Giorgio Pighi : Pensare e progettare Modena

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Pubblichiamo l’introduzione della relazione del Sindaco al Baluardo della Cittadella unitamente ad una traccia identificativa del primo cittadino di Modena

Chi è Giorgio Pighi sindaco di Modena

 

Il suo più grande motivo di orgoglio è la modenesità. Il primo cittadino, Giorgio Pighi, certo non la nasconde a dimostrazione del suo forte senso di appartenenza alla città. E’ quasi una forma di simbiosi con una comunità forte, di principi e di identità. Del resto, è ben noto lo straordinario legame che i modenesi hanno con la loro città. Un legame orgoglioso, pieno di affetto. E ne hanno tutte le ragioni, essendo questa una città ricca di tradizioni e di storia (basta pensare alla bellezza di straordinari capolavori come il Duomo, la Ghirlandina e piazza Grande da tempo proclamati dall’Unesco patrimonio dell’umanità). Una città che dal dopoguerra ad oggi ha vissuto una profonda crescita economica, che non si è mai disgiunta dalla tutela di un tessuto sociale fondato sul dialogo, sul civismo, sulla cultura della solidarietà e dei servizi. Sono questi i valori che, da sempre, hanno permesso di tenere assieme le fabbriche di automobili da corsa e l’aceto balsamico, imprenditori ed operai, benessere diffuso e qualità della vita.

Giorgio Pighi nasce a Modena il 4 aprile del 1949. Frequenta le scuole elementari Pascoli, quindi le medie alle Pasquali Paoli e poi il liceo classico Muratori. E’ in questo periodo che all’impegno scolastico affianca la frequentazione degli ambienti del volontariato cattolico. Dopo la maturità sceglie di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena, laureandosi in corso con il massimo dei voti, 110 e lode. L’ottimo risultato è frutto di un periodo di studio molto proficuo ed interessante, coronato da una tesi discussa con un maestro quale il professor Guido Galli e su un tema – “Minore deviante e processo penale” – che poi rappresenterà molto anche nella sua vita professionale. Dopo aver conseguito la specializzazione in Criminologia, Giorgio Pighi insegna Politica Criminale e Diritto Penitenziario, Diritto Costituzionale nell’Ateneo Geminiano e nell’Accademia Militare di Modena. Oggi è docente di Diritto Penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

E’ avvocato di Cassazione. Insieme all’attività accademica, infatti, ha sempre portato avanti la libera professione – esercitata prevalentemente nell’ambito di procedimenti aventi ad oggetto la materia ambientale, fiscale e societaria – e non ha smesso nemmeno quando negli anni Novanta si è fatto pressante anche l’impegno politico.

Sono gli anni delle grandi trasformazioni e Giorgio Pighi non se la sente di restare alla finestra. Nasce il Partito dei Democratici di Sinistra e Pighi decide di aderirvi con convinzione: il mondo sta cambiando, è necessario avere nuovi strumenti per interpretare il cambiamento, è necessario anche l’impegno personale diretto.

Sono, per lui, anni di straordinaria ricchezza politica ed umana: in prima persona contribuisce a far nascere l’Ulivo, porta avanti le battaglie per la difesa dei diritti individuali e per il rispetto delle regole e della Costituzione. E’ questo un modo per contribuire a costruire una società più giusta, che offra opportunità diverse per esigenze diverse. I lunghi anni passati in Consiglio Comunale da capogruppo dei Democratici di Sinistra, il lavoro sui temi dello stato sociale, della giustizia e della sicurezza, la sua esperienza professionale e di ricerca, la sua passione per la politica, per Modena ed i modenesi, oggi sono a disposizione dell’intera città.

 

Pensare e progettare Modena

 

Modena che sta bene e che da un giudizio positivo su come viene governata (e questo è un bene) ma anche una Modena che ha un po’ meno fiducia in se stessa, nella propria capacità di creare un futuro che sia migliore del suo presente, in fondo una Modena meno diversa dal resto del mondo, quel mondo che nutre gli stessi dubbi, le stesse inquietudini, le stesse preoccupazioni per il futuro.

