Grazie alla vita: … Continuava ad avere una specie di sorriso

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Recensione a cura di Francesco Saverio Marzaduri, … Il dramma interiore di una persona matura, spettacolo scritto e diretto da Anna Guidi .

 

 

Silenzio. Una scenografia essenziale che si riduce ad una poltrona sulla sinistra, uno scaffale con qualche libro sullo sfondo e un tavolo in primo piano, a destra: la tipica sala-soggiorno di un comune arredamento. Entra una donna, si chiama Anna, non è più molto giovane e i lineamenti sono di una bellezza segnata dalla vita. Qualcosa visibilmente la turba: pensierosa, attende alcuni secondi prima di aprire una busta e leggerne il contenuto. Di lì a non molto è raggiunta da Fabio, un caro amico cui confida il proprio imminente ricovero in ospedale attrezzato alla chemioterapia: la busta conteneva infatti il referto clinico di un esame, il cui esito probabilmente lei già intuiva. È un esito che sa di condanna. La donna ha un tumore.

… Continuava ad avere una specie di sorriso, scritto e diretto da Anna Guidi (che non per caso si chiama come la protagonista), dichiara da subito gli elementi in gioco e su essi richiama attenzione. E si tratta del genere di attenzione che allo spettatore si richiede in modo partecipe, perfino complice: come si evince seguendo lo sviluppo narrativo, la commedia è la radiografia psicologica, il dramma interiore di una persona matura alle prese con l’amaro bilancio della propria esistenza, dei propri sentimenti, dei propri fantasmi, simbolici o meno. E, non meno importante, della profonda scommessa che il più difficile degli esami impone a questa donna. Scommessa che, a sua volta, si fa stoica consapevolezza e spirituale catarsi.

La partecipazione emotiva che il testo richiede non va, beninteso, fraintesa come morale ricatto, subdolo superficialismo o, peggio, compiaciuto sensazionalismo. Ogni cosa è sempre evidenziata in punta di fioretto, complice un delicato intimismo grazie al quale pure il sentimentalismo diventa irrinunciabile topos. Di esso lo spettatore non riesce né può fare a meno, essendo la chiave per accedere a quell’interiore tormento che tallona e divora la protagonista.

Poco importa la citazione dal brano di De André che dà il titolo alla pièce: il sorriso a cui si allude altro non è che il premio, la meritata quanto inaspettata ricompensa, che Anna conseguirà solo al termine del calvario. Quando le ragioni e i conflitti del cuore, per lei, appariranno un lucido riverbero. Quando i suoi ricordi di persona che ha vissuto, e forse ancora vivrà, avranno abbandonato pian piano il loro spettrale e oscuro statuto. Quando l’esito della chemioterapia sarà reso chiaro anche a noi, per bocca della protagonista. Senza pianti né lacrime, però: ad affacciarsi è semmai la voglia di tornare a ballare il tango, di godere ancora di quell’attimo di euforia. Il desiderio, in sostanza, di tornare a vivere senza rinnegare niente, come canta la Piaf nel noto brano che funge da sigla.

… Continuava ad avere una specie di sorriso è spettacolo contrappuntato da silenzi. E proprio i silenzi marcano, rigidamente, una prima parte intrisa di gesti e azioni e scandiscono i pur numerosi scambi di dialogo tra Anna e i suoi interlocutori (si tratti di Fabio oppure di Paolo, il compagno fedifrago che la donna è incapace di lasciare), sottolineando con crescente partecipazione dell’osservatore una circostanza difficile e dolorosa. Alcune e delicate intuizioni registiche aiutano in tal senso, e al silenzio viene a sostituirsi un trascinante gioco musicale, teso a costellare il senso di profonda tensione e partecipazione verso la duplice dura prova che Anna si trova ad affrontare, quello della propria condizione esistenziale e quello della Morte imminente.

E se l’utilizzo de La cura di Battiato, per quanto appropriato per la resa scenica, può apparire scelta facile, è pur vero che dall’inizio alla fine la musica ricopre un ruolo fondamentale. Nella scena, ad esempio, in cui tre misteriose creature femminili, avvolte in un’enigmatica luce ancestrale, si presentano ad Anna danzandole intorno e coprendone la figura. Il senso d’una terribile consapevolezza si afferra nella presenza di un Nemico in veste di danzatrici, senza permettere subito all’osservatore di capire che un’altra figura avvolta nella penombra – appostata dietro Anna mentre quest’ultima è seduta – le sta tagliando i capelli. La chioma perduta, su cui la donna a luci riaccese reagisce con un grido d’orrore, è il segnale di quell’allarme.

