I cari estinti

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano. Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

All’indomani delle esequie del giudice Emilio Alessandrini, Montanelli, esprimendosi eufemisticamente, afferma di aver provato un certo “disturbo” per il mareggiare sul sagrato del Duomo di Milano di bandiere e striscioni rossi. In poche righe riassume con la consueta lucida prosa la realtà dei fatti, la verità storica e le responsabilità oggettive di quel crimine in opposizione alle strumentalizzazioni, alle mistificazioni ed alle falsità congenite sempre più dilaganti. Mistificazioni e falsità congenite che tuttora persistono.

 

A. B.

 

I cari estinti

 

Non siamo particolarmente sensibili alle cerimonie, che anzi ci lasciano piuttosto freddi per quanto in esse c’è – e c’è sempre, inevitabilmente – di artificioso, convenzionale e retorico. Ma quella che l’altro ieri si è svolta in Duomo di fronte alla salma del giudice Alessandrini ci ha commosso per la sua compostezza e solennità. La folla che vi era convenuta, vi era convenuta per qualcosa di profondamente sentito: la sua partecipazione era autentica, autentici lo sdegno e la condanna che la ispiravano.

L’unica cosa che ci ha disturbato – e usiamo un eufemismo – è stato il mareggiare, sul sagrato, di bandiere e striscioni rossi, quasi che quel povero morto fosse un morto di parte, e di quella parte. Non conosciamo le opinioni politiche del giudice Alessandrini, ammesso che ne avesse, il che non è obbligatorio. Ma sappiamo per certo che egli non è morto per delle opinioni. È morto in servizio e per il suo servizio di magistrato, che è qualcosa di molto più alto e nobile di una milizia di parte. Queste cose è ora di dirle contro gli invasati dell’ideologia, e contro i truffatori che speculano anche sui cadaveri.

Non abbiamo nulla in contrario, sia chiaro, anzi salutiamo come un fatto altamente positivo, che anche i comunisti uniscano la loro voce al coro di esecrazione che si leva da ogni parte del nostro Paese contro i delitti che lo insanguinano. Ma abbiamo molto in contrario alla loro pretesa di fare da direttori di coscienza di questo spontaneo movimento di rivolta contro il terrorismo, di appropriarsene le vittime e di assumere la parte dei perseguitati.

Il PCI è un po’ troppo abituato a campare sulle usurpazioni e le confische. Cominciò con la Resistenza di cui si è attribuita l’esclusiva, e fu il primo imbroglio, ma almeno basato su una partecipazione effettiva e duramente pagata. Seguitò con la qualifica di democratico di cui si aggiudicò la privativa, con diritto a rilasciarne la patente a chi gli pareva. Conosciamo il sillogismo su cui l’operazione si basava: chi non è con noi, che siamo i soli e veri democratici, è contro la democrazia, e quindi non può essere che un fascista. È stata la nostra remissività a questa truffa (una remissività che somiglia molto alla complicità e di cui ci dovremo in eterno vergognare) a imbaldanzire i «compagni».

A tal punto essi hanno preso la mano a questo esercizio che lo ripeterono anche quando, col rapporto Krusciov, giunse da Mosca il contrordine. Non solo diventarono di punto in bianco antistalinisti con la stessa foga con cui fin allora erano stati stalinisti, ma dell’antistalinismo si arrogarono il monopolio dicendo che solo quello loro era valido, il nostro non lo era, perché basato su testimonianze che continuavano a essere sospette di parzialità anche ora che i fatti – i fatti da loro stessi denunziati – ne dimostravano l’assoluta fondatezza. Di tutto essi rivendicano il monopolio e si pongono a unici credibili campioni: dell’economia di mercato, dell’ordine, del «pluralismo», perfino del «dissenso» tentano di attribuirsi la regia. E ora, ecco qui, accampano anche il diritto a interpretare, loro e loro soli, l’ondata popolare di condanna dell’eversione.

A questo punto bisogna dire: basta. A questo punto, bisogna ricordare ai comunisti che finora uno solo di loro, il povero Guido Rossa, è caduto sotto le pistole del terrorismo, e non perché era dei loro, ma perché i suoi assassini lo consideravano un «traditore». A questo punto, bisogna ricordare ai comunisti che finora il tributo di sangue lo abbiamo pagato noi, che non ce ne facciamo un vanto, ma che nemmeno siamo disposti ad accettare l’iscrizione d’ufficio al PCI. A questo punto, bisogna ricordare ai comunisti che i brigatisti non saranno figli loro, ma figliastri sì: vengono dalle loro file, si ammantano della loro sigla, usano il loro inconfondibile linguaggio.

E a questo punto, bisogna anche dire ai comunisti: giù le mani dai morti che non vi appartengono. La speculazione sul «caro estinto» deve finire. Sui feretri di coloro che sono caduti per ragioni ideologiche hanno di
ritto di sventolare solo le bandiere dei rispettivi partiti, e bisogna riconoscere che quelle della Democrazia cristiana possono vantare precedenza. Su quelli di tutti gli altri – magistrati, poliziotti, carabinieri, guardie e medici di carcere – può e deve sventolare solo il tricolore, se in qualche soffitta ce ne sono ancora degli scampoli.

Il tempo delle usurpazioni e delle confische è finito. A ciascuno il suo.

 

 

 

 

Il Giornale – Lunedì 5 febbraio 1979

 

 A questo punto, bisogna ricordare ai comunisti che i brigatisti non saranno figli loro, ma figliastri…”. Seppur con il dovuto rispetto una volta tanto dissento in parte su questa affermazione di Montanelli.

Ricordiamoglielo pure ai comunisti da dove provengono i brigatisti rossi e la loro vasta cuginanza, anche se non servirà, assodata la sempiterna propensione dei comunisti medesimi a distorcere, a usurpare e a negare l’evidenza della verità. Però i “compagni che sbagliano”, così affettuosamente etichettati dai comunisti stessi, non sono loro figliastri: sono loro figli. Figli nati da relazioni ovviamente consumate in clandestinità, ma figli loro a tutti gli effetti.

Lo certificano “senza se e senza ma” (per usare un linguaggio caro alla Sinistra) la formazione ideologica, il serbatoio di provenienza, il linguaggio goffo e sbrodolante, l’addestramento para-militare attuato in amene località di influenza sovietica, l’indole intrisa di odio, il nome e il cognome che gli stessi terroristi rossi si sono dati (fermo restando il concetto che, quand’anche si fossero dati il nome di scolopendre cingulate o di varani di Komodo, ciò non sarebbe servito ad occultare la loro filiazione dal Pci).

Tutto il resto che scrive Montanelli, inutile dirlo, è come sempre ineccepibile.

 

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