Una condizione meno provinciale che ovviamente non può consolarci, anzi, la nostra provincialità, la nostra capacità di confronto fuori dalle mode ed al di la del teatrino della politica e dei cosiddetti poteri forti, insomma la nostra diversità positiva deve assolutamente trovare nuova linfa, nuovo vigore, una nuova volontà di rafforzare e far crescere il patto sociale che ha consentito a questa realtà di imporsi ai livelli della maggiori regione europee e dell’occidente.

Il capitale sociale che abbiamo costruito nel corso del secolo che si è chiuso, non deve diventare un deposito di risparmio intoccabile ed immodificabile: la realtà sta cambiando così in fretta che senza correttivi rischiamo di vedere il nostro capitale eroso da mille fattori incrociati, solo in minima parte (purtroppo) gestibili ed orientabili in sede locale.

Vediamo alcuni di questi fattori, elementi che attraversano tutto il  mondo, che ne fanno un luogo percepito come meno sicuro e che rendono più incerto il futuro di tutti noi. Diversi analisti politici, economisti, futurologhi ed altro si sono cimentati nel compito difficile di individuare ed indicare i fattori di rischio. Ovviamente le valutazioni possono risultare molto diverse, ma su alcuni elementi mi pare di cogliere una sostanziale coincidenza tra le diverse scuole di pensiero. (Poi, sulle soluzioni, è tutto un altro paio di maniche, ma su questo arriveremo tra poco).

Nell’analizzare le p
aure e le inquietudini del mondo, non solo di quello occidentale, troviamo diversi legami diretti con le paure e le inquietudini della società modenese, come dicevo una considerazione che non ci deve consolare, semplicemente ci deve aiutare a capire e magari anche ad individuare alcune possibili, parziali risposte.

Quali sono quindi i fattori di inquietudine? Non c’è una lista che li definisce in ordine di importanza, anche perché spesso interagiscono tra loro, si alimentano e di volta in volta sembra prevalere l’uno rispetto all’altro: in realtà questo mondo sta cercando un nuovo equilibrio, e fa fatica, perché le cose non sono più rappresentabili col nero e col bianco, col bene e col male. La realtà è più complessa, così come i fattori che la determinano o che ne determinano la percezione.

La paura dell’occidente è di trovarsi presto, non fra cento o duecento anni, ma fra 10 o 20 anni, a vivere in una realtà peggiore di quella attuale: con più guerre, più migrazioni, un ambiente più degradato, maggiore precarietà nel lavoro. Tutto questo sommato a quella che potremmo definire la sfiducia diffusa nel progresso, nelle nostre capacità di migliorare, di cambiare in meglio: una dimensione di problemi tale da farci sentire impotenti, senza strumenti utili ad intervenire.

Badate bene, non si tratta di paure infondate e basta scorrere l’elenco, solo parziale, dei problemi per renderci conto della gravità della situazione:

              nel mondo di oggi ci sono più guerre, ma soprattutto spesso si ha l’impressione netta di una situazione fuori controllo, con gli organismi internazionali troppo deboli, lenti nel rispondere alle sollecitazioni, molli nel valutarne le conseguenze. L’Italia oggi sta svolgendo un ruolo importante, ma siamo ancora lontani dalla condizione minima indispensabile e cioè la capacità di affrontare i problemi che stanno alla radice dei conflitti, problemi di natura storica, religiosa ed economica.

              Un’ altra questione rilevante è quella della crescita dei fondamentalismi, prima di tutto quello islamico, ma non sono da sottovalutare anche quelli che si stanno sviluppando in occidente e che danno rappresentanza (sbagliata) a chi di fronte all’attivismo islamico tende a reagire con la chiusura, invece che con il confronto ed il dialogo. Soprattutto si alimenta l’illusione di poter risolvere i contrasti con la forza, la forza delle armi o anche solo della persuasione: il mondo deve fare un salto di qualità e passare prima dall’accettazione delle diversità per arrivare poi alla loro integrazione: le scorciatoie non portano a nulla, non servono.

              Altro tema di grande portata è quello della distribuzione della ricchezza, a tutti i livelli: tra nord e sud del mondo, ma anche nei paesi occidentali il problema è sempre più presente, ancora di più lo è e lo sarà, nei grandi colossi che si stanno sviluppando.

