Galileo Galilei

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           Macerie ed orrori di cui i cattolici dovrebbero vergognarsi e pentirsi. … Non basta chiedere perdono: la consapevolezza degli errori … bla bla bla … occorre ammettere che l’orrenda pena inflitta a Galileo… bla bla bla … la ferocia dell’Inquisizione, emblema del fanatismo clericale … bla bla bla …

Non si ferma più Prissy: il vento soffia impetuoso sulle vele e il vascello della sua kültüra non trova rocce affioranti. Oltre a fare sfoggio dei più triti luoghi comuni, tipici del suo linguaggio radical-chic e progressista, inanella una serie impressionante di sfondoni storici, in parte determinati da effettiva e conclamata deficienza storica, in parte cagionati dalla volontà, ideologicamente congenita, di mistificare la verità storica.

Renzo assiste in silenzio, ma con sguardo divertito, allo sproloquio della consorte. Colomba invece, rivolta verso Prissy, l’ascolta ammaliata, con lo sguardo estatico della mucca che vede transitare il treno.

Approfittando di una pausa, Renzo interviene chiedendo:

          Non ricordo bene, Prissy: quale pena è poi stata inflitta a Galilei?

          Ha evitato per un soffio il rogo, strumento dell’oscurantismo controriformistico dell’Inquisizione, ma non ha evitato la tortura, con la quale lo hanno costretto ad abiurare, ed è stato incarcerato per i restanti vent’anni della sua vita. Gli è rimasta la sola soddisfazione di poter sbattere sul muso al cardinale Bellarmino quell’”eppur si muove” che esprime la forza del libero pensiero contro l’oscurantismo ed il fanatismo religioso.

          Terribile! – commenta sornione Renzo – Ma sei sicura?

           Ma certo! Del resto, fintantoché la religione cattolica è rimasta religione di Stato, i cittadini sono stati perseguiti e condannati semplicemente perché atei o perché non osservanti del precetto di digiuno durante la Quaresima. Se Galileo fosse vivo avrebbe molto da dire in proposito.

          La tua, cara Prassede, è una ricostruzione “parastorica” o meglio “pseudostorica”. In ciò che hai raccontato di storica verità non c’è quasi nulla. C’è invece la solita paccottiglia anticlericale e anticattolica, intrisa di pesanti pregiudizi concettuali, e c’è molta propaganda ideologica, supportata dalla sistematica falsificazione degli eventi passati e presenti. Litanie tediose ed arroganti sempre uguali a sé stesse.

Prissy, colta di sorpresa dall’improvvisa sortita di Renzo, assume un colorito paonazzo e non riesce ad articolare parola.

          Vediamo schematicamente alcuni punti ove hai maggiormente mistificato la verità storica, così Cùmba potrà evitare a sua volta di raccontare in giro codeste panzane. Galilei, oltre ad altre importanti leggi fisiche, grazie al cannocchiale scoprì la montuosità della Luna, le macchie solari e le fasi di Venere, i quattro satelliti di Giove, gli anelli di Saturno, la natura stellare della Via Lattea. Queste scoperte furono confermate e sostenute dagli astronomi gesuiti e lo scienziato fu accolto trionfalmente alla corte pontificia. Il mondo accademico, a causa del favore di cui godeva Galilei, nutriva molta invidia nei suoi confronti. Invidia che peraltro egli ricambiava con insulti e sprezzanti motteggi. Per neutra
lizzarlo i suoi avversari fecero circolare alcune lettere in cui lo scienziato, che riteneva di essere anche filosofo e teologo, sosteneva fosse necessario cambiare alcune parti dell’Antico Testamento. Dopo il processo del 1616, relativo al sistema eliocentrico copernicano, in cui di Galilei non si parla, il cardinale Bellarmino che, oltre ad essere responsabile del Sant’Uffizio, gli era amico, lasciò cadere l’accusa di eresia, (in fondo le famigerate lettere erano private) lo convocò e lo pregò di non sostenere il sistema copernicano come tesi, ovvero come fatto accertato, ma solo come seria ipotesi alternativa. Gli fu inoltre richiesto di occuparsi di scienza e non di teologia. Ad un certo punto, e siamo nel  1631, egli credette di aver trovato la prova della rotazione terrestre nelle maree, cagionate, a suo dire, dallo “scuotimento terrestre che faceva traboccare il mare”. Nel 1632 pubblicò il Dialogo dei massimi sistemi, ponendo in bocca a Simplