Ho già visto questo film

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Ugolino ci propone la recensione di una pellicola appena giunta sugli schermi in prima visione, ma sostiene si tratti di un remake da lui già visto e in più per nulla apprezzato.Critica pre-concetta o da condividere?

È un gran brutto film: allora era in bianco e nero, ma la sceneggiatura è la stessa. Intendiamoci bene: diversi erano i tempi e diverse le vittime, ma la strategia d’attacco e la strategia (se strategia si può chiamare) di difesa appaiono, purtroppo, essere le medesime.

Non è il caso di dilungarsi troppo sulla strategia d’attacco e sulla sua efficacia: si inizia con un crescendo di insulti, con un uso improprio, quando non delinquenziale, dei mezzi di informazione, con le scritte sui muri per esporre al pubblico ludibrio e odio il nemico (allora non esisteva internet), con gli inviti a ficcare una pallottola in fronte all’odiato nemico, con i sedicenti intellettuali, che altro non sono se non miserandi e viscidi individui asserviti, che sproloquiano sentenze, con le raccolte di firme di soggetti radical-chic della stessa risma dei sedicenti intellettuali, e poi, al momento opportuno, si passa all’azione nelle piazze.

Nel frattempo, sul piano “istituzionale”, la strategia prevede che si esprimano i “distinguo” da parte della regia politica che manovra nell’ombra: il segretario del partito mostra di disapprovare a parole i fattacci: sono “compagni che sbagliano, ma che hanno le loro ragioni”, sono “ragazzacci, ma …”, (come scrisse Montanelli) etc. ed in contemporanea un suo reggicoda va in piazza con la feccia e le pantegane, corregge le parole del segretario, dice e non dice, attribuisce la colpa di quanto accade sempre e comunque al nemico.

Appena vi fosse un timido tentativo di far rispettare le regole e la Legge, si elevano ululati di esecrazione per il mancato rispetto del diritto a manifestare, per la libertà di opinione, etc. etc.

Potrei continuare a lungo, ma chi ha vissuto i cosiddetti “anni di piombo” a Milano o altrove non ha bisogno delle mie parole per ricordare quale fosse la linea strategica di attacco e come sia stata applicata. Chi non li ha vissuti si annoierebbe, oppure, incredulo, se ne starebbe in attesa per vedere se gli accadimenti sono effettivamente simili.

Ho già scritto dell’efficacia di questa strategia di attacco e la ribadisco; ciò che ancora non ho scritto è che codesta efficacia venne amplificata, per non dire moltiplicata, dall’insipienza e dalla vacuità, per non dire dell’inesistenza, della strategia di difesa.

Anche in questo caso l’elenco degli errori sarebbe assai lungo ed articolato: mi limiterò a sintetizzare per sommi capi i punti essenziali.

Non sono servite e non servono le parole di esecrazione: non mi riferisco alle bavose espressioni dei mandanti: null’altro che ipocrite stille di materia purulenta, bensì alle vacue frasi di circostanza fatte degli amici e colleghi delle vittime.

Non sono serviti e non servono i dibattiti: quanto più se ne fanno e tanto più si fa il gioco dell’avversario (che sarebbe più corretto definire nemico, visto che propugna l’uso delle armi e, dopo averlo propugnato, le impugna).

Non sono servite e non servono le dichiarazioni reboanti, le garanzie di “assicurazione alla giustizia dei colpevoli” espresse davanti a microfoni e telecamere, fatto salvo il caso in cui siano fatte dopo l’avvenuto arresto dei delinquenti.

Non sono serviti e non servono i vertici, i summit, le riunioni di gabinetto et similia: ne basta uno, al massimo due. Tre son già troppi.

Sarebbe servita e serve fermezza, determinazione nella ricerca, nella cattura e nella condanna dei mandanti e degli esecutori. Chiunque essi siano, anche se fossero stati o fossero, poniamo il caso, parlamentari.

Sarebbe servita e serve una linea strategica adeguata, rapida, tesa al ripristino immediato della legalità, linea di cui non può che essere responsabile il Ministro dell’Interno.

Sarebbero servite e servono direttive che impongano alle Forze dell’ordine l’uso della forza quando è necessaria: ossia ogni volta che la forza viene usata dai delinquenti.

Sarebbe servito e serve un consistente corso di formazione tattica alle Forze dell’ordine affinché sappiano affrontare la “guerriglia urbana” non subendola, come troppo spesso accade, ma neutralizzandola, ovviamente nel rispetto della Legge, e agendo nei confronti degli estremisti, di qualsiasi matrice essi siano, con estremo rigore al fine di metterli in condizione di non nuocere nel presente e per il futuro.

Serve oggi un intervento di particolare severità e rigore nei confronti di quei magistrati che, anziché applicare la Legge, la disattendono o la omettono: costoro vanno immediatamente sospesi dalla funzione (non so se il Ministro della Giustizia disponga di questo potere: se non l’avesse si provveda in tempi brevissimi), vanno sottoposti al giudizio di un organismo disciplinare totalmente estraneo alla Magistratura e, quando se ne ravvisino gli estremi legali, espulsi e incriminati per complicità nel delitto che hanno assolto non legittimamente.

A tale proposito e ad onor del vero c’è una differenza sostanziale fra quei tempi e l’oggi, e riguarda proprio la Magistratura. Allora essa era ancora in massima parte indipendente e agiva, per quanto di sua competenza, in modo corretto e, quando possibile, efficiente. La controprova è che fra le prime vittime vi furono proprio alcuni Magistrati: Sossi, Coco, Palma e tanti, tanti altri. La strategia del terrore diede nel tempo i suoi frutti e molti magistrati preferirono abdicare, rinunciando a quelle azioni di coraggio che si traducevano, ormai troppo spesso, in cerimonie funebri alla presenza del ministro di turno.

Oggi quella Magistratura non esiste più. Non aggiungo altro.

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