbiamo l’ambizione di rendere plausibile ciò che non è”). Recandosi, ogni volta che può, nel teatrino ove i capocomici Nofrio e Bastiano provano La trincea del rimorso, Pirandello individua la vocazione sin lì oscura trafugando (indirettamente) il quid che andava cercando, sottraendosi agli sguardi dietro boccascena e tende, e la sera della prima, curioso spettatore, servendosi dell’accesa reazione del pubblico: marcatore deittico teso a spiazzare le attese, nel sempiterno bisticcio verità-finzione – il medesimo che combina vita e sentimenti, genuini o presunti, accludendo i piani di caos ed ordine a quelli citati. Uomo d’apprendistato teatrale, attento a non omettere il minimo luogo canonico, Andò confeziona “una fantasia sull’atto creativo, sull’ispirazione”, calandolo in una cornice sontuosa entro cui l’ipotetico antefatto, tra ricostruzione d’epoca e calligrafismo, accosta la genesi dell’esistenzialista Sei personaggi in cerca d’autore alla tumultuosa sua prima rappresentazione a Roma, il 9 maggio 1921: spiazzato dalla rivoluzionaria novità, il pubblico espresse il proprio bellicoso dissenso urlando “Manicomio!”, “Buffone!” e assortiti epiteti di cui il drammaturgo, nei successivi Questa sera si recita a soggetto e Ciascuno a suo modo, si sarebbe ricordato inscenando volute provocazioni e ritagliando per sé la doppia funzione di deus ex machina nascosto e d’invisibile comprimario. Resa dei conti totale, come noto, ove il confronto incandescente tra platea e attori sublima nell’apparizione dello scrittore, a braccetto della figlia, affrontandovis-à-visil drappello di facinorosi che l’attendono, offrendosi imperturbabile al loro responso. Il resto è storia, ché il successivo trionfo dell’opera ne avrebbe ingigantito la fama e consentito un’incalcolabile pletora di adattamenti. Relativamente alle espressioni dei buggerati beccamorti, nella scena finale, è difficile non provare dolenti congenialità, sia pure sfumate di sorrisi: traditisi a vicenda dietro le quinte, attoniti osservatori (e avviatori ignari) di circostanze più grandi di loro, non sono che malinconiche sagome destinate a colmare la vacuità del palco, figure mitiche e minuscole in cerca d’autore. Parimenti un Pirandello ladro di sogni, tacciato da Verga di tradire il Verismo, trasecola nell’apprendere che gli ospiti non hanno ritirato gli inviti: “Se sei un uomo”, afferma Seneca, “devi rispettare colui che cerca di compiere grandi imprese anche se non ci riesce”. Il gioco di parti e maschere persevera, la ricerca – il bottone della palandrana – per una volta giunge a felice compimento.

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