Ha da passà ‘a nuttata

Condividi su i tuoi canali:

In attesa che faccia giorno, con l’archiviazione della seconda repubblica, Bice propone interviste ponendo le stesse domande ai politici under 30 di Modena. In questo numero sono state raccolte alcune testimonianze di giovani del UDC

Francesco Rubbiani di Campogalliano (MO), studente del II anno di ingegneria a Modena, iscritto al movimento giovanile dell’UDC della provincia di Modena.

 

Secondo Lei, nell’attuale sistema politico italiano, quanta “panchina” è obbligatorio fare nei campi   dei vostri partiti prima di divenire titolari? Come mai? Voi giovani di fronte a questo problema Siete rassegnati ( così fan tutti) ?, ottimisti ( speriamo che cambi) ? o decisi al cambiamento (adesso basta)?

 

Partendo dalla mia ancora breve esperienza all’interno della sezione locale dell’UDC posso dire di sentirmi tutt’altro che deluso da una prospettiva del genere, in quanto le occasioni per mettermi in gioco in prima persona non sono mai mancate, sempre ovviamente ancora all’esterno delle istituzioni. Dico “ovviamente” perché ritengo scontata per un giovane la necessità di intraprendere un percorso formativo che si snodi tra la politica e il mondo delle associazioni, e che gli consenta di prendere atto della realtà circostante e contribuisca a far maturare una coscienza politica forte, capace poi in futuro di essere propositiva. Perché in fondo ritengo la politica l’arte del saper mettere al servizio della collettività il proprio tempo, le proprie capacità, la propria competenza maturata, e soprattutto i propri valori e le proprie idee, pertanto non credo si debba aver fretta di finire al più presto capolista, e anzi penso che per divenire “titolari” siano molto più importanti il merito e la convinzione nei propri valori. Detto ciò una delle motivazioni che mi ha spinto ad aderire al mio partito è stata proprio la modalità democratica e meritocratica con cui l’UDC sceglie i propri esponenti a differenza di molte altre forze politiche italiane; aggiungo anche che soltanto chi nutrisse aspettative da “titolare” nell’organigramma del partito potrebbe rimanere deluso da una visione pluralistica e democratica delle candidature, ma questa la riterrei soltanto una logica conseguenza di un’errata concezione della politica.

 

Teme di più in quanto fenomeno più difficile da arginare o da governare in modo virtuoso il clandestino semi nudo che sbarca dalla carretta del mare o il giovane extracomunitario , brillante architetto sud coreano, o giovane ingegnere Moscovita, lo specialista indiano o cinese o comunque extraeuropeo? La Mondializzazione per noi italiani , quindi, si sta rivelando più una salutare contesa o più un incubo?

 

Ritengo che in entrambi i casi sarebbe facile bollare ciascuno come un pericolo o una risorsa; da una parte l’economia e i dati statistici ci impongono di riconoscere in questi flussi migratori una risorsa per il sistema Italia, dall’altro la cronaca e le situazioni di disagio che si creano nelle nostre città ci mettono di fronte a una riflessione sulla necessità di governare questo fenomeno. Personalmente trovo fortemente improduttivo pretendere di arginare i flussi migratori in quanto tali, mentre si rivelerebbe molto auspicabile una ferma regolamentazione giuridica, capace di distinguere l’extracomunitario che arriva in Italia non tanto sulla base dei mezzi o delle competenze di cui dispone quanto invece sulle motivazioni che lo portano sul nostro territorio, ovvero crei una distinzione tra chi sceglie il nostro paese come propria nuova patria e chi invece come momentanea collocazione per trovare lavoro e sostentamento; nonché un attento programma che garantisca per i primi l’integrazione suoi valori e i principi della nostra nazione, e per gli altri che sappia coniugare i loro bisogni con le necessità economiche, produttive e soprattutto di sicurezza delle nostre realtà. La nostra penisola d’altronde ha sempre giocato un ruolo fondamentale come crocevia di culture e popoli, grazie alla sua posizione geografica, sapendo di volta in volta omogeneizzare attorno alla propria identità le diverse realtà, e mi sembra quindi impensabile ritenere che questo non possa rappresentare ancora oggi una risorsa.

