GUERNICA: come si stravolse la storia.

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Il  C.A.M., Collettivo Autonomo Modenese, “”okkupa”” uno spazio liberato dal fallimento  dell’ex concessionaria Ford di via S. Anna 651. L’occupazione era stata annunciata ed è stata portata a termine pacificamente nella serata di venerdì 20 novembre, dando vita a Guernica, un nuovo spazio occupato nella città di Modena, con già in programma diverse iniziative.

Il Collettivo autonomo modenese, nella convinzione che uno spazio sociale sia una esigenza insopprimibile per la città, ritiene che la realizzazione di laboratori fotografici, di sale di registrazione o di una palestra popolare, possano essere una risoluzione dal basso di questi problemi giovanili che anche a Modena sono sempre più diffusi.

Lo spazio sociale è stato intitolato a Guernica, famosa città basca scena di un terribile bombardamento a tappeto ad opera dell’aviazione tedesca, con il supporto dell’aviazione Legionaria, durante la guerra civile spagnola, il 26 aprile 1937.

La strage che ne seguì ispirò uno dei capolavori del pittore Pablo Picasso, capolavoro che ancora oggi, nell’immaginario collettivo, rappresenta la condanna alla guerra. I ragazzi del C.A.M. saranno stati senz’altro in buona fede nel scegliere il nome Guernica, confidando nella storia di tale barbarie nazi-fascista.

Ma oggi, come dice Pansa, sappiamo che la Storia va riscritta, perché i vincitori amavano soltanto la storia scritta da loro: vera o falsa che sia, aveva comunque il sigillo della sacralità perchè non ne esisteva nessun’altra in grado di contestarla.

Oggi, giusto a proposito di Guernica, vi proponiamo l’altra storia, quella che i giovani e meno giovani non hanno mai saputo perché negata.

 

“”Verso le 15,30 del 26 aprile 1937 gli Junker, Heinkel e Dornier della Legione Condor di stanza a Burgos (pare accompagnati da aerei italiani della aviazione Legionaria) iniziarono il bombardamento della città basca di Guernica, che sarebbe durato circa 3 ore e mezza.. Per una serie di ragioni che vedremo tra poco e che man mano gli studiosi, quelli non allineati, vengono scoprendo, quella che è ormai divenuta l’icona della Guerra di Spagna sta cadendo a pezzi. Il bombardamento ci fu, la cittadina andò veramente distrutta, ma…  

Ma i libri di “storia”, a volte più preoccupati dell’impatto ideologico che della semplice verità, riportano cifre raccapriccianti: dal generico “migliaia di morti”, a 2000, per assestarsi su un numero così preciso da sembrare vero: 1654 morti e 889 feriti.

Tuttavia quell’esattezza “”indiscutibile”” è un’invenzione, come hanno dimostrato vari studiosi. Ad es., Paul Haven della Associated Press (2007) ricorda che l’attacco iniziò con un singolo aereo verso le 15,30 e che quando giunse lo stormo, la maggior parte della popolazione aveva già avuto il tempo di lasciare il paese o di chiudersi nei rifugi.

Il computo dei morti (realizzato da José Angel Etxaniz sui certificati del cimitero) oscilla tra i 100 e i 120. Una vera carneficina, comunque. Inoltre è dimostrato che la capacità logistica degli aerei impiegati non avrebbe consentito un tempo d’azione così lungo, a causa della limitata autonomia.

Non è il caso di fare il conto delle vittime, una è già di troppo, ma ci si chiede come mai altri bombardamenti di civili abbiano avuto minore o nessuna considerazione, come quello di Durango avvenuto appena un mese prima, quando un identico raid nazista aveva provocato 127 morti e altrettanti feriti (James Cortada, 1982).

Per capire meglio seguiamo un’altra storia, ignota e ignorata sia in Spagna che nel mondo: è il caso di Cabra, del quale da poco stanno emergendo particolari e che è oggetto di un breve saggio ancora inedito che lo studioso Eduardo Palomar Baró ci ha concesso di utilizzare in anteprima.

Si tratta dell’eccidio (uno dei tanti documentati) consumato dall’aviazione, questa volta repubblicana, il 7 novembre 1938.

