Grasso è bello: She-Devil – Lei, il diavolo

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  All’origine ipertestuale della quinta fatica di Susan Seidelman, She-Devil – Lei, il diavolo, sia nella messa in scena che nello sviluppo della trama, c’è il cinema di John Waters, autore di un certo culto nella produzione cinematografica statunitense anni Settanta-Ottanta, il cui stile sgangherato e irriverente – messo in risalto da un cattivo gusto volutamente tale nel decoro figurativo, prim’ancora che narrativo – era rimarcato dall’obiettivo di scardinare i numerosi dogmi tradizionali e stantii del Sistema a stelle e strisce, dal cosiddetto american way of life sino allo stereotipo hollywoodiano. In sostanza, un cinema “politicamente scorretto” che somiglia al primo Almodòvar e la cui goliardia – volgarmente dissacratoria, benché d’una maniera talvolta fine a sé stessa – faceva del suo autore una figura radicalmente “di rottura” per gli schemi dell’epoca, slegata da qualsiasi convenzione.

Per certi versi, anche nel film della Seidelman (scelto per l’appuntamento di giovedì 26 Gennaio presso il Lions Club di Formigine) alcuni echi della filmografia di Waters sembrano ritrovarsi immutati, essendo la vicenda delle due antagoniste – la casalinga frustrata Ruth Patchett e la scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher – strutturata attraverso una messinscena edulcoratissima, figurativamente sospesa tra il pop e il kitsch, costantemente smontata dagli escamotage della m.d.p. (le tendine che permettono di passare da una situazione all’altra, o l’iride a forma di cuoricino zuccherato che chiude il film), cui il lampante contributo della fotografia, quello di rendere il clima eccessivamente favolistico, pare farsi beffe di una storia all’acqua di rose, un’innocua bolla di sapone come la più stucchevole delle soap o, stando al film, uno qualunque dei best seller della scrittrice.

In questo senso, il lussuosissimo sfarzo dei luoghi in cui Mary è ripresa (dalla villa alla piscina, al giardino) recano uno splendore tanto esageratamente fiabesco da ostentarne la fatuità di fondo, che è poi la medesima fatuità della donna: una finta principessa dall’immagine tutta sopratono, sempre elegante in rosa (in ambienti tutti rosa, con macchina da scrivere rosa e addirittura barboncino del medesimo colore), il cui artefatto castello da lei stessa costruito comincia a sbilanciarsi quando l’antagonista Ruth – vistasi sottrarre il marito da tale superficiale bellezza – le “impone” la vita reale attraverso il proprio machiavellico piano di vendetta. Esilaranti tutti gli episodi che vedono la scrittrice, una volta privata della propria aura fatua, alle prese con le mansioni domestiche, dov’è un’assoluta incompetente, e con la nuova famiglia (i figli di Ruth, e soprattutto la terribile madre, da Ruth “liberata” dall’ospizio in cui la figlia la tiene relegata, e come la classica suocera, pronta a piombare nella villa fatata di Mary creandole sconcerto e fastidio).

Contrapposta a Mary, Ruth rappresenta un’idea di sciatteria ch’è motivo dell’abbandono da parte del consorte, ma anche di una frustrazione pronta al riscatto e alla redenzione: anch’esso memore dei freak pazzerelloni e dispettosi, brutti e cattivi, di Waters (ricordate Divine?), questo personaggio pingue e trasandato si comporta come un metodico killer di tutti i topoi sacri del benessere middle class (casa, famiglia, successo, bellezza), depositario di un tradizionalismo pronto a rivendicare e ristabilire ad ogni costo il proprio status. A dispetto della serial mom Kathleen Turner de La signora ammazzatutti, le armi di Ruth (l’intelligenza e l’emancipazione) mietono vittime in pari quantità senza truculenze o spargimenti di sangue, al punto che grazie agli strumenti di cui dispone, Ruth riesce persino a costruire il proprio personalissimo esercito di alleate, fondando un’agenzia di sostegno per donne sprovvedute, disoccupate o male in arnese come lei: nel finale, proprio un simile ambito accerchia l’universo maschile limitandone sempre più gli spazi, sino ad “evirarlo” privandolo di ogni strumento di predominio sciovinista.

