HAMAS

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   Questa rubrica - ancora in fase di allestimento - approfondisce il tema o la notizia che abbiamo ritenuto essere tra le più importanti della settimana, a livello nazionale.

   Queste vengono scelte tra le pagine dei quotidiani italiani di maggiore diffusione e messe a confronto.

   Gli articoli proposti sono riportati con tutte le indicazioni idonee per permettervi una loro ponderata consultazione. Le stelline, come ormai prassi, indicheranno l’autorevolezza di un pezzo. (Da leggere ê Da non perdere êêDa conservare êêê)

   Anche in questo spazio saranno apprezzati i commenti e le analisi dei lettori.

   

L’argomento da approfondire questa settimana è: hamas

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hamas. La soluzione si chiama realismo



• da Il Giornale del 30 gennaio 2006, pag. 11



di R.A.Segre

La vittoria di Hamas ha creato lo scompiglio nei media e nelle diplomazie. Le previsioni oscillano fra la trasformazione di Hamas in una “democrazia musulmana” palestinese e la creazione del primo stato terrorista (non solo talibano) del Medio Oriente. Fra le molte teorie sviluppate per spiegare il ribaltone palestinese e prevederne le conseguenze ci sono state riflessioni sul rapporto triangolare inesistente – democrazia/stato/disarmo – nella società palestinese. Ci sono state le solite spiegazioni delle responsabilità israeliane per il fallimento elettorale democratico di uno dei meno democratici sistemi di governo (instaurato da Arafat e continuato da Abu Mazen), ecc. ecc.

In questo confuso vociare di analisti, esperti e profeti tre fatti sembrano dimenticati. Il primo è la disfatta militare subita dal terrorismo palestinese – versione Hamas e versione al Fatah – in 4 anni di intifada. Il prezzo è stato altissimo da ambo le parti. Ma mentre la compattezza del popolo israeliano e lo sviluppo dello Stato non sono stati incrinati, quelli palestinesi sono stati a tal punto disastrati da obbligare l’Autorità palestinese a impegnarsi a mettere fine al terrorismo e Hamas – dopo la decimazione dei suoi capi – ad accettare la tregua. Se vorrà romperla – e per il momento non sembra averne intenzione – dovrà far pagare all’elettorato che lo ha portato al governo un prezzo che difficilmente potrà sostenere.

Il secondo fatto di cui non si parla è che Hamas dispone, al massimo, di 3.000 armati. Al Fatah ne ha 30mila, fra bande terroriste e poliziotti. Per l’Autorita palestinese era difficile, specie in epoca pre elettorale, usare queste forze per controllare il terrorismo contro Israele che solo a parole denunciava. Non vi sono “ragioni patriottiche” che impediscono ai militari di al Fatah e ai loro “signorotti di guerra” di lottare per la “legittima difesa” dei propri interessi, compresi gli stipendi pagati dall’Europa. La logica e la morale della lotta di liberazione nazionale non è quella delle mafie. Ma è questa la logica di potere con cui Hamas deve ora misurarsi se vuole governare. Questo significa due cose: che la conversione del successo elettorale in successo politico rappresenta per Hamas una sfida ben più seria di quella elettorale; che ha bisogno di tutta la calma e di tutto il sostegno che Israele gli può offrire sotto banco per raggiungere il suo scopo.

Il terzo fatto che sembra dimenticato nelle dotte dissertazioni politiche sul successo elettorale di Hamas è che Israele non ha bisogno della Palestina per esistere mentre la Palestina ha bisogno di Israele per farsi riconoscere, accettare come Stato sovrano e per vivere. Questo disequilibrio fondamentale può spiacere a molti ma è una realtà. Chiunque ha avuto a che fare con i palestinesi – dal tempo del mandato britannico a oggi – può ignorare l’opportunismo delle sue classi dirigenti. Un difetto privato che diventa – ma non solo in Palestina – virtù politica nota col nome di realismo. Di questo realismo i Fratelli musulmani – di cui Hamas è la versione palestinese – hanno dato prova in Egitto, in Giordania, in Turchia, ovunque è stata aperta loro una strada verso il potere in alternativa alla violenza. Perché dovrebbe essere diverso in Palestina?

«Niente aiuti Ue ai palestinesi se Hamas non riconosce Israele»

Appello della cancelliera tedesca Angela Merkel che oggi incontra Abu Mazen. E Mubarak medierà al Cairo tra Olp e islamici.