 

Chi sono gli avversari politicamente più ostici da affrontare per chi vuole un vero cambiamento: voi giovani? La nomenclat
ura o la casta politica che si annida e ha fatto radici ovunque? il centro sinistra? Certo popolo italiano anarchico individualista che non vuole maturare? O chi o cos’altro?

 

Credo che l’avversario più ostile sia trasversale agli attuali schieramenti politici, anzi temo possa identificarsi un autentico fronte che si snoda in tutta la nostra società, dalla politica, alle istituzioni, fino all’associazionismo ed è quello che viene definito il “fronte del no”, ostile per principio al vero cambiamento e al turbamento di equilibri che volta per volta mantengono i privilegi di questo o di quel gruppo di interessi. Mi spiace constatare quante volte, un po’ in ogni ambiente, attraverso radicali cambiamenti di facciata si siano invece voluti salvare e mantenere intatti vecchi ordinamenti, magari spesso dimostratisi anche perdenti. E in tutto questo gioca un ruolo centrale lo strisciante individualismo nel quale l’interesse proprio deve predominare sempre e comunque, e da cui nascono tanti pusillanimi comportamenti quali la psicosi del “not in my back yard”, fonte ad esempio dei problemi degli inceneritori e delle discariche in Campania, oppure l’insofferenza nell’assolvere i propri doveri che trova il suo culmine in una evasione fiscale incalcolabile, o ancora la necessità di imporre sempre e comunque le proprie ideologie contro ogni logica democratica, basti pensare alla sparuta minoranza di facinorosi che ha potuto tenere in scacco l’intero ambiente universitario della Sapienza impedendo effettivamente la visita di Benedetto XVI, o più indietro ai fatti del G8 di Genova; eventi questi che non possono che scoraggiare chi auspica un vero cambiamento nella società italiana, e che infamano vergognosamente l’immagine del nostro paese in tutto il mondo, come dimostratosi in tutte le occasioni citate sopra. Da qui si comprende dunque dove si annidi realmente l’incapacità al cambiamento, che non è sola e propria della classe politica, ma coinvolge l’intera società e nella classe dirigente finisce per riflettersi soltanto. D’altra parte come si è spesso sentito ricordare negli ultimi mesi ogni nazione ha la classe dirigente che si merita.

 

 

ALBERTO BOSI , ventisei anni di Modena, praticante in uno studio di commercialista, Consigliere circoscrizionale UDC

 

Droga e prostituzione : è più una piaga che subiamo per colpa di spacciatori o sfruttatori oppure sono fenomeni in crescita perché è in aumento la nostra domanda come consumatori di quei particolari beni e servizi? Secondo Lei come se ne esce?cosa è meglio? Droga libera? Quartieri a luci rosse o che altro?

 

Liberalizzare le droghe o fare dei quartieri a luci rosse non solo non risolverebbe il problema ma lo peggiorerebbe perché incentiverebbe quei comportamenti. I giovani sarebbero indotti a pensare che drogarsi è un diritto ed è giusto in quanto è lo Stato stesso che lo dice offrendotela direttamente in un negozio sotto casa. Se ciò accadesse a rimetterci sarebbero innanzitutto i ragazzi che diventerebbero sempre più alienati dalla realtà incapaci di diventare protagonisti del loro futuro e di quello del Paese.

Credo che quei partiti che da sempre si battono per la legalizzazione delle droghe dimostrano di non avere a cuore il bene degli italiani e neanche quello della società perché è evidente che un Paese che rende i giovani schiavi della droga non può andare da nessuna parte.

