Il 10 ottobre 1943 arrivammo a Chemnitz

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Dimer Campana ha 89 anni, abita a Finale e la sua storia risalente alle seconda guerra mondiale è ricca di colpi di scena e di sofferenze.

Partito da Messina, fu impegnato sul fronte greco ma, al momento della resa delle armi, fu trasferito come deportato in Germania dove passò due anni ai lavori forzati. Proprio oggi sarà presentato il suo diario in cui racconta quei drammatici momenti.

 

 

Signor Campana, andiamo direttamente alla sua deportazione.

 

 «Quando l’Italia annunciò la resa incondizionata agli alleati ero in Grecia, ci trovammo allo sbando. Qualcuno entrò tra le fila tedesche io decisi di partire per far rientro in Italia su un treno messo a disposizione dai teutonici. Non mi facevo grosse illusioni, immaginavo che non ci avrebbero riportati a casa e quando superammo il confine austriaco provenienti dalla Jugoslavia la mia sensazione divenne realtà: ci stavano portando in Germania».

 

 Dove venne mandato?

 

 «Il 10 ottobre 1943 arrivammo a Chemnitz e alla fabbrica dove avrei trascorso 16 mesi, all’insegna della fame, di un lavoro bestiale, di angherie, di umiliazioni da parte dei tedeschi del vivere in una comunità colma di frustrazioni, ruberie, sopraffazioni, lotta per la sopravvivenza. Feci il muratore, ogni tanto ci obbligavamo a scaricare treni pieni di materiale per le industrie siderurgiche, sempre senza cibo a sufficienza. Quanti italiani morirono di fame…».

 

 Ci racconti le condizioni di vita degli italiani.

 

 «Con noi c’erano francesi, russi, olandesi ma loro avevano un trattamento normale: i tedeschi rispettavano gli accordi internazioni per i prigionieri di guerra. Davano loro doppi pasti, lavoravano in condizioni umane accettabili. Noi no, noi eravamo trattati come dei reietti, dei traditori. Lavori massacranti e per cena un pezzo di pane da 200 grammi e una noce di margarina da 30 grammi. Soffrivamo la fame. Figurarsi che quando facevamo la doccia ci lasciavamo nudi in mezzo alla neve, ci lavavamo con acqua calda ma all’uscita qualche tedesco ci colpiva con getti di acqua ghiacciata, offendendoci. Questo è solo un esempio, per mangiare qualcosa eravamo costretti a rubare oppure a cercare tra i rifiuti, con sempre la paura addosso di essere scoperti».

 

 Furono periodi drammatici.

 

 «Non mangiavamo proteine, né grassi. I nostri corpi deperivamo di giorno in giorno, le articolazioni si gonfiavano ma chi poteva teneva duro per evitare di andare all’ ospedale. Nessuno di quelli che ci finirono fu più rivisto, chissà cos’era quell’ospedale? Avevo un orologio che non mi avevamo sequestrato, fui costretto a cederlo ad un olandese per avere qualche pezzo di pane in più. Ma ricordo anche i bombardamenti alleati, quanto paura di non riuscire a sopravvivere, ma io sono sempre stato un fatalista se le cose devono succedere accadono, inutile sperare diversamente».

 

 Adesso cosa pensa di tutta questa storia?

 

«Ripenso ai tanti amici conosciuti durante quei lunghi anni e che non hanno avuto la fortuna di far ritorno a casa. Non sarebbero mai ritornati perché morti e dispersi in terre lontane, straniere; vittime innocenti di una infame e tragica guerra di aggressione, preparata e voluta da uomini ambiziosi, megalomani, criminali».

 

 

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