Il vero tema del film, l’emancipazione (o meglio, il riscatto) femminile, è al centro di un apologo non tanto sulla vita e i suoi significati, quanto sulla diversità (fisica e morale), e dunque il teorema è morale anziché ideologico, e l’opera non cade nella facile tentazione di schematismi femministi. In questo senso, il motivo di un’emancipazione dovuta a rivalsa su una superficialità cialtrona e puttana, è rispettato sino in fondo dall’esuberante performance della star televisiva Roseanne Barr su registri grottesco-realistici che hanno del funambolico, e la cui connotazione brillante tosto illustra l’amarezza di fondo dell’odierna condizione femminile, sovente contrassegnata dall’emarginazione e dalla solitudine. Una solitudine che se più spesso è scelta, talvolta è anche circostanza del caso, come il film rispecchia: non per nulla, nella scena in cui Ruth lavora come nurse nell’ospizio, restituendo vitalità anche alle anziane ricoverate, queste ultime danzano sulle note del celebre disco-hit anni Ottanta I Will Survive (“sopravvivrò”), che di Gloria Gaynor ha fatto la fortuna.

In un’opera, sulla carta, parodistica come questa, in più di un’occasione irta di allusioni, battute graffianti e situazioni spassose, il punto debole risiede in una conclusione edificante e buonista, dove ogni binario è rimesso al proprio posto e tutti imparano qualcosa: tale epilogo, che porta a pensare che la pur talentuosa commediografa Seidelman sia tutto sommato una romantica tradizionalista, è la soluzione più infelice, anche perché priva dell’ironia sulfurea che aveva fin lì permeato l’intera vicenda. Aggiungendo saccarosio a una salsa fin lì piccante, prende le distanze dalla cattiveria e ferocia che nel cinema di Waters sono mantenute sino all’ultima inquadratura (benché talvolta anche lo sguardo del non dimenticato autore di Pink Flamingos appaia un po’ addolcito), dove anche temi come quello al centro di She-Devil – Lei, il diavolo sarebbero bersaglio di dissacrazione in pari misura.

Anche senza cadere nel facile moralismo, la ricomposizione finale della famiglia di Ruth (ossia della cosiddetta “normalità”) è un valore positivo soltanto in apparenza, e l’immagin
e di una New York popolata solo da donne risulta eccessivamente allegorica. Tuttavia, nonostante i difetti, il film non è la farsa grossolana che qualche critico ha definito, bensì un ulteriore tassello nell’originale, corale collezione di ritratti e destini femminili dalla Seidelman inaugurati con Cercasi Susan disperatamente, e che, proseguendo con Cookie, hanno trovato la loro ideale conclusione nella serie televisiva Sex & the City: qui, al lontano ricordo di un’intraprendenza femminile che ha raggiunto il pieno controllo dei propri mezzi, si è sostituito il tema d’una sessualità intesa come disinibizione, scelta svincolata da qualunque dipendenza o legame, attraverso un umorismo maliziosamente sommesso ed ugualmente affilato.

Ultimo ma non meno importante, She-Devil – Lei, il diavolo segna il battesimo nella black comedy della “seria” Streep, troppo spesso sacrificata in ruoli tragici a rischio di maniera: purtroppo, nella parte di Mary l’attrice non risparmia alcuna gigioneria, benché encomiabile sia il suo coraggio nel ridicolizzare la maschera e lo stile di recitazione che l’hanno resa nota al grande pubblico. Ma la continua girandola di mossette, smorfie, vezzi, tormentoni e atteggiamenti da diva – qual è lei e qual è il suo personaggio – si ritrova schiacciata da tutti quegli episodi e situazioni da vaudeville che, se da un lato acquistano un ritmo esteriore visibilmente forzato, dall’altro condizionano (e non esattamente in positivo) la credibilità del suo istrionismo.

Una caricatura surreale e simmetrica, quella di Mary, ricercata a bella posta: da parte dell’attrice, nell’esercizio di overacting che le è stato chiesto, non si escludono nemmeno faticosi sforzi; eppure, troppo debordante e sopra le righe per convincere appieno. Nondimeno, la condizione di donna sola, dall’evanescente tenore di vita e dal futuro incerto, cattura anche lei nella bella sequenza che la vede simulare una possibile plastica facciale davanti a uno specchio, il volto imbruttito giacché deturpato dal cerone, facendone non tanto l’antagonista, quanto il doppio di Ruth, l’altra faccia di un’identica solitudine.

Marzaduri Francesco Saverio

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