Che cosa bisogna fare allora? A mio avviso occorre partire dalla valorizzazione di quelle esperienze che da anni si occupano in profondità del problema con risultati sorprendenti, come ad esempio la comunità di San Patrignano che attraverso un metodo educativo che mette al centro la persona nella sua interezza ha salvato migliaia di persone umane.

 

Crede che al nostro paese si sia buscato una forte influenza che si cura con meno tasse e qualche simil aspirina veltro/ berlusco-
niana o siamo giunti ad un giro di boa che chiede anche fastidiose terapie d’urto?

Seconda Lei la prossima legislatura che sarà gestita comunque da uomini già visti ad una opera non proprio esaltante, potrebbe essere innovativa?

 

La prossima legislatura potrà essere utile al Paese solo se la classe dirigente che uscirà dalle urne deciderà di affrontare in maniera seria le grandi questioni di fondo del nostro Paese che negli ultimi quindici anni  non sono state né risolte e né affrontate. In particolare negli ultimi tempi è mancato un progetto complessivo per il futuro dell’Italia e la classe dirigente non ha voluto affrontare tale problema perché ciò avrebbe potuto rappresentare un rischio per la loro poltrona, vista l’eterogeneità delle coalizioni e l’impopolarità di certe scelte di responsabilità, ed ha quindi  preferito andare avanti con provvedimenti tampone.

La prima cosa da fare per fare uscire l’Italia dalla crisi, a mio avviso, consiste nel prendere atto che la cellula fondamentale del Paese, la Famiglia, è in forte crisi ed è li che bisogna intervenire in profondità mettendola al centro delle politiche fiscali perché lo stato di salute della società italiana è strettamente legata a quello della famiglia.

 

Quando si farà giorno la vostra generazione sarà ancora a letto o disposta ad essere già sveglia? Secondo Lei dovrà essere “un risveglio epocale” o dovrà avvenire silenziosamente quasi inosservato?

Siete comunque pronti o non ci stavate pensando che è anormale per un paese moderno che si possa divenire premier a patto di non essere dei quarantenni o solo a condizione di essere dei politici da una vita? Quindi secondo Lei la maggioranza dei giovani italiani di oggi è consapevole del ruolo storico che le sta chiedendo il paese?

 

Io non credo che i giovani di oggi siano addormentati nonostante qualcuno ci speri e stia facendo di tutto per fargli pagare interamente, senza che loro se ne accorgano, il prezzo delle mancate scelte giuste per il Paese.

Infatti i giovani d’oggi hanno un lavoro precario, uno stipendio basso magari senza prospettive e perciò non sono in grado di progettare il proprio futuro con buona pace del Ministro Padoa Schioppa che ritiene i giovani italiani dei bamboccioni.

A mio avviso i giovani hanno la voglia di assumersi le proprie responsabilità ma, da un lato non trovano dei modelli da seguire, non hanno fiducia ad esempio della classe dirigente attuale ritenuta per la maggiore opportunista e, dall’altro lato, hanno bisogno di qualcuno che investa su di loro trasmettendogli la propria esperienza e le proprie conoscenze.

Se riusciremo a ricostruire un rapporto tra le nuove generazioni e quelle più mature e ricche di esperienza, allora anche l’Italia potrà ripartire.

 

Antonella Maria Andreoli , 26 anni di Modena, attiva nel volontariato, Commissario Provinciale del movimento giovanile dell’UDC.

 

L a seconda repubblica, proprio perchè figlia prematura del terremoto “mani pulite”, è stata ovviamente guidata o rappresentata anche da ex giovani
o da persone completamente nuove alla politica sperando che quello fosse “il cambiamento”! Purtroppo i risultati complessivi non si sono rivelati esaltanti rispetto alle aspettative. Ciò nonostante, Cosa o chi sta ancora frenando maggiormente sul rinnovamento strutturale, cultuale e politico del paese?

