II caso Eluana Englaro a parere di…

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Avere coscienza di essere creatura

Il caso Englaro continua a far discutere. Non solo, la vicenda umana di Eluana sta dividendo l’opinione pubblica. Un’opinione pubblica che, scossa da immagini, notizie e situazioni create ad arte per generare sentimenti forti, si ritrova letteralmente costretta a dover prender posizione su argomenti ritenuti estremamente delicati.

Le questioni che riguardano la vita e la morte, com’è normale che sia, appassionano tutti e ciò dimostra come esse siano da considerarsi tutt’altro che un affare privato da risolvere in un caldo angolo della propria coscienza.

Situazioni come quella di Eluana, proprio per le evidenti ricadute che hanno sull’esistenza di ognuno di noi e sulla società tutta, meriterebbero un approccio pacato e costruttivo, invece sembra che lo sport preferito su questi temi sia mostrarsi il più sguaiati possibile.

Un esercizio, questo, amato soprattutto da chi dovrebbe promuovere, in ogni istante, una visione rispettosa e non ideologica della realtà.

Nella fattispecie, il riferimento è ai mezzi di comunicazione sociale che, spesso per partito preso, propinano all’opinione pubblica una visione distorta e poco veritiera della realtà.

Che il Tg di un emittente pubblica nazionale decida di affrontare il tema dell’eutanasia è cosa sicuramente meritevole, purché lo si faccia in modo imparziale.

Il metodo col quale il Tg5, lo scorso 22 luglio, ha trattato il video di Paolo Ravasin, ammalato di Sla e presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni, è un metodo davvero scorretto.

Se si vuol dare informazione di una persona che desidera essere lasciata morire, nel caso non riesca più a nutrirsi per mezzo della bocca, altrettanto bisogna fare con tutti quei malati che, pur trovandosi nelle stesse condizioni di Ravasin, desiderano fortemente vivere: perché, ad esempio, non dedicare anche un bel servizio al dott. Mario Melazzini (qui la sua storia: http://it.youtube.com/watch?v=Vrpb4Vpibg0) che non smette un solo istante di testimoniare il suo profondo attaccamento alla vita?

A pensar male si fa peccato, certo, ma non vorremmo che in Italia si fosse giunti a considerare la testimonianza di chi grida alla vita meno importante di quella che invece invoca la morte.

Fortunatamente la realtà indica che così non è. Nonostante le pesanti pressione subite, gli sforzi profusi dal cosiddetto “laicismo radical-chic”, la gente resiste e non si lascia abbindolare da false promesse di felicità. La maggioranza degli italiani sa ancora ben distinguere tra il bene e il male e, tra i due, sa cosa scegliere.

Di questo bisogna essere grati a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI: la tempesta veritativa che hanno scatenato, tra le altre cose, ha avuto il merito di evidenziare come il problema dell’uomo non sia quello di poter disporre della vita come di un prodotto della propria volontà, ma riconoscere ed aver coscienza di essere creatura. Creato, cioè, da un Altro che vuole il suo bene e per questo non l’abbandona mai, neanche nella malattia.

Sul terreno della difesa della vita, minacciata da pericolose derive nichiliste, i cattolici non possono più permettersi sbandate di alcun genere. I cattolici devono definitivamente superare i limiti culturali di una certa parte della Chiesa, che considera la dignità del vivere più importante del vivere stesso, e devono essere disposti a sfidare, senza preconcetti e lontano dalle ideologie, chiunque voglia confrontarsi con le loro posizioni.

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