• da Corriere della Sera del 30 gennaio 2006, pag. 10

di Lorenzo Cremonesi

 

Improvvisamente è Abu Mazen l’ago della bilancia. L’uomo destinato a garantire la continuità tra il passato, Fatah, e il futuro, Hamas. E dire che sino alle elezioni del 25 gennaio il 70enne presidente palestinese veniva dato sull’orlo delle dimissioni. «Un eterno numero due, incapace di sostituire Arafat, troppo debole per impedire il caos a Gaza e l’anarchia nel Fatah, un fallimento contro la corruzione e il nepotismo», scriveva la stampa internazionale e sussurravano i commentatori locali. Più volte lui stesso aveva detto ai suoi fedelissimi di voler lasciare, lo vedevano stanco, arreso. Non più. «Oggi Abu Mazen diventa il perno della transizione tra l’era rassicurante del processo di pace iniziato dall’Olp nel 1993 e quella carica di incognite del prossimo governo di Hamas», spiega Nabil Sha’at, portavoce del governo ormai dimissionario. 

 E sono gl
i stessi uomini di Hamas a riconoscergli quel potere. «Non abbiamo alcun interesse a trattare con Israele. Ma per noi potrebbe fare da mediatore proprio Abu Mazen», ci ha detto Mahmoud Zahar, uno dei «duri» tra i dirigenti del blocco islamico. Un ruolo che il presidente da Ramallah sta discutendo giornalmente per telefono con i dirigenti di Hamas a Damasco: Khaled Mashal, Mussa Abu Marzuk e Mohammad Nazal. Oltreché con Zahar e Ismail Haniye, altro membro dell’ufficio politico di Hamas a Gaza, considerato piu moderato di Zahar e indicato come possibile prossimo premier. 

 «Sarà una divisione dei compiti abbastanza netta. Hamas formerà il suo governo per amministrare Cisgiordania e Gaza. Abbas, in veste di neo-presidente dell’Olp, avrà invece il compito istituzionale di trattare il processo di pace con Israele. E non dimentichiamo che il sistema di governo palestinese nei territori occupati è ispirato dal modello presidenziale francese. Abu Mazen e stato eletto un anno fa con il mandato sino al 2008. Ha la prerogativa di bloccare le leggi votate dal Parlamento e deve vegliare che i cambiamenti costituzionali siano approvati con almeno due terzi dei voti, quorum che Hamas non possiede. Così qualsiasi tentativo di islamizzare la nostra società vedrà la sua netta opposizione», continua Sha’at. 

 Un ruolo che fa molto comodo ai quadri di Hamas, in questo momento ancora impreparati a governare, impegnati a trovare un equilibrio tra pragmatici e fondamentalisti. Oggi Abu Mazen incontrerà a Ramallah il cancelliere tedesco Angela Merkel. Anche i capi di Hamas avrebbero voluto esserci. Ma da Berlino si chiede come precondizione che rinneghino la lotta armata e cambino la loro piattaforma politica, che dalla pubblicazione nel 1988 propaganda la sostituzione di Israele con uno «Stato islamico». «La Comunità europea — ha detto ieri Angela Merkel in visita al premier israeliano Ehud Olmert — non trasferirà fondi all’Anp se Hamas non rinuncerà alla violenza contro Israele». Ieri Olmert ha ribadito la richiesta alla comunità internazionale di non aver alcun contatto con Hamas «sino a quando non rinuncerà al terrorismo e riconoscerà Israele». Un passo che appare lontano. «Se lo facessimo, diventeremmo come l’Olp nel 1988. I nostri elettori ci considererebbero dei traditori», dice Musher Al Masri, 28 anni, il più giovane eletto tra i deputati islamici. 

 Anche Zahar in un’intervista alla Cnn è rimasto ambiguo, spingendosi a criticare le «democrazie laiche responsabili di garantire gli omosessuali e la diffusione dell’Aids». Nei prossimi giorni l’intero corpo dirigente di Hamas dovrebbe ritrovarsi al Cairo per una riunione senza precedenti tra esponenti della diaspora e dirigenti eletti nei territori occupati. «Nella prima fase dovrebbe intervenire anche Abu Mazen su invito diretto del presidente Hosni Mubarak, che cerca di mediare tra Olp laico e Hamas religiosa», sostengono fonti nell’ufficio presidenziale. 

