I cent’anni di Ingmar Bergman perché il cinema è arte

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Mi limito a citare le quattro tappe della mia scoperta di Bergman e di come il cinema possa entrarti nel profondo e provocare brividi, tormenti, interrogativi.

 


Ho trovato particolarmente azzeccata la definizione firmata da Maurizio Porro, su Corriere.it, di Ingmar Bergman, nato esattamente cento anni fa a Uppsala e morto nel 2007: “Grandissimo regista svedese che meriterebbe oggi di essere ricordato perché ha toccato ogni nervo scoperto dell’anima umana, mentre invece per molti è un nome senza volto e senza storia, un jolly irripetibile. Cantore massimo dell’insoddisfazione e disagio di vivere”,

Così come faccio mia la sua chiusa: “Il fatto è che oggi quel tipo di film, che ci lancia domande senza risposte, e parla del nostro pianeta e non degli Avengers, è fatto di attori e non di cartoon, ha affetti e non effetti speciali, ci manca moltissimo”.

Mi limito a citare le quattro tappe della mia scoperta di Bergman e di come il cinema possa entrarti nel profondo e provocare brividi, tormenti, interrogativi.

Ne ‘Il settimo sigillo’, partita a scacchi fra il Cavaliere e la Morte, vedevo riflesse le mie domande di adolescente su Dio: “Io voglio sapere. Non credere – chiedeva il Cavaliere – Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli” e la risposta della Morte era un’altra domanda: “Il suo silenzio non ti parla?”. Nemmeno il ’Posto delle fragole’, forse il capolavoro assoluto di Bergman, ha saputo coinvolgermi altrettanto.

‘Sussurri e grida’ (1972) di scherno, furono le reazioni del pubblico quando lo vidi al Cinema Astra di Sassuolo, ma io ne fui avvinto dalla perfezione narrativa, dall’uso dei colori, delle luci, della musica, delle inquadrature, un governo totale e inimitabile da parte del regista in un capolavoro assoluto. Le cose reali e le emozioni fuse in un afflato unico e avvolgente. .

‘Scene da un matrimonio’ del 1973 mi confermò che la televisione può non essere banale; trasmesso in sei episodi dalla Rai in prima serata, ottenne ottimi ascolti: la spazzatura è quasi sempre una scelta, non una necessità.

‘Fanny e Alexander’ (1982) l’ho apprezzato come un meraviglioso affresco, ricco di personaggi, storie, colori e atmosfere, quasi che la telecamera, per una volta, inquadrasse la realtà e non la mente o il cuore.

Non mi interessa che approviate o meno queste mie personali considerazioni su Bergman; non sono un cinefilo, ma soltanto uno a cui piace il cinema; mi interessa sottolineare come il cinema, a livello di grande pubblico, sia ormai scaduto a livello di intrattenimento adolescenziale, vittima della necessità di cassetta di Hollywood: grandi produzioni, grandi incassi, grande business.

Bergman era di un’altra razza e non a caso amava Chaplin, Fellini, Tarkovskij, Murnau, Sjöström, Dreyer e, mentre ogni altra arte viene insegnata a scuola, il cinema resta un passatempo, non una disciplina.

Spielberg, tanto per citare un regista ‘pop’, dimostra una padronanza dell’arte-cinema sia che costruisca un meraviglioso Duel, che narri le avventure di Indiana Jones, che ci faccia divertire con ‘1941 Allarme a Hollywood’, racconti la favola di Et o ci commuova e ci scuota con Schindker’s List. Come un quadro, è assolutamente diverso da ogni altro e non possiamo ridurlo a fondale per popcorn e avventure galanti nel buio della sala.

Fare cinema non è fare del cinema, non è anche fare al cinema. E’ arte, fusione di tecnica, mente e cuore.

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