              Inevitabile, quindi, che si sviluppi ulteriormente il problema dei problemi della società di oggi e cioè quello delle grandi migrazioni: inarrestabili di fronte alla disperazione, ingovernabili se si pensa semplicemente di scavare delle trincee di difesa, improponibili se, al contrario, si ritiene di lasciar fare al corso naturale delle cose.

              Il lavoro, un lavoro che non c’è in un terzo del mondo, che porta a sfruttamento selvaggio in un altro terzo e che nell’ultimo spicchio diventa sempre più precario e meno tutelato

              Sullo sfondo la questione che sarà al centro delle grandi decisioni dei prossimi anni, l’ambiente. I danni prodotti dallo sviluppo distorto del secolo scorso sono evidenti a tutti, ma ormai tutti gli analisti concordano nel sostenere che il pianeta non può sopportare l’urto dello sviluppo dei paesi emergenti, Cina e India, che stanno bruciando tappe e risorse come mai era successo in passato. Ovviamente tra i catastrofisti ed i preoccupati (gli ottimisti non esistono praticamente più) noi ci collochiamo tra quanti ritengono possibile una svolta significativa, ma il tempo a disposizione si sta riducendo molto più rapidamente del previsto.

Con un quadro di questa natura è normale che la conseguenza sia una generale perdita di fiducia in se stessi e nel futuro, aggravata dall’irragionevole ed irrazionale speranza o ancor peggio convinzione, di poter far da soli, salvaguardando l’orticello di casa.

Questa tentazione è presente a tutti i livelli: nazionale, sopranazionale, locale ed individuale.

Vedete bene, anche scorrendo i dati delle nostre ricerche, che gran parte di questi temi hanno un’influenza diretta sulla realtà modenese. Non si spiegherebbero altrimenti alcune tendenze che vengono evidenziate, specie se le si confronta con i dati reali: ad esempio emergono timidamente, anzi sommessamente, le prime preoccupazioni sul fronte economico, eppure l’economia modenese è in buona salute, esporta e cresce, cresce persino l’occupazione. Allora cosa c’è che non va, cosa è che crea timori e paure sul futuro?

Credo vi sia un problema generale legato all’acquisizione della dimensione mondiale dell’economia e quindi della sostanziale incapacità del singolo ad agire sulle leve delle decisioni. Poi, io vedo invece un problema più specifico costituito dalla precarietà del lavoro, sempre più estesa e ancora non sufficientemente tutelata. In pochi anni, inoltre, sono cambiate anche le persone: il precario che 5 anni fa aveva 30 anni e tutto sommato non si creava particolari ansie, oggi di anni ne ha 35, magari è sposato o convive ed ha un figlio con annesso mutuo da pagare. Quel giovane precario ha una visione della vita e del suo futuro completamente diversa da quella di 5 anni fa.

Occorrono risposte ed occorrono presto: forse la soluzione della progressiva stabilizzazione del rapporto di lavoro è quella giusta, di certo si deve agire per rendere meno conveniente il precariato permanente.< /o:p>

Si può fare qualcosa a Modena? Io credo di sì e non solo attraverso l’alto contributo che verrà dal lavoro della fondazione Biagi: credo infatti che a Modena si possano sperimentare (con l’accordo di tutti gli attori interessati) nuove forme di gestione del rapporto precario, anche se è evidente che una risposta certa deve venire dal governo e dal parlamento.

Di fronte alla complessità dei problemi, come si può agire in una dimensione per noi importante come quella del Comune di Modena, ma assolutamente modesta nella scala generale dei valori?

Intanto, credo, affrontando bene i problemi che sono alla nostra portata e poi non facendoci intimidire dalle dimensioni delle difficoltà, garantendo al Paese quel contributo che Modena non ha mai fatto mancare. Se la nostra esperienza serve, siamo a disposizione, anche per tentare strade nuove.

Immigrazione, lavoro e sviluppo economico, ambiente: su questi tre temi credo si possa agire concretamente per migliorare la situazione nostra e per favorire la crescita più generale dell’Italia. Sono questioni strettamente legate tra loro, intrecci che dobbiamo far risultare virtuosi, portatori di cambiamenti positivi in una situazione che dobbiamo prima di tutto preservare, perché se Modena perde alcune delle prerogative che meglio la rappresentano, senza ancora aver individuato le possibili alternative, il rischio è quello di rimanere a metà strada del processo di innovazione e di estensione dei diritti, mentre noi, abbiamo detto più volte, vogliamo portare il treno della società modenese tutto intero alla prossima stazione, non possiamo permetterci soste impreviste e nemmeno di perdere pezzi lungo a linea.