 Un intervento necessario visto le difficoltà della transizione. Ieri il ministro degli Interni dimissionario, Nasser Yussef, è stato tra l’altro accusato da Hamas di aver ordinato la distruzione di parte degli archivi e il passaggio delle armi dagli arsenali della polizia a quelli del Fatah. Ma soprattutto al Cairo Hamas dovrebbe discutere la questione centrale del suo processo di adattamento da movimento estremista a responsabile partito di governo. «Hamas è un movimento pan-islamico strettamente legato ai Fratelli Musulmani e al loro nuovo leader in Egitto, Mohammad Mahdi Afek. Anche lui dovrebbe essere presente», notano i circoli giornalistici a Gaza. E aggiungono: «Qualsiasi eventuale mutamento della piattaforma ideologica di Hamas ha dunque bisogno della luce verde dei capi dell’islamismo mondiale, che

non sono per forza tutti palestinesi». 

 

«Islam e democrazia, le elezioni non bastano»

Amato: amare sorprese se si vota dove non sono radicate la libertà e la pace. Hamas inserito tra i gruppi terroristici, la sua vittoria favorita da troppi errori.



• da Corriere della Sera del 27 gennaio 2006, pag. 6



di Aldo Cazzullo

Presidente Amato, dalla Palestina non giungono buone notizie.

«No. Si allunga la lista dei Paesi in cui le elezioni, ritenute il fulcro della democrazia, portano al potere gruppi che democratici non sono, hanno usato violenza o si dichiarano pronti a usarla. Questa tendenza cominciò all’inizio del ciclo storico che stiamo vivendo, con il rinvio delle elezioni algerine cui seguì il colpo di Stato e la guerra civile. L’Egitto è stato ed è in ebollizione, a ogni voto cresce un movimento di cui si teme l’ascesa al potere, quello dei Fratelli musulmani. Per molti è stato una sorpresa l’esito delle elezioni iraniane: si era consapevoli che il riformismo di Khatami fosse ormai debole, ma si credeva nel successo di una figura più collaudata e ritenuta più affidabile come Rafsanjani. E ora in Palestina vince un movimento inserito fin dal 2003 nella list
a dei gruppi terroristi. È giusto chiedersi: che cos’è che non va? Dobbiamo concludere che ci sono Paesi poco adatti alla democrazia? O dobbiamo piuttosto chiederci, e chiedere ai nostri amici americani, che cosa intendiamo per democrazia?».
  

Lei che cosa intende?

 

«Un grande orientale come Amartya Sen ha messo in dubbio che la democrazia coincida con un processo elettorale. Credo abbia ragione. Dovremmo saperlo bene, visto che ce lo ha ripetuto più volte Norberto Bobbio. Una democrazia si identifica certo con un sistema elettivo dei dirigenti e con il principio di maggioranza, ma anche con le garanzie delle minoranze, il radicamento delle libertà fondamentali e il rispetto della persona, che implica la scelta della pace in luogo della violenza. Esistono quindi requisiti sostanziali e non solo processuali. Noi, che vorremmo che la democrazia prendesse piede ovunque, dobbiamo chiederci se facciamo abbastanza per garantirne i fondamenti; altrimenti se ha senso, quando dipende da noi, far avanzare le procedure elettorali in mancanza delle altre condizioni. Perché in tal caso andremmo incontro ad altre amare  sorprese».

 

 

Sta dicendo che, piuttosto che votare in certe condizioni e con certi risultati, è meglio non votare?

 

«Lo dico consapevolmente. Spesso è anche una nostra responsabilità fare il possibile perché esistano le condizioni necessarie. Nel caso palestinese, il risultato di oggi è stato favorito più che prevenuto».

 

Favorito?

I nodi vengono sempre al pettine. La politica d’Israele in tutti questi anni, pur fortemente motivata dalla difesa della propria sopravvivenza, è spesso andata oltre il segno, con dure rappresaglie mai sufficientemente mirate che hanno  portato alla morte di civili e di bambini. Tutto questo lascia un segno  terribile in una popolazione debole  e sottoposta a continui choc. Poi  c’è stata la costruzione del muro. A  Sharon va giustamente ogni riconoscimento per aver cominciato a  sgomberare i Territori. Ma quanti  ettari quadrati dei Territori sono  stati occupati con l’incentivo del  governo? E allora cento ettari occupati pesano più di un ettaro disoccupato».

 

Tutta colpa di Israele?

