“I rapporti tra scuola e famiglia”.

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L’associazione Pensiero Libero ha prodotto un documento su un tema sempre attuale. Ci pare sia uno stimolante elaborato arricchito anche da una serie di dati che invitano ad una generale riflessione su un tema strategico che riguarda tutta la società.

A noi pare strategico il tema della comunicazione fra scuola e famiglia: l’una istruisce e l’altra educa, ma le due istituzioni devono operare assieme come le due mani del corpo umano nel processo di comprensione, senza delegare i compiti dell’una all’altra, ma cooperando per lo scopo comune che è quello di “plasmare” giovani affinché diventino uomini maturi e consapevoli ben inseriti nella società, capaci di operare per il bene comune. Anche gli esperti in formazione delle risorse umane e in dinamiche cognitive, evidenziando i problemi e le incomprensioni che si creano oggi tra scuola e famiglia e constatando le difficoltà di affermare un modello educativo non conflittuale, ricordano come scuola e famiglia siano oggi considerate due realtà inadeguate, non capaci di fornire validi punti di riferimento ai ragazzi e agli adolescenti in particolare.

La famiglia sta vivendo una profonda crisi. Purtroppo corre, corre sempre, non solo per produrre, guadagnare, soddisfare gli infiniti bisogni del consumismo, ma anche per parcheggiare i propri figli, a scuola, in oratorio, in palestra, dai nonni, sui campi sportivi. Purtroppo la famiglia corre per ritrovarsi separata. Ma per i figli, la famiglia è indispensabile; loro non possono crescere senza di essa.

Una ricerca effettuata a Carpi rileva che il 40 % dei bambini è in questa situazione e che, molti di essi, hanno affermato di non avere una “ vera madre”.

La famiglia corre e non fa più parlare i figli, non sa leggere la sofferenza che c’è in loro, mentre dovrebbe essere pensata proprio in funzione dei bisogni dei figli ! La carenza di dialogo in seno alla famiglia si ripercuote negativamente sui figli, che troveranno difficoltà a rapportarsi con gli altri.

La famiglia per essere risorsa, deve essere concepita come “soggetto sociale”, capace di relazione, di rapporto con gli altri, capace di essere comunità educante per i figli e per se stessa.

Purtroppo la famiglia, che ha tanti interessi, si disinteressa totalmente o quasi della scuola dei propri figli. Forse la famiglia non sa che educare significa “ mettere in sintonia il proprio mondo col mondo dei propri figli”.

La scuola non “viaggia” certamente meglio, anche se non si può generalizzare.

Ai nostri figli, per il suo grande potenziale, potrebbe garantire molto di più ma, per diverse ragioni,non è così:         

        la famiglia affida alla scuola una “materia prima” (i figli) colma di lacune, difficile da plasmare,   

        comparabile alla  piantina cresciuta storta, da raddrizzare;

        la scuola è molto spesso demotivata e carente di calore umano nei confronti dei ragazzi (molte le 

        ragioni…);

        la scuola, troppo spesso, impone freddamente il suo programma annuale, trascurando la 

        creatività e  l’iniziativa degli  alunni;

         la scuola non sa comunicare con le famiglie, neanche quando avrebbe il diritto – dovere di farlo

        (es: convocare i genitori in caso di problemi  gravi e, attraverso i genitori, responsabilizzare i figli);

        gli insegnanti sottovalutano molto spesso l’importanza dei pochi genitori che dimostrano di amare

        la scuola dei propri figli:

        i genitori . rappresentanti di classe, che, opportunamente responsabilizzati, potrebbero meglio

        proporsi come “intermediari” tra scuola e famiglie.

 

Una ritrovata alleanza fra scuola e famiglia è necessaria e dalla loro capacità di lavorare per obiettivi comuni nasce il riconoscimento di una strategia educativa comune che implica la condivisione di un progetto educativo che identifichi, quale proprio obiettivo, il benessere dell’età più critica della vita.

Educare deve significare far sì che una p
ersona possa star bene con se stessa. Ciò è possibile solo se ci si conosce, se si è in grado di ascoltare se stessi e le proprie esigenze e di affermare, su questa base, la propria identità. Occorre sapere ascoltarsi per poter ascoltare gli altri. Occorre star bene con se stessi per potere star bene con gli altri e riuscire a comunicare; ma questo “stato” di vita può essere promosso solamente negli ambiti di competenza, cioè nella famiglia e nella scuola, in un rapporto sereno di costante collaborazione.

L’affermazione della propria identità è alla base della conquista dell’autonomia della persona e della promozione del senso di responsabilità per le scelte che si intendono adottare.

Attuare  scelte consapevoli vuol dire sviluppare l’intelligenza emotiva e dare libero sfogo alla propria creatività; ciò implica però la conoscenza di sé, dei propri punti di forza e di debolezza e la capacità di gestire il proprio mondo emozionale.

Nella scuola come nella famiglia si tende viceversa ad allenare soprattutto la razionalità e a trascurare la creatività.