Rispetto all’immigrazione ci troviamo ad affrontare un fenomeno che non ha precedenti nella nostra storia recente, nemmeno l’immigrazione dal sud d’Italia degli anni 60 e 70 ha avuto questi effetti pur essendo maggiore in termini quantitativi: basti ricordare che tra i circa 18mila stranieri presenti oggi in città si parlano oltre 100 idiomi diversi, sono diversi i costumi, la cultura, la religione.

Credo che su questo fronte noi abbiamo fatto la scelta giusta: servizi universali, uguali per tutti dalla scuola alla sanità, uguali diritti ed uguali doveri. Ciò ha consentito fino ad ora di contenere i contrasti, la conflittualità, entro limiti fisiologici e, avete sentito, dopo un breve periodo di permanenza in pratica ci troviamo di fronte a nuovi modenesi che pensano alla modenese: il valore del lavoro, la famiglia, il senso ed il rispetto delle istituzioni.

Eppure questa presenza estesa sta generando preoccupazione ed inquietudine: una reazione per altro che non trova riscontro nella dimensione effettiva dei problemi reali.

Ad esempio, si fa rilevare che lo spaccio della droga è in mano agli immigrati. A parte il fatto che spesso si tratta di manovalanza al livello più basso della scala gerarchica criminale, credo utile rilevare che purtroppo la droga si spacciava anche prima dell’ondata migratoria, quindi sempre di spacciatori si tratta, e credo poco importi che la bustina venga venduta da un italiano o da un nord africano.

Alcune zone della città si inquietano per la presenza sempre più estesa di negozi specializzati gestiti da immigrati, anche se non producono particolari turbative, semplicemente ci sono e raccolgono persone. E’ giustificata l’inquietudine? Se si facesse riferimento alla sola razionalità, la risposta sarebbe sicuramente un no, così come se si sposassero certe tesi fondamentaliste a rovescio, come risposta avremmo un si. Invece, ancora una volta, la realtà è più complessa e si deve tener conto, chi governa deve tener conto, che ci si inquieta soprattutto a causa di ciò che non si conosce. Per questo, accanto a tutte le nostre politiche, che vanno confermate e rafforzate, dobbiamo riavviare la macchina della conoscenza reciproca, un piano Marshal dell’integrazione culturale, che salvaguardi le differenze, ma che riesca ad esaltare soprattutto i punti di contatto.

Nei prossimi 10 anni, ripeto, accanto a tutte le politiche concrete, credo che l’impegno delle nostra amministrazione si debba caratterizzare anche in questa direzione: promuovere la conoscenza reciproca, rinsaldare lo spirito solidale tipico delle nostre terre. Per questo deve ripartire il confronto col mondo del volontariato e dell’associazionismo.

Occorre creare i presupposti per un cambiamento culturale nelle relazioni tra i cittadini modenesi, soprattutto rispetto al conflitto tra generazioni e tra diverse culture e religioni.

Dovremo quindi implementare e sviluppare l’attività del Punto d’accordo che, oltre a mediare tra i diversi conflitti che possono nascere sul territorio (tra anziani e giovani nei parchi, tra condomini di uno stesso stabile, tra italiani e stranieri), possa agire anche come soggetto promotore di vivibilità e di percezione di sicurezza.