Eppure il silenzio, che ritorna in numerose occasioni, quasi sempre coglie la protagonista, al centro della scena, quando è sola e immersa nei propri pensieri. Uno specchio a sinistra del palcoscenico non può illuderla o distoglierla da una differente verità: calva, semivestita, Anna si ritrova coinvolta in un background restituitole da uno schermo sul quale sfollano diapositive che sono la storia della sua (e della nostra) vita. Al termine, un biondo e angelico viso di bambina – lei nel ricordo dell’infanzia – dolcemente l’accompagna verso la propria difficile, incognita scommessa. Ma tutto ciò cui stiamo assistendo, è esso stesso specchio della nostra coscienza.

Pur entro un’impostazione prettamente teatrale, … Continuava ad avere una specie di sorriso presenta echi cinematografici che spaziano da Fellini (trasparente il rimando a Giulietta degli spiriti) a Bergman: nel secondo caso, in particolare, si pensi al confronto fra Anna e Paolo, l’egocentrico partner, seduti l’una dietro l’altro col rispettivo volto puntato verso due opposte estremità. In un estremo confronto sentimentale, dopo aver superato la prova più tortuosa e delicata, lei trova il coraggio, inoltre, di rinfacciare al compagno la sua meschinità, la sua insensibilità e
superficialità nel non averla assistita nel momento di maggior necessità.

È troppo tardi a quel punto per tornare indietro, e a poco valgono le scuse: il resto – per dirla con Mina, il cui nome è peraltro menzionato in un dialogo tra Anna e Fabio – sono parole e parole. E se un ritrovato sorriso si fa riconquista preziosa, tenacemente imposto da un orgoglio irriducibile, il maggior premio è la consapevolezza di ogni singolo momento od estremo gesto offerto come ringraziamento per quella grande, unica occasione ch’è la vita. Ciò è sublimemente reso nella scena in cui la protagonista, prima di entrare in ospedale, intona con dolente intensità Gracias a la vida, accompagnata da una chitarra a destra della scena.

Ancora, il dramma si mantiene fedele alle norme della tradizione teatrale più classica. E a ribadire che si tratta di uno spettacolo sentito e coinvolgente, nel corso del quale nemmeno il pubblico è elemento passivo, lo dimostrano i numerosi episodi, soprattutto nella prima metà, in cui Anna conclude le scene rivolgendosi direttamente agli spettatori con una serie d’interrogativi (come il coro in certe tragedie): piccoli dilemmi che assillano le proprie decisioni e suonano da monito, preciso e sarcastico, all’esistenza di chicchessia.

Da indiretta circolarità narrativa, lo ribadisce l’azione di Anna e Fabio di uscire dal boccascena e rientrare dalla platea in due rispettivi momenti, all’inizio e alla fine. Come ammiccante è il gioco della meta-narrazione, che di nuovo prende in prestito il cinema nel citare Tutto su mia madre di Almodóvar: non per nulla pellicola, tra le altre cose, centrata sull’appassionato connubio arte-esistenza (e del medesimo film, è da ricordare il disegno di una ragazza, come Anna, gravemente malata).

Pure, gli ironici dialoghi finali fra i due protagonisti, una volta che la donna per una volta ha vinto la paura della Morte, paiono debitori della goliardia almodóvariana. Il prezioso pegno che Anna riesce a conseguire soltanto dopo una lunga, tormentosa vicissitudine fatta di un rancido bilancio con sé stessa e di un personale ritorno alle radici (del passato). Una risata liberatoria, finalmente, suggella sentita la voglia di tornare a danzare. Ovvero, di tornare alla vita.

Quanto dell’enumerabile varietà di sfumature ed accenti sia dovuta alla prova d’interpreti e comprimari, al servizio di una storia ch’è un vero e proprio esame di coscienza (individuale ma anche sentimentale), è fuori discussione. Su tutti, un’Angela Fusolieri di sensibilissima, coriacea espressività.

Francesco Saverio Marzaduri

 

 

 

 

 

 

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