«No. L’Autorità palestinese non  è stata capace di farsi percepire come effettiva autorità di governo.  Hamas, cui non sono mancate le risorse finanziarie, ha fornito i servizi  che l’Autorità non forniva. Ce ne  siamo preoccupati abbastanza? E  ci siamo preoccupati della sorte dei

denari che noi europei abbiamo versato ai palestinesi? Una parte è servita a finanziare un sistema educativo in cui circola una letteratura pesantemente antiebraica, non diversa da quella della Germania anni 30. Questo ci conduce a ripensare alla figura di Arafat e alla sua ambiguità. Forse era inevitabile che l’eroe della guerra non potesse essere l’eroe della pace. Resta il fatto che sotto di lui sono cresciuti per anni Fatah e Hamas, la mano destra e la mano sinistra di una Palestina che ha condannato se stessa a dover scegliere tra l’una e l’altra».

 

La sinistra italiana non ha forse  le sue responsabilità? 

«La sinistra italiana ha avuto un  rapporto molto stretto con i palestinesi, anche se certo non da sola:  penso in particolare alla Spagna e  alla Francia. La realta è che l’Europa, più vicina ai palestinesi, e gli Stati Uniti, più vicini a Israele, non  hanno esercitato da un lato e dall’altro l’influenza che avrebbero dovuto. Spesso Washington è stata  condizionata dalla lobby ebraica americana più di quanto accadesse  nella direzione inversa: più che influire su Israele, gli Usa erano influenzati dalle posizioni più estreme presenti in Israele. Questo non è accaduto con Clinton ma con altre amministrazioni, compresa questa. Mentre l’Europa finanziava Arafat, che non organizzava l’Autorità ma ha continuato a usare il contante sino alla sua morte; per non insistere sulla letteratura antiebraica».

 

Che cosa accadrà ora? Come deve muoversi l’Europa?

«Gia due anni fa una commissione, di cui facevano parte occidentali illustri come Felipe Gonzalez, auspicava l’ingresso di Hamas nel circuito democratico. Non sarebbe la prima volta che un movimento armato si purifica nella democrazia. Sta accadendo agli albanesi in Macedonia, ad esempio».

 

In Iran la democrazia ha portato al potere un estremista antisemi ta.

«In Iran, di fronte a un regime già  stabilito, era molto meno quello  che potevamo fare. Ma la lezione re sta la medesima: c’è un limite inesorabile alla procedura elettorale, il  che vale anche per un Paese come  l’Iran, che pure ha una élite crescente democratica e filoccidentale. Ma  l’estremismo, che a quanto mi risulta è minoritario tra gli stessi religiosi, fa leva sulle masse meno preparate dell’elettorato».

 

Si parla di sanzioni.

«Non credo nello strumento delle  sanzioni: hanno sempre rafforzato  anziché indebolire le dittature. Sono fautore di una tesi diversa: noi da tempo avremmo dovuto offrire all’Iran quegli investimenti stranieri di cui ha bisogno, condizionandoli come minimo alla chiarezza sul nucleare. Un bastone sotto forma di ritiro di una grossa carota».

 

Anche in Iraq si è votato, dopo l’intervento americano. Qualcuno ne ha visto una conseguenza anche nella riscossa antisiriana del Libano.

«Questo sarebbe accaduto comunque. Il Libano è un Paese particolarmente evoluto, e i libanesi si sarebbero ribellati in ogni caso al dominio siriano. Quanto all’Iraq, l’intervento americano fu un errore anche perché mancò la previsione degli effetti. Forse è troppo dire che gli americani si aspettavano di essere accolti come a Roma nel giugno del ’44. Certo si aspettavano che, rimosso il dittatore, le elezioni avrebbero risolto il problema. Ma lo dovevano sapere che i sunniti i quali avevano governato l’Iraq da soli e per di più attraverso una dittatura, sarebbero divenuti una minoranza che gli sciiti avrebbero escluso».

 

A sinistra è in corso un dibattito sulla dottrina dell’esportazione della democrazia. Già un anno fa al congresso Ds D’Alema spiegava di preferirla all’appoggio alle dittature militari, come negli anni 70.  

«Questo è giusto. Il paradosso è che sia stata l’amministrazione Bush a farcelo ricordare. Ma l’autodeterminazione dei popoli è da sempre un tema caro alla sinistra; penso a una personalità come Lelio Basso e al suo tribunale Russell. Un conto pero è sostenere l’autodeterminazione dei popoli, un altro imporla dall’esterno con un intervento militare. Questo non ci deve impedire di riconoscere che noi tutti abbiamo sonnecchiato a lungo, mentre perduravano regimi autoritari sotto cui soffiava la crescita dei fratelli musulmani e di altri estremisti. Il lavoro che persone come Emma Bonino facevano, e suggerivano di fare, andava e va preso molto sul serio».   