 

Dopo il terremoto di mani pulite è nato un bisogno di risposte sbrigative, leader forti e carismatici che facessero dimenticare la mancanza di una classe dirigente credibile; è sorto un nuovo linguaggio politico che più che essere schietto è superficiale; da un età che valorizzava la coesione politica si è passati al muro contro muro pregiudiziale; dal partito tradizionale radicato sul territorio e fondato su una identità politica si è passati ai circoli, leggeri e destrutturati, che racchiudono una cultura politica compromissoria o plurale al limite della schizofrenia; dai partiti popolari, democratici e assembleari si è passati a partiti populisti di “massa”, che coinvolgono milioni di persone le quali non possono in realtà decidere nulla se non un leader a cui affidarsi perinde ac cadaver. Sembra un sistema adatto a non far germogliare nulla. Alla crisi della politica va poi aggiunta la crisi del pre-politico, di tutto quel mondo culturale, intellettuale, associazionistico che una volta forgiava la politica, ne creava la classe dirigente e ne garantiva il ricambio, la indirizzava, la richiamava ai suoi compiti. Oggi chi svolge ancora questo ruolo?

 

Oggi imperversa tra larghi settori dell’opinione pubblica una ostilità fatta di antipolitica, un’accusa alla casta, un riflusso nella disistima verso chi governa e i costi della politica. Voi giovani incolpevoli, come pensate di arginare questo malcontento? Non mi dica con il partito degli onesti perché governare è anche un compito che richiede specializzazione, competenze e conoscenze che non si improvvisano e quindi vanno remunerate, come meritocrazia prevede, e perciò costano! Tutto chiaro?

 

Io credo che oggi nei giovani ci sia una grande sete di verità e questa vada riaffermata ovunque, anche in politica: questo è molto più che costruire un “argine”, è iniziare a porre delle fondamenta. Non è un caso se secondo un recente sondaggio ISPO i giovani si rivolgono maggiormente a quei partiti dalle identità più univoche e marcate come UDC, Lega Nord e Sinistra Arcobaleno, rifiutando maggiormente i partiti contenitori come  PD e PDL, che affermano tutto e il suo contrario, divenendo intrinsecamente portatori di visioni “relative”. Se esiste una verità intellegibile, che non dipende dall’occhio di chi la guarda, una verità che ci precede e a cui dobbiamo rendere conto, allora la politica torna ad essere testimonianza e servizio, si apre alla realtà e al dialogo e smette di essere un universo autoreferenziale. Se questa verità non esiste, non esiste nemmeno un bene comune ma solo interessi soggettivi confliggenti in una lotta perenne in cui a spuntarla è il più forte. Testimonianza e servizio sono frutto di una politica animata dall’ispirazione cristiana, a cui noi giovani dell’UDC facciamo riferimento e di cui vogliamo essere portatori nel paese e nelle istituzioni per ridare “sostanza” alla politica. Perché questa sia possibile occorre anche una “forma” che la renda concretizzabile, dando al cittadino la possibilità di scegliere, partecipare, essere adeguatamente rappresentato: più formazione politica, più selezione della classe dirigente in base a criteri trasparenti, più democrazia interna ai partiti, un sistema elettorale che reintroduca le preferenze e che non mortifichi la rappresentanza.

 

Dai coetanei militanti nel suo partito che cosa si sente di apprezzare? Il difetto invece più diffuso che non condivide affatto?

 

Dei giovani dell’UDC ammiro la limpidezza, la genuinità, l’enorme slancio ideale, la gratuità dell’impegno, la curiosità, la capacità di sdegnarsi di fronte alle ingiustizie senza cadere nella rassegnazione e nel qualunquismo, l’altruismo e la fede schietta. Quanto ai difetti, forse siamo un po’ troppo sognatori e ne risente l’aspetto “pragmatico” del nostro impegno. La nostra pluri-appartenenza ad associazioni, movimenti, parrocchie, etc è una enorme ricchezza ma ovviamente limita molto il nostro tempo disponibile rendendo il nostro impegno a volte discontinuo.

[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...