In quel paesino, situato nella zona nazionalista a 72 km da Cordova, era un animato giorno di mercato. Alle 7,35 spuntarono all’improvviso tre Tupolev SB-2 “Katiusha” dell’esercito repubblicano che scaricarono 30 bombe alla rinfusa, centrando scuola e mercato. Morirono 108 persone e oltre 200 furono i feriti: contadini e braccianti arrivati a frotte dai campi, operai, artigiani, donne che facevano la spesa insieme ai figli più piccini (Palomar Baró dà la lista di tutti i morti, con nome, cognome, professione ed età).

Nessuno, né allora né in seguito, è mai riuscito a capire i motivi di questa strage, visto che Cabra, al contrario di Guernica, non aveva fabbriche d’armi, né truppe, né era scenario di operazioni militari, essendo il fronte fermo sull’Ebro.

Dato che gli aerei erano presumibilmente pilotati da sovietici, l’unica ipotesi, folle e per questo verosimile in quella guerra civile, è che l’attacco avesse voluto essere una sorta di “celebrazione” dell’anniversario della rivoluzione d’ottobre (che, come si sa, scoppiò a novembre).

Come mai allora tanto silenzio di fronte a questo eccidio assolutamente simile a quello di Guernica, sino alla grottesca situazione determinata dal fatto che neppure Carmen Calvo Poyato, Ministro della Cultura del primo Governo Zapatero, ebbe l’onestà di ricordare, pure essendo lei stessa proprio di Cabra?

Come lucidamente scrisse Arcadi Espada Enériz (2007), anzitutto i morti di Cabra “non erano baschi, né avevano un Picasso che dipingesse le loro grida, per cui le loro lacrime non commossero nessuno”.

Credo non possano sussistere dubbi: come si dice, la storia la scrivono i vincitori. Ma nel caso della guerra di Spagna occorre fare un distinguo fondamentale, che forse spiega tutto: i nazionalisti vinsero la guerra ma persero la propaganda, mentre i repubblicani persero la guerra ma vinsero la propaganda (in tutto il mondo).

 

E la propaganda poteva contare in quel momento nientemeno che su Picasso e sul suo “Guernica”, forse il
quadro più celebre del Novecento.

L’opera, sulla cui controversa genesi oggi sappiamo qualcosa di più preciso, fu commissionata (e strapagata anticipatamente) al pittore dal Governo repubblicano nel gennaio del 1937 per rappresentare la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi.

Picasso ha sempre sostenuto di avere iniziato l’opera solo il 1° maggio (data simbolica?), dopo cioè le notizie del bombardamento, come attesterebbe la datazione dei bozzetti (messa a posteriori?). Tuttavia, è impensabile che avesse atteso quel giorno per mettere mano ad un lavoro che doveva essere esposto il 24 maggio. Non v’è dubbio che il 26 aprile, data del bombardamento, doveva essere già a buon punto, visto che mancava meno di un mese all’Esposizione.

Come rileva Santiago Perinat (2008) tutti i particolari del quadro ci conducono ad un rifugio antiaereo di Madrid e molti dettagli provengono dalla stampa bellica estera, come ad esempio la figura della donna che geme con un figlio morto in grembo che è la riproduzione fedele della celebre foto di Robert Capa apparsa su “Ce Soir” e “Vu”.

Quanto al titolo, lo si deve all’impatto mediatico del fantasioso e fortemente sinistrorso articolo dello stravagante corrispondente di guerra George Steer, che, come è documentato, il “Times” di Londra e il “New York Times” preferirono ai resoconti moderati degli altri cronisti recatisi a Guernica, in quanto “più avvincente” e “rispondente a ciò che i lettori [anglosassoni] volevano leggere”.

Tutto quadra: un fatto orrendo, una montatura cinica.

La guerra è anche questo, cari giovani.

 

(Testo inviato a Bice da Massimo Guerrini,  tratto da:

“L’altra Guernica. La strage repubblicana di Cabra che nessun Picasso ha dipinto”

Libero, Milano, XLIV, 10-II-2009, n° 34, pp. 32-33

Articolo a firma Piero Menarini, storico e docente di Spagnolo presso il Dipartimento di Lingue di Bologna -Ndr- )

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