Grattacieli

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano”Da un lungo viaggio negli Stati Uniti, compiuto a più riprese fra il 1930 e il 1938, Emilio Cecchi descrive impressioni e osservazioni che diverranno «pezzi» giornalistici poi confluiti nel libro intitolato America amara (1939).

  Fu Bernhard Berenson che, giungendo dal mare a Nuova York e scorgendo i primi grattacieli, li paragonò alle torri di San Gemignano [1] . È un paragone anche oggi assai calzante che è quasi diventato un motto, un proverbio, succedendogli appunto come ai proverbi, che nessuno ne ricorda l’autore, o pensa che hanno avuto un autore. Ma un altro pellegrino americano, Henry James, che aveva con l’America un fatto personale, alla vista dei primi grattacieli non rattenne il sarcasmo. E disse che a lui il profilo di Nuova York faceva soltanto venire in mente «un pettine che ha perso molti denti».

Una volta insistetti col Berenson, per conoscerne un po’ meglio il punto di vista sull’architettura dei grattacieli. Non mi parve che sapesse decidersi ad ammirarla, o che almeno vi riconoscesse uno stile in formazione. I grattacieli lo interessavano, ma non come architettura. Lo interessavano come scenografia. La distinzione non è sofistica. Negli affreschi d’Antonio Veneziano e del Gozzoli al Camposanto di Pisa, o nella Torre di Babele del Breughel [2] , gli sfondi son pasticci architettonici. Ma adempiono un suggestivo e romantico ufficio di scenari, con pieno successo.

Anni fa, mi piaceva discutere di grattacieli a Nuova York, con Meyer Schapiro, del Dipartimento Belle Arti, Columbia University. Faceva un caldo da insolazione e nell’alba lividiccia si vedevano sulle terrazze larve di dormenti sgrovigliarsi e sorgere da giacigli improvvisati. L’opinione di Schapiro era anche più severa di quella del Berenson. E le moli dei grattacieli non rappresentavano, secondo lui, che l’estrema enfiagione del volontarismo e babilonismo [3] contemporaneo. Erano i bastioni d’un Valalla [4] su cui incombe il crepuscolo e su cui prima o poi sarà celebrata la fine d’un mondo.

Ascoltavo questi ragionamenti lungo Riverside Drive, presso la neoclassica tomba del generale Grant. Un dato pareva inoppugnabile. Non si distingue, nell’edilizia americana, un nuovo principio organico, una nuova cellula ritmica; mentre gli stili architettonici ebbero sempre origine da un elemento caratteristico e deciso, da un seme formale che costì manca. Nulla che, in un nuovo ordine, corrisponda alla colonna e all’architrave dei greci, al pilastro e all’arco romano e rinascimentale, o al sesto acuto; dai quali, come dai temi d’una fuga o d’una sinfonia, si generano sviluppi e combinazioni di varietà esatta e infinita.

Il grattacielo non è una sinfonia di linee e di masse, di vuoti e di pieni, di forze e resistenze. È piuttosto un’operazione aritmetica, una moltiplicazione. Portato unicamente da una spinta verticale, che ha certe affinità gotiche, non fornisce che la materia d’un problema meccanico, per serbare e condurre più alto possibile questa spinta. Non vive, come gli edifici classici, atteggiato sotto il peso con umana naturalezza. È un fantasma, un’apparizione, un’esplosione. Un’esplosione congelata in mezzo al ciclo. Sulla breve scogliera di Manhattan, tralasciando vecchi torrioni, superati, in parte distrutti: nel giro di pochi anni: lo Chanin [5] di 54 piani, il Chrysler di 77 piani e 314 metri, l’Empire Building di 102 piani e 410 metri. Finché sopraggiunse la crisi, e mise il fermo a questa pirotecnica architettonica.

Letterati, esteti, e professori di belle arti, non si mostravano insomma troppo persuasi che il grattacielo rappresentasse un’effettiva conquista spirituale, e non un paradosso edilizio. Ma ci si misero di mezzo anche i moralisti. In Rediscovery of America di Waldo Frank, la polemica contro il grattacielo fa parte essenziale della critica a tutta la civiltà americana, con pagine azzeccatissime. Non è, il grattacielo, espressione ingenua e solidale di potenza civica, ma espressione d’orgogliosa e solitaria prepotenza economica. È il campanile senza campane d’una religione materialista, senza Dio. Rocche baronali della plutocrazia, i grattacieli somigliano in tutto alle torri medievali dei nobili, armati uno contro all’altro, entro la stessa cerchia di mura, e soltanto uniti contro il Comune, la res publica.

A siffatti discorsi, la gente pacifica poteva anche fingere di non sentire, o crollare il capo. Il solenne spettacolo dei grattacieli (siano essi architettura o scenografia) era fatto, intanto, per lasciare attoniti, sospesi. Perché quando s’era detto ben bene, i grattacieli erano materiati d’ingegno e d’audacia, di miliardi e d’acciaio. Non erano castelli d’idee e di parole. Finché cominciarono a parlare, non più critici sottilmente nutriti di quintessenze d’arte antica. E non più riformatori e predicatori che, per avere un altro argomento alle proprie tesi, spesso e volentieri negherebbero la luce del sole. Cominciarono a parlare uomini che se ne intendevano; e tanto, che i grattacieli li avevano inventati loro, e li avevano costruiti, perfezionati ed imposti.

Frank Lloyd Wright è fra i maggiori architetti d’America; allievo e seguace di Louis H. Sullivan, il quale disegnò il Wainwright Building [6] , che sarebbe il nonno dei grattacieli, a quel modo che la cupola del Brunelleschi è la nonna delle cupole. E il Wright pubblicò un libro: Modern Architecture, contro la «tirannia dei grattacieli», proprio mentre si stringevano le ultime catene e si davano le ultime mani di vernice all’Empire Building. Si tratta di opinioni responsabili; perché un costruttore americano che parte in guerra contro i grattacieli, vanto del suo paese, mette in giuoco la popolarità e gli stipendi; e il gusto d’avere queste opinioni se lo paga migliaia di dollari.

