I mille campanili italiani

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Pensare che la globalizzazione si combatta con il localismo è un grave errore perché crescono le divisioni, cresce l’isolamento e quindi ciò di cui avere paura; una comunità territoriale oggi può funzionare soltanto se serve ad abitare la globalizzazione, se cioè si apre al mondo e non si chiude su sé stessa.

Il tuo primo pensiero sia d’unire”. Era il motto, due secoli fa, di Ciro Menotti e senz’altro pensava anche all’Italia divisa in stati e staterelli, con un gran numero di dogane a intralciare i commerci della sua famiglia.

Lo stesso concetto ha espresso il presidente Mattarella nei giorni scorsi nella cerimonia di apertura di Bergamo-Brescia capitale italiana della cultura e proprio la cultura è il legante che unisce e moltiplica.

Ha anche detto: “È una forza dei campanili quella di saper unire e non dividere le energie”. Vorrei esserne altrettanto sicuro e invece spesso si sono rivelati espressione di sovranismi in scala ridotta, a cominciare dalle unioni dei comuni, che non riescono ad andare oltre la gestione di singoli servizi, ma si piantano quando si tratta di assumere strategie uniche a lungo termine per le quali ognuno ha da cedere qualcosa oggi per ottenere di più domani e non solo per temi particolarmente complessi come la programmazione urbanistica, ma perfino per le politiche culturali, per non pestarsi i piedi sui grandi eventi, anzi arrivare a programmazioni coordinate e concordate.

Le divisioni fra comuni, sempre latenti perché affondano le radici nel passato, si acuiscono quando si incontrano-scontrano  sindaci e giunte di colore politico diverso.

Così le diversità, che rappresentano la ricchezza della nostra nazione, diventano motivo di divisione, di contrapposizione e di impoverimento perché sono ben pochi i problemi che l’ombra di un unico campanile possa risolvere.

Pensare che la globalizzazione si combatta con il localismo è un grave errore perché crescono le divisioni, cresce l’isolamento e quindi ciò di cui avere paura; una comunità territoriale oggi può funzionare soltanto se serve ad abitare la globalizzazione, se cioè si apre al mondo e non si chiude su se stessa.

La fine dei partiti, cioè di aggregazioni civili forti, che si riconoscono in valori e visioni dello stato, finisce per lasciare spazio a liste civiche che si risolvono non aderendo ad un disegno globale ma nel corrispondere ai propri elettori.

Ha ragione il presidente Mattarella quando individua nella cultura  la leva per scardinare i municipalismi ottusi: “La cultura unisce e moltiplica”. 

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