Giorgiana Masi e la fatica di conoscere la verita

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Quarant’anni dopo si cerca  la verità sulla morte della studentessa italiana uccisa a diciotto anni durante una manifestazione di piazza nel 1977.

 

 


Chissà se qualcuno ancora ricorda Giorgiana Masi, la ragazza uccisa con un proiettile nel 1977, durante una manifestazione dei Radicali a Roma? Mi è tornata in mente dopo l’uscita del consigliere provinciale Pd Diego Urbisaglia a proposito di Carlo Giuliani, ucciso durante il G8 di Genova, perché anche in quel 1977 Giorgiana fu probabilmente uccisa da poliziotti travestiti da autonomi, che protetti dal fumo dei fumogeni, spararono ad altezza d’uomo.

Ricordate come morì Carlo Giuliani? Lui, a volto coperto, tenta di lanciare un estintore contro un automezzo sul quale stanno tre carabinieri, uno dei quali, dopo avere intimato al ragazzo di andarsene, spara due colpi colpendolo e il mezzo, nel tentativo di fuggire, lo travolge due volte mentre è a terra. Reazione eccessiva? Senz’altro! Paura? Probabilmente. Inadeguatezza? Evidente. Premeditazione? Lo escluderei.

Invece, nel caso di Giorgiana Masi, la premeditazione è una ipotesi consistente, come, ritornando al G8, le torture e le violenze dei poliziotti a Bolzaneto. 

Chi era ministro dell’interno nel 1977? Quel Francesco Cossiga, che nel 2008, durante la protesta nelle scuole di Onda, paragonò quel movimento al terrorismo e sostenne: “In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito (…) Lasciar fare gli universitari. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì”.

Ho accomunato Carlo Giuliani e Giorgiana Masi anche perché entrambi erano dove e come non avrebbero potuto essere; il primo non avrebbe mai dovuto manifestare in modo violento e mascherandosi il volto; la seconda stava partecipando a una manifestazione vietata da Cossiga, voluta lo stesso dall’organizzatore Marco Pannella perché “E’ un dovere disubbidire a ordini ingiusti”. Fra i Radicali si infiltrarono sia autonomi che provocatori e agenti in borghese, sparando da entrambe le parti e creando un pomeriggio di terrore. Pur avendo vietato la manifestazione, Cossiga non impedì che in Piazza Navona fosse allestito il palco, quasi a favorire le condizioni di quel maledetto giorno, per dare una stretta autoritaria. Sono notizie che ho trovato in questi giorni sulla Stampa, nella recensione di Francesco Bei al libro di Concetto Vecchio: ‘Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano’. Ognuno in queste drammatiche storie si porta il suo pezzo di responsabilità, personale e/o politica, nessuno escluso, lasciando a ognuno di noi il dovere di non farne d’ogni erba un fascio, ma pazientemente dividere e analizzare i fatti. Non c’è proporzione tra manifestare in modo illegale e sparare; forse anche tra lanciare l’estintore e sparare.  Certamente, quando lo stato spara, i casi sono due: o si difende da un colpo di stato o lo sta tentando; troppi segnali, indagini, depistaggi, stragi e verità nascoste mi portano a dire che contemporaneamente, all’interno delle istituzioni, in quegli anni Settanta c’era chi difendeva la democrazia e chi stava tentando di ucciderla, impedendo ad esempio di arrivare alla verità  anche nel caso di Giorgina Masi.

Sapete chi era l’unico imputato, cinque anni dopo la sua morte? L’avvocato radicale Bruno Boneschi, legale della famiglia, che si dimise dopo un sol giorno dal Parlamento per difendersi dalla querela per le sue critiche alla sentenza di archiviazione del giudice. Bruno Boneschi, proprio quello che Luigi Di Maio citerà per il vitalizio.

 

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