Il Wright non è un bigotto della tradizione. L’architettura greca ed affini, applicate in America, le considera veleno pagano. Giudica l’architettura della Rinascenza niente più che una replica di forme romane e greche. L’abside di San Pietro, secondo lui, non è che grandiosa scultura; e neanche Le Corbusier è cosi sommario. D’altra parte, il Wright non s’illude sugli edifici di scatole in cartone e le torri di carte da giuoco; pur non negando che il grattacielo, in determinati usi e luoghi, possa andare benissimo e diventare opera d’architettura organica e davvero moderna. Per ora, in America, ha sconvolto la città. La sua logica ed ossessionante meccanica, ha meccanizzato gli abitatori. Ma se vivere in case di cento piani obbliga a un’esistenza contorta e rattrappita, non c’è dubbio che queste case sono sbagliate.

Nel 1930, in Nuova York, il traffico verticale era maggiore del traffico orizzontale; vale a dire che gli ascensori trasportavano più gente che non le automobili, gli autobus, i tranvai e le ferrovie sotterranee, tutti riuniti. Una pazzia della verticalità; mentre l’automobile e il telefono, con il loro continuo sviluppo, tendono a ristabilire la linea orizzontale; o come il Wright la chiama: «la linea della domesticità, il meridiano della vita umana». «Il grattacielo non ha bellezza estetica né morale; e non ha un grande avvenire. È una speculazione finanziaria, un espediente». Non realizza più alto ideale che d’imprigionare migliaia e migliaia di persone, dove ne starebbero qualche centinaio, per sfruttare i terreni e il valore locativo.

Il Wright prevede un’epoca in cui la gente si recherà in città alle dieci e verrà via alle quattro, tre volte la settimana. Che è utopia. Ma in ciò che questa utopia ha di concreto: nel voler trasferita la vita familiare in ambienti tranquilli, arcati, verdeggianti, l’urbanistica italiana è in anticipo d’un decennio.

Emilio Cecchi

(da «Corriere della Sera», 1° marzo 1935; poi ripreso in America amara, Sansoni, Firenze 1940 e in Dal giornalismo alla letteratura, Einaudi 1994)

 

L’impressione che Emilio Cecchi trae dalla visione dei grattacieli di Manhattan, in particolare dei tre che da poco erano stati ultimati: il Chanin [7] di 54 piani e 207 metri, il Chrysler [8] di 77 piani e 314 metri, l’Empire Building [9] di 102 piani e 410 metri, è indubitabilmente critica. Alcuni accenni lasciano trasparire, seppure in modo colto e raffinato, una buona dose di disprezzo per codesta pirotecnica architettonica. L’aver affiancato la desolante bruttura del Wainwright Building alla cupola del Brunelleschi, l’aver riportato con sorniona ironia proprio all’inizio dell’articolo il pensiero di H. James che assimila il profilo di Nuova York, noi diremmo lo “skyline”, ad «un pettine che ha perso mo
lti denti» ed infine l’aver richiamato la sfida degli uomini a Dio con l’accenno alla Torre di Babele ed al “babilonismo”, confermano quanto incondizionata fosse la condanna nei confronti di questi mostri di cemento o di acciaio, capaci solo di essere materia d’un problema meccanico, destinati solo a condurre più in alto possibile la spinta verticale, l’unica musa ispiratrice che anima la loro essenza.

È curioso constatare che tali critiche e tali argomentazioni sono replicate ancor oggi, seppur con minore raffinatezza letteraria. Le ho lette a proposito dei grattacieli progettati a Milano per l’Expo 2015 [10] , per l’Altra Sede della Regione Lombardia [11] e, proprio in questi giorni, in occasione dell’inaugurazione ad Abu Dabi del grattacielo più alto al mondo [12] .

Vale anche la pena di ricordare che la costruzione della Tour Eiffel [13] inaugurata il 31 marzo 1889 per celebrare il centenario della Rivoluzione fu avversata da molti intellettuali dell’epoca. Costoro firmarono una vibrata  Protestation contre la Tour de M. Eiffel” indirizzata a M. Alphand, direttore dei lavori dell’Esposizione.

Fra le firme troviamo, proprio come accade talvolta nei « manifesti » nostrani, insigni letterati e uomini di cultura: Charles Gounod, Guy de Maupassant, Alexandre Dumas figlio, François Coppée, Leconte de Lisle, Sully Prudhomme, William Bouguereau, Ernest Meissonier, Victorien Sardou, Charles Garnier e molti altri che la posterità ha meno favorito.
Alcuni giunsero a definire la Tour : “un lampadario veramente tragico” (Léon Bloy); “uno scheletro di torre campanaria Paul Verlaine); “un’alta e magra piramide di scale di ferro, scheletro sgraziato e gigantesco, la cui base sembra fatta per sostenere un formidabile monumento ai Ciclopi, e che invece abortisce nel ridicolo e smilzo profilo della ciminiera di una fabbrica” (Maupassant)
[14] .

Durante l’Esposizione del 1889 la Tour Eiffel fu visitata da oltre due milioni di persone. Sei milioni sono mediamente i visitatori che in un anno, ai tempi nostri, salgono con gli ascensori.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni.



[1] San Gimignano: famoso borgo medievale dalle belle torri, nel cuore della campagna Toscana in provincia di Siena.

[2] sic

[3] sic

[4] Walhalla: dimora ultraterrena degli eroi caduti in combattimento secondo la mitologia nordica.

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