 

E’ la realizzazione dei sogni nascosti di Sharon

Il pacifista israeliano Uri Avnery: anche il negoziato con l’Olp veniva dichiarato impossibile.



• da La Stampa del 30 gennaio 2006, pag. 8

di Uri Avnery

 

Se Ariel Sharon non fosse in coma profondo, sarebbe saltato giù dal letto per festeggiare. La vittoria di Hamas risponde ai suoi desideri più arditi.Gli Usa volevano che negoziasse con Abu Mazen, e questo l’avrebbe portato a rinunciare a quasi tutta la Cisgiordania. Perciò doveva cancellare Abu Mazen e la sua immagine di moderato.

Nell’ultimo anno la situazione dei palestinesi è peggiorata di giorno in giorno. L’obiettivo era far credere che Abu Mazen fosse debole («un pollo spennato», secondo Sharon) e incapace di ottenere nulla. Il messaggio era chiaro: «Israele capisce solo il linguaggio della forza». E i palestinesi hanno messo al potere un partito che parla quel linguaggio. Le elezioni palestinesi si articolano in due parti: metà dei parlamentari viene eletta in liste di partito, mentre l’altra metà nelle circoscrizioni. Questo sistema ha dato un enorme vantaggio ad Hamas. Nelle liste di partito ha conquistato solo un piccolo vantaggio, e questo fa pensare che per quanto riguarda la linea politica generale la maggioranza non si discosta molto da Fatah: due Stati e pace con Israele.
Molti dei voti per Hamas non hanno nulla a che vedere con la pace, la religione e il fondamentalismo, ma con la protesta. L’amministrazione palestinese, in mano quasi completamente a Fatah, è pervasa dalla corruzione. La gloria dei martiri e la lotta indomita contro l’immensamente più forte esercito israeliano hanno invece reso popolare Hamas. Che nelle elezioni personali era ancora più avvantaggiato: aveva più candidati credibili, non macchiati dalla corruzione, la sua macchina di partito era più forte, i suoi membri più disciplinati. In ogni circoscrizione c’erano più candidati di Fatah che si contendevano il seggio. Dopo la morte di Arafat non c’è più un leader forte in grado di imporre l’unità. Marwan Barghouti, che forse avrebbe potuto farlo, è in una prigione israeliana: un altro grande regalo di Israele ad Hamas.
Chi crede in teorie della cospirazione può dire che tutto ciò fa parte di un piano israeliano, addirittura che Hamas fu un’invenzione israeliana. Ovviamente è un’esagerazione, ma resta vero che negli anni precedenti alla prima intifada era l’unico gruppo palestinese che si muoveva liberamente nei territori. La logica era la seguente: il nostro nemico è l’Olp, gli islamisti odiano la laica Olp e Arafat, usiamoli. Per giunta, nessuno poteva controllare le moschee. «Finchè pregano non sparano», era l’innocente opinione del governo israeliano, che si rivelò sbagliata quando esplose la prima intifada.
Tutto questo accadde più per stupidità che per disegno predefinito. Ora il governo israeliano deve avere a che fare con la leadership di Hamas, eletta democraticamente dalla gente. Negli anni ‘70-80, il governo israeliano dichiarava che non avrebbe mai negoziato con l’Olp. Sono terroristi, dicevano, invocano la distruzione di Israele, Arafat è un mostro, un secondo Hitler, mai, mai, mai. Ma dopo aver versato fiumi di sangue Israele e l’Olp si riconobbero a vicenda e vennero firmati gli accordi di Oslo. Ora ascoltiamo la stessa musica. Terroristi. Assassini. Il programma di Hamas chiede la distruzione di israele. Non negozieremo con loro mai, mai e poi mai. Tutto questo conviene al Kadima di Sharon, che chiede apertamente l’annessione unilaterale dei Territori («Fissare i confini di Israele in via unilaterale»). Tutto questo aiuta i falchi del Likud e dei laburisti con il loro mantra «Non abbiamo un interlocutore per la pace», cioè per farla finita con la pace. Gradualmente i toni cambieranno. Entrambe le parti, e anche gli americani, abbasseranno la voce. Hamas dichiarerà di essere pronto a negoziare e troverà un fondamento religioso per farlo. Il governo israeliano (probabilmente guidato da Ehud Olmert) si piegherà alla realtà e alla pressione americana. L’Europa si dimenticherà i suoi slogan ridicoli. Alla fine tutti ammetteranno che una pace con Hamas come partner è meglio di una pace col solo Fatah. Preghiamo che prima di arrivare a questo punto non si sparga troppo sangue.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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