Il boia di Parigi

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""Il Popolo non ha bisogno di paternalismo, né di essere plagiato, o mesmerizzato da un imbonitore ma ha bisogno di conferme, di rassicurazioni, di fiducia, di esempio.Non di demagogia"".articolo di A.Z.

Adesso che  qualsiasi nonnetta  ostenta tifo scalmanato e ogni  massaia, reputandosi un “mister” o un  CT, disserta su classifica, moviola, convocazioni mancate e quant’altro, questo calcio banalizzato non solo non mi interessa più, ma ne sono anche  vagamente  infastidita. Era divertente, quando ero piccola, snocciolare la formazione-tipo dell’Inter, citare il  “vamos a ganar” di H.H.,  o parlare della mia squadra, azzurra come il cielo, nera come la notte, perché  era cosa inconsueta, creava un po’ di sorpresa. Attualmente ritengo più femminili e trasgressivi i lavori donneschi 🙂

Ma non è possibile ignorare Henry, che si aggiusta amorevolmente, per ben due volte,con la mano il pallone, in un’azione che porterà la Francia ai Mondiali, lasciando Trapattoni e l’Irlanda alle lacrime e alle recriminazioni.

Che Henry l’abbia poi ammesso, a partita finita, con la qualificazione assicurata, è semplicemente rivoltante, oltre che perfettamente inutile.

Certo, è  del tutto irreale immaginare che un  giocatore, consapevole del fallo volontario, si rivolga all’arbitro, chiedendogli di annullare il goal. Se Henry l’avesse fatto, sicuramente in Francia il successore di Charles-Henri Sanson[1] avrebbe iniziato ad oliare un certo marchingegno, inattivo dal 10 settembre 1977, e lui,  il giocatore”manolesta”, avrebbe avuto qualche …grattacapo…diciamo.

Per fortuna (sua e della squadra) se ne è ben guardato, dal fare quel colpo di teatro, autodenunciandosi al giudice di gara.

Però, proprio con quel colpo di teatro, ghigliottina a parte, sarebbe diventato un eroe, ovviamente non per la Francia delle tifoserie, ma per la Francia sportiva,  per il mondo del calcio e in generale dello sport, dando una lezione, di valore incommensurabile, sul reale significato dello sport, anche quando esso è miliardario, anche quando esso coinvolge interessi planetari, come accade per i Mondiali di calcio.

Sarebbe stata una forma di educazione, per tutti i pulcini che affollano i vivai delle varie squadre, per tutti i padri che, speranzosi, vedono nel loro figlio un futuro campione e anche, perché no,  per tutti gli allenatori.

Uno sportivo è, come qualsiasi altro personaggio pubblico, tenuto a dare il buon esempio e dovrebbe mandare il messaggio educativo, sull’inutilità di qualunque  vittoria  se essa  si ottiene slealmente, barando e violando le regole.

Messaggio educativo che dovrebbe valere per ogni aspetto della vita e dovrebbe  provenire da  ogni personaggio pubblico. Ciò vale soprattutto per il politico, il cui ruolo lo porta ad essere ancora più in vista e ad avere anche delle responsabilità verso chi l’ha  eletto e verso il popolo in generale.

Popolo  che non ha bisogno di paternalismo, né di essere  plagiato, o mesmerizzato  da un imbonitore,  ma ha bisogno  di conferme, di rassicurazioni, di fiducia, di esempio.

Soprattutto  il popolo non ha bisogno di demagogia.

Chi cerca il consenso, davanti a una platea  composta da giovani e giovanissimi, usando un termine discutibile, come ha fatto Fini, nell’incontro con i ragazzi del  `Semina´,[2] manca profondamente.

Perché,  con sgradevole piaggeria, per ottenere il loro consenso e la loro approvazione,  “parla come loro”, facendo del basso paternalismo e abdicando al suo ruolo di educatore, in questo caso soprattutto, in quanto si rivolgeva a bambini di  6-8 anni  e a qualche adolescente .

E, dato che l’argomento era il razzismo, forse  Fini razzista un po’ lo è  stato, se ha  ritenuto adatto il turpiloquio per parlare a  ragazzini che vivono nella periferia degradata, quasi fosse il solo linguaggio ad essi comprensibile.

Forse sarebbe bastato dare  semplicemente dello stupido, a chi è stupidamente razzista, per mostrare  la propria indignazione e tutti l’avrebbero comunque applaudito.

Che cosa dovrà mai dire, la prossima volta, per ottenere lo stesso consenso, qualcosa di più pesante, ovviamente, perché la parolaccia, una volta “sdoganata”, come si usa dire di questi tempi, perde efficacia, non serve più a niente.

Tutt’al più farà entrare in produzione una maglietta, simile a quella esibita da chi non vota per Berlusconi [3].

Basterà solo cambiare l’epiteto.


[1] Charles-Henri Sanson  è  il più celebre di una nota dinastia familiare di esecutori di giustizia parigini che ricoprirono con continuità questo incarico tra il 1687 e il 1847. Eseguì, tra le altre, la decapitazione di Luigi XVI di Francia durante la rivoluzione francese.

[2] Il 21 novembre Gianfranco Fini  ha  incontrato una cinquantina di  ragazzi, per la maggior parte immigrati bengalesi e cinesi tra gli 8 e i 18 anni, del centro diurno ‘Semina’ a Torpignattara, gestito dall’associazione ‘Nessun luogo è lontano’. http://www.vip.it/fini-stronzi/

[3] http://occhiosuroccella.blogspot.com/2006/04/io-sono-un-coglione.html

 

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