Solo insegnando ad utilizzare sia l’intelletto che la creatività, si possono mettere i giovani in condizione di capire come gli altri li vedono e quindi di instaurare, con gli altri, relazioni positive, ponendo le basi di una comunicazione in grado di creare benessere.

Formulare un’ipotesi di benessere per i ragazzi è l’obiettivo dell’educatore.

Una strategia educativa, efficace ed efficiente implica l’utilizzo di tutti gli strumenti della comunicazione, soprattutto il messaggio comunicativo non verbale (ascolto, gesti, espressioni del volto, ecc…), che costituisce il 93% della comunicazione stessa e che supera quindi di gran lunga il messaggio verbale vero e proprio ( 7 %).

Perché il messaggio comunicativo possa essere percepito e risultare efficace sul piano educativo, gli educatori (insegnanti e genitori) non possono trascurare alcune regole fondamentali:

             il cosa si dice è importante, ma ancor di più il “come” si dice;

             possono fare ipotesi su quanto li circonda, ma non pensare mai che si tratti di verità assolute 

               (esistono diversi punti di vista);

             controllino le emozioni ed i propri bisogni, senza trascurare le emozioni ed i bisogni altrui;

             cerchino la soluzione più corretta dei problemi attraverso il confronto;

             ammettano l’errore;

             propongano le regole con amore,perché diventino segno di protezione e di attenzione e la

               controparte le faccia proprie;

             costruiscano,attraverso la comunicazione, una buona autostima: è opportuno far capire ai

                ragazzi che ciò che dicono è importante;

             facciano i conti con se stessi per comunicare meglio con gli altri (sui problemi si confrontino

               marito e moglie per non contraddirsi e per  essere coerenti al cospetto dei figli);

             cerchino di testimoniare i valori che vogliono inculcare agli altri;

             non impongano, ma diano informazioni perché i ragazzi si sappiano regolare, sappiano

                affrontare i loro problemi (es:  informino il figlio che si fa le canne sulle conseguenze che ne

                potrebbero derivare);

             non si oppongano al figlio o all’alunno che scelgono modelli di vita al di fuori della famiglia o

               della scuola;

             abbiano una vocazione, la conoscano, la amino e la servino con passione, unico modo per

                aiutare i ragazzi nella ricerca  di una vocazione propria ( Natalia Ginzburg);

             diano ai figli il diritto di “volare” ( non sognino per essi i propri desideri…);

             gioiscano al processo di crescita dei ragazzi ( sviluppo progressivo verso l’autonomia e

                l’indipendenza);

             non drammatizzino i tentativi e gli errori, assistano la parte razionale (il pensare) ed emozionale

               (il sentire), perché i r agazzi non accrescano la loro insicurezza;

             siano agevolatori ed accompagnatori sia nel disorientamento  (sessualità, comportamenti,

                norme e valori) che nel con formismo (fanno tutti così, quindi anch’io faccio così);

             ascoltino,perché è più efficace che interrogare;

             evitino le prediche,che diventano spesso “ un rumore di fondo”;

             non aggrediscano i figli che parlano col risultato di spaventarli rispetto al mondo che li

               circonda ( es: guai a te se vai in  discoteca! lì vi trovi soltanto dei drogati…);

             sappiano che i ragazzi saranno aiutati a crescere, più che coi consigli, con la stima che hanno

               negli educatori ed in se  stessi ( autostima).

 

La conquista della flessibilità mentale e la capacità di sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie ci consentono di affrontare il continuo cambiamento che caratterizza la società moderna, senza essere travolti da questi cambiamenti; al di là di ciò che muta, bisogna che l’individuo sappia considerare ciò che resta inalterato e che costituisce fonte di sicurezza.

Restano inalterati i valori rappresentati e custoditi da scuola e famiglia, che sono i modelli di riferimento su cui il ragazzo può fondare una sua identità ed una sua stabilità.

Per tutelare il ruolo che scuola e famiglia devono rappresentare per i giovani, occorre però che queste due realtà, oltre a condividere le strategie educative, comunichino fra di loro e rispettino reciprocamente le proprie specifiche competenze.

Questa comunicazione non può essere fatta di soli scambi di informazione, occorre affermare la capacità di “co-educare”, realizzando una cooperazione ed uno scambio educativo in cui si realizzi una relazione triangolare fra genitori, insegnanti e minore.

Tale relazione triangolare è tanto più necessaria oggi che una serie di valori forti, tradizionali, sono stati sradicati, perché non più adeguati agli attuali stili di vita nei quali, gli unici modelli sopravvissuti sono quelli ispirati all’efficienza, alla produttività, alla ricchezza .

Ciò impedisce la formazione di una capacità di approccio al proprio mondo interiore.

Purtroppo la perdita di questi valori ha significato ancora il venir meno di figure forti, che potrebbero essere modelli e punti di riferimento per i giovani.

