I Referendum: boicottati, disattesi o pleonastici

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Boccio lo strumento, ancora una volta rozzo, semplicistico e inutile, ma trovo del tutto giustificata la richiesta di autonomia e sono favorevole a rendere tutte le regioni a statuto speciale, quindi autonome fiscalmente, con un fondo di perequazione per quelle più povere e un fondo per il mantenimento della nazione. 

 


Nel mondo, vedi Catalogna e in Italia, soprattutto al nord, non c’è bisogno di un referendum per sapere cosa pensino i cittadini su una maggiore autonomia dei territori. E’ la reazione  al villaggio globale costruito sulle nostre teste, ma con le nostre tasche.

Non arrampichiamoci perciò fino al significato etimologico per ritrovare il gerundivo di ‘referre’ (riferire), da cui la locuzione ‘ad referendum’: (convocazione – per riferire), ma domandiamoci piuttosto per quale motivo un istituto così importante, salvo qualche rara eccezione (per importanza quello fra monarchia e repubblica, o quello del divorzio; per le ferite ancora fresche quello del 4 dicembre scorso), finisca con l’essere boicottato se imposto da una parte politica, o disatteso se popolare ed eventualmente capace di giungere in porto con tanto di quorum (acqua pubblica docet).

Il referendum celebrato domenica scorsa in Lombardia e Veneto è di un terzo tipo, nel quale sarebbe possibile intravedere perfino qualche elemento di novità se non fosse completamente inutile. Le due regioni, dopo avere speso milioni, si ritrovano allo stesso punto in cui è giunta l’Emilia-Romagna con una semplice delibera di Consiglio. Potrei precisare, sperando d’essere sonoramente smentito, ‘allo stesso punto morto’, vista la direzione centralista e verticista di Roma e dei partiti a livello nazionale, quando sono al governo, tutti uguali da destra a sinistra.

Con Lombardia e Veneto siamo arrivati al referendum di terzo tipo, quello pleonastico, perché ne conosciamo il risultato in anticipo, non produce frutti e non rende più forti i due territori di fronte allo stato, visto quanto lo stato tenga in poco conto l’opinione dei suoi cittadini.

Boccio lo strumento, ancora una volta rozzo, semplicistico e inutile, ma trovo del tutto giustificata la richiesta di autonomia e sono favorevole a rendere tutte le regioni a statuto speciale, quindi autonome fiscalmente, con un fondo di perequazione per quelle più povere e un fondo per il mantenimento della nazione. Ma farei andare verso alto soltanto i soldi necessari all’Italia, mentre oggi arrivano tutti a Roma e vengono poi ridistribuiti alle pseudo autonomie locali con criteri assai discutibili e comunque le nostre condotte del denaro sono come quelle dell’acqua, con troppe perdite durante  il percorso.

Annoto, a proposito di ‘punto morto’, il percorso di guerra a cui dovranno sottoporsi i tre presidenti padani: prima di tutto c’è da portare avanti la trattativa con il governo e già questa fase, fra elezioni politiche alle porte, governi di dubbia stabilità e a maggioranza variabile, rischia il soprannome di ‘Guerra dei trent’anni”. Poi deve ottenere la maggioranza assoluta dal Parlamento, facendo pensare piuttosto alla ‘Guerra dei cent’anni’.

Non c’è verso. In Italia le rivoluzioni si dicono soltanto e purtroppo sarà così anche stavolta.   

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