Il 5 dicembre: che PD farà ?

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Questo referendum sta diventando sempre più una questione interna alla sinistra e al Pd. 


Il 43%  degli intervistati in un sondaggio ritiene che la riforma costituzionale darebbe troppo potere al Governo rispetto al Parlamento, mentre il 40,7% è convinto che migliorerebbe l’efficienza delle istituzioni.

Insomma, No e Sì pari sono (39% a 38%), ma uno su quattro di chi andrà alle urne ancora non si esprime (23%), per cui ogni previsione per il 4 dicembre sarebbe meno sicura del bollettino meteo. Però si può tentare qualche riflessione sui possibili scenari.

Se vince il Sì, un più forte Matteo Renzi continuerà il governo con gli attuali alleati, evitando un ricorso alle urne pieno di incognite, ma si impegnerà a chiudere i conti dentro al partito per rendere inoffensiva la minoranza, che rimanga entro le mura di casa o ne esca.

La forza della vittoria gli consentirebbe di dismettere il ruolo di segretario, delegandolo a qualche fedelissimo politicamente ‘inoffensivo’ e questo sarà il banco di prova per capire quanto statista c’è in lui perché un segretario invece autorevole e capace di ridare smalto alla compagine gli porterebbe qualche noia e impegno maggiore, ma gli gioverebbe assai nel ricompattare un partito oggi liso più di una manica usata quotidianamente sulla scrivania.

Senza volontà di mediazione il Pd si trasformerà, di fatto anche se non di nome, nel Partito della Nazione o nell’erede della Democrazia Cristiana, una forza cioè di potere, come ‘centro’ di gravità di una galassia capace di contenere da Verdini a Cuperlo e non credo proprio che l’impegno sottoscritto per rivisitare l’Italicum diventerà qualcosa di più di un semplice foglietto d’appunti.

Se vincerà il No, Renzi eviterà le elezioni da una posizione di debolezza, salvo esservi costretto e procederà, forse, ad un rimpasto di governo, ma, volente e nolente, con la stessa maggioranza di oggi perché altre non ne esistono: tirando la coperta dalla testa si scoprono i piedi e viceversa. In questo caso la sarà la minoranza ad alzare la voce dentro al Pd; dovrà dimettersi da segretario e accettare la sostituzione con una persona ‘di garanzia’; se invece reagirà non mollando e pretendendo la conta finale, uscirà ugualmente con un sostegno maggioritario, comunque delegittimato ed indebolito.

Se vince il Sì diventa definitiva la crisi di identità e di ruolo della sinistra storica organizzata in un partito di massa; attraverso il congresso verranno emarginati i quadri non allineati e, nelle successive elezioni, sarebbero decimati i candidati non allineati. Il Sì normalizza il Pd come nuovo partito del centro al potere, innestato sulla tradizione dei Popolari, non certo dei Democratici di Sinistra.

Con la vittoria del No il partito torna luogo di contesa, di conflittualità e sgambetti, fino all’apice del Congresso; ci saranno ripercussioni e un graduale logoramento dell’attività di Governo, paralizzata sulla necessità di riposizionare le scelte e le priorità ‘più a sinistra’; sicuramente per un lungo periodo nessuno riuscirà a mettere le mani sulle riforme istituzionali, come già è avvenuto dopo il fallimento della Bicamerale dalemiana.

I veri nodi del 4 dicembre  non sono tanto nel Referendum e nelle sue domande, sconosciute ai più, ma nei rapporti di potere , per il potere fra le forze politiche e fra le diverse correnti. Sarà l’ennesimo voto nuovo contro vecchio, con l’incognita della percezione che l’elettore ne ha (oggi risulta più vecchio Bersani di Verdini, D’Alema di Salvini, Fassina di Alfano). Il campo di battaglia è nel Pd e nella sinistra; lì ci sarà il maggior numero di vittime e di sconfitti; probabilmente nessun vincitore. 

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