L’obiettivo di questa strategia comunicativa comune, che deve stare alla base dell’azione della scuola e della famiglia, deve quindi essere quello di costruire l’autonomia della persona, la crescita ed il rafforzamento dell’identità, l’acquisizione di flessibilità mentale e la capacità di rielaborazione del reale. Insegnanti e genitori devono essere convinti che dallo “scambio”, dalla cooperazione e dalla condivisione delle scelte dipende il raggiungimento dell
’obiettivo comune che è la crescita della persona.

Oggi, la scarsa partecipazione delle famiglie alla vita della scuola ha dimostrato l’incapacità di impostare il rapporto su obiettivi comuni, sulla condivisione di strategie comunicative ed educative.

Occorre recuperare le forme di partecipazione a questa condivisione, affermando l’esigenza di valorizzare il senso di responsabilità e la capacità di ascoltare e di comunicare.

Spesso la famiglia non aiuta i figli ad affrontare le difficoltà, perché gli adulti risolvono in anticipo qualsiasi problema si ponga. Ciò determina fragilità ed incapacità di sopportare sacrifici.

 

Utili indicazioni possono venire da  ricerche effettuate in due istituti superiori. Una  riguardava come i giovani consideravano lo “sballo”. Le risposte più comuni alla domanda sono state:

v              un modo per sfogare la noia;

v              un modo per essere inserito ed accettato nel gruppo;

v              un modo per sfuggire ai problemi;

v              un modo per dimenticare la settimana.

Il messaggio che emerge è chiaro: c’è tanta fragilità, incapacità di affrontare i problemi, assenza di dialogo con i genitori sui problemi stessi e l’assenza di modelli di riferimento ( si annoiano non riescono  dar valore alle cose che fanno). Vi è anche spazio per la constatazione di un ruolo sostitutivo dei genitori che disincentiva il senso di responsabilità: non sanno autorevoli, non sanno dire di no, non si fidano,no si fidano delle amicizie che il giovane frequenta.

 

Nella seconda indagine, compiuta sugli studenti con molte assenze, alla richiesta su quale ne sia la causa le risposte indicavano:

v              scelta di una scuola sbagliata;

v              la noia;

v              la scuola è faticosa;

v              l’incapacità di far fronte agli impegni formativi.

Anche in questo caso quindi emerge come dato determinante l’assenza di autostima, di modelli e di riferimenti per dar valore a ciò che stanno facendo.

 

I ragazzi,interrogati sulle proposte per porre rimedio ai problemi, indicano l’esigenza di:

v             creare un clima più accogliente;

v             dare ai giovani più possibilità di esprimersi;

v             partecipare a lezioni più piacevoli;

v             una maggiore serietà dei professori;

v             non accumulare troppe verifiche in tempi brevi o lo stesso giorno;

v             non dare giudizi umilianti ai ragazzi.

Questi suggerimenti sono fondati ed in particolare è vero che occorre giudicare la preparazione  (dare il voto…) senza giudicare ed “intaccare” la persona.

 

Alla richiesta su “vorrei che i miei genitori…” vengono fornite queste risposte:

v           
  si fidino di me (responsabilizzazione);

v             mi ascoltino di più;

v             mi diano consigli senza trattarmi da incapace;

v             siano vigilanti senza essere permissivi;

v             mi siano “presenti” ma senza imposizione;

v             mi sappiano ascoltare;

v             sappiano controllare le loro emozioni ( ansia, tristezza, confusione, paura, insicurezza,       

               aggressività, sfida, eccitazione,

                ecc…);

v             mi trattino con dolcezza senza scendere ai compromessi;

v             valorizzino anche un solo aspetto positivo della mia persona ( autostima) e sviluppino le mie

               potenzialità;

v             evitino i conflitti che non siano costruttivi e positivi ( il conflitto può essere positivo);

v             pongano regole e sanzioni condivise;

v             non siano intrusivi;

v             abbiano un loro progetto di vita;

v             rispettino le mie scelte ed i miei tempi;

v             non scarichino su di me le loro emozioni per correggere le mie;

v             mi responsabilizzino e mi aiutano negli impegni presi senza sostituirsi a me;

v             comprendano e perdonino e miei errori;

v             trovino il tempo per parlarmi;

v             ci lascino liberi e dimostreremo di essere capaci di cavarcela;

v             aprano la casa ai nostri amici

v             mi sappiano dire di no;

v             non pensino sempre al peggio;

v             che mi accettino per quello che sono;

v             che mi conoscano ed accettino i cambiamenti repentini della mia età;

v             che non mi confrontino sempre con altri, perché io sono io.

Anche qui ci sono molti spunti per meditare e per conoscere i molti errori che genitori ed insegnanti possono commettere nella loro funzione di educatori.

Essi devono entrambi modificare il loro ruolo e devono avere occhi in grado di vedere, orecchi in grado di sentire e un cuore in grado di capire.

 

(R.G., R.C.Z.)

 

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