Quindi lo sviluppo della Casa delle culture quale sede di confronto alto, ma forse c’è bisogno anche d’altro: a Modena abbiamo l’esperienza straordinaria del Festival filosofia, ma più in generale abbiamo ormai l’abitudine di organizzare iniziative che coinvolgono tutte le piazze del centro e gli altri luoghi di incontro della città, basti pensare alle centinaia di iniziative dell’estate modenese. Allora perché non pensare allo svolgimento a Modena di un festival multietnico in centro storico, ma anche nelle circoscrizioni, nelle frazioni, nelle polisportive? Possiamo metterci al lavoro anche in questa direzione, coinvolgendo direttamente le comunità straniere presenti in città ed affidandoci al mondo del volontariato: so che non si tratta di interventi risolutivi e che in passato si è già lavorato in questa direzione. Il problema è che ci è fermati, acquisiti i servizi e superata l’emergenza abbiamo pensato che la questione potesse risolversi da sola. E’ così solo in parte: il mondo del lavoro fornisce delle risposte, la scuola sostiene il peso maggiore, le istituzioni garantiscono servizi ed assistenza. Credo sia giunto il momento di alzare il livello dell’intervento, se non riusciamo a farlo a Modena, chi potrebbe riuscirci?

Si tratta di interventi necessari per garantirci livelli elevati di convivenza, ma anche per garantire un futuro alla nostra società. Nel giro di pochi anni, la presenza di immigrati a Modena potrebbe arrivare a superare il 20%, in gran parte giovani e giovanissimi, una parte che deve diventare una risorsa fondamentale: persone, cervelli e capacità da non sprecare in inutili conflitti.  Modena deve aver la capacità di saltare questa fase: passare rapidamente dall’immigrazione alle politiche di  integrazione, senza paure e senza tentennamenti, con coraggio e determinazione.

Lavoro e sviluppo economico. Della necessità di avviare una nuova stagione di stabilizzazione del lavoro ho già detto e ne parleremo più diffusamente nella parte di relazione che affronta i temi specifici. Sullo sviluppo si è molto discusso in questi mesi: ricordate tutti le polemiche su modalità di coordinamento, cabine di regia, ruolo degli enti di promozione e via dicendo…

Io credo di dover ribadire che quella discussione, utile nella sua ruvidezza, partisse però da un presupposto sbagliato: cercava strumenti e modalità per intervenire sulla realtà senza aver ben chiari gli obiettivi. Questo serve, questo non serve, questo va parcellizzato, questo va unificato…si, ma con quale finalità, in funzione di quale obiettivo? Se il tema è generale, tipo “il governo della città”, allora il luogo della sintesi è già fatto e l’hanno indicato chiaramente gli elettori. Anzi, quegli stessi cittadini dicono di aver fiducia nel Comune, al punto da porre problemi e questioni che vanno al di la della competenza comunale. Un atteggiamento che non deve sorprendere: è nella storia di questa realtà che il Comune supplisca alle mancanze dello stato centrale.

Se invece si individuano obiettivi importanti, fondamentali, ma comunque circoscritti, allora la questione cambia radicalmente e di volta in volta si possono formare coordinamenti, gruppi di lavoro o se preferite “cabine di regia” per agevolare il rapporto tra i diversi soggetti che possono concorrere al conseguimento del risultato.

Un esempio per tutti: Cittanova 2000. Si tratta di un intervento che per dimensioni (300 milioni di euro) e valenza economica e sociale, in una città come Modena è pensabile di attuare forse ogni 100 anni. Vogliamo costruire intorno a Cittanova 2000 un concorso di azioni positive che portino da un lato ad individuare le risposte migliori sul piano della qualità dell’intervento e dall’altro ad accelerare i temi di realizzazione.

Guardate, ce n’è per tutti: per Promo, ad esempio, che potrebbe approfondire lo studio dei contenuti e delle modalità per agevolare l’insediamento di imprese ad alto contenuto di sapere; per l’Università che forse dovrà sfornare più ingegneri o, chi lo sa, più esperti di materie umanistiche. Ma credo che un contributo importante possa venire anche dalle associazioni di categoria, e comunque sarà indispensabile una stretta connessione tra le istituzioni locali, regionali e nazionali: basti pensare alla dotazione di infrastrutture, alla mobilità, alla necessità di ridurre l’impatto ambientale. Insomma la classica situazione che richiede uno sforzo congiunto di molti soggetti: è chiaro l’obiettivo, si conoscono gli attori, quindi si può creare lo strumento; ovvero, c’è la sceneggiatura, ci sono i protagonisti di massima, quindi ci si affida al regista.

Perché il nostro obiettivo è quello di vincere l’oscar per il miglior film, non quello per il miglior regista o per il miglior attore.

 

 

 

 

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