Giovani e lavoro: meno, ma preparati?

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Al di là del problema oggettivo dei ‘numeri’, c’è anche un problema di qualità del lavoro che non può ridursi solo al salario, pur fondamentale.

Negli ultimi 10 anni – denuncia la CGIA – in Italia è sceso di quasi un milione il numero dei giovani tra i 15 e i 34 anni. “Questa contrazione nella fascia di età più produttiva della vita lavorativa sta arrecando grosse difficoltà alle aziende italiane. Molti imprenditori, infatti, faticano ad assumere personale, non solo per il problema di trovare candidati disponibili e professionalmente preparati, ma anche perché la platea degli under 34 pronta ad entrare nel mercato del lavoro si sta progressivamente riducendo. Insomma, la crisi demografica sta facendo sentire i suoi effetti e nei prossimi anni la rarefazione delle maestranze più giovani è destinata ad accentuarsi ulteriormente”.

Però ci sono anche quasi tre milioni di giovani fra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi formativi, corrispondente alla richiesta di addetti per sostituire chi va in pensione nel prossimo quinquennio, a dimostrazione di come la questione giovanile sia complessa, articolata e soprattutto strutturale in una società che ai giovani riconosce praticamente solo il ruolo di consumatori.

Contro la denatalità, in attesa delle sempre dichiarate e mai realizzate politiche per la famiglia, che comunque eventualmente porteranno frutti fra un ventennio, c’è la risorsa dell’immigrazione, da tutti ritenuta ormai indispensabile, ma anche qui non siamo ancora stati capaci di politiche di inserimento efficaci.

Al di là del problema oggettivo dei ‘numeri’, c’è anche un problema di qualità del lavoro che non può ridursi solo al salario, pur fondamentale.

Confartigianato Imprese Veneto ha svolto un’indagine con 600 apprendisti per comprenderne le aspettative e le motivazioni: Ecco alcuni risultati: Avere un lavoro che diverte, che fa stare bene (per il 62,1% è molto importante). Sentirsi apprezzati e ricompensati per il lavoro svolto (il 45% è molto d’accordo). Avere un lavoro che consenta di raggiungere i propri obiettivi e che assicuri una fonte di reddito (64%). Essere valorizzati per quello che si sa fare è l’aspettativa di gran lunga preferita dagli apprendisti (il 59,8% dice sia essenziale).

Il Sole 24 Ore l’ha chiamata ‘la generazione interrotta’, messa all’angolo dalle 3 P: il precariato, la povertà e le preoccupazioni per il futuro del pianeta e della società, come dimostra il report di Deloitte GenZ e Millennials 2023. “La maggior parte dei giovani va avanti di stipendio in stipendio, con il timore di non arrivare a fine mese. In particolare, GenZ e Millennial italiani mostrano elevati livelli di preoccupazione per l’impatto che la stagnazione economica sta avendo su di loro, incidendo sulla possibilità di creare una famiglia e di acquistare una casa”.

L’articolo si conclude con una necessità: “Alle imprese – oltre che allo Stato – l’onere di risanare la frattura, trovando nuove vie per ricostruire un rapporto di fiducia con lavoratori e lavoratrici più giovani. A partire dagli stipendi, a cui è necessario restituire una nuova dignità, per poi arrivare all’intera organizzazione del lavoro, da ripensare in virtù dei nuovi valori. Occorre, in definitiva, riscrivere un patto per un lavoro più sano, che consenta pari opportunità di crescita e che dia la possibilità a Millennials e Gen Z di uscire dall’angolo in cui, fino a oggi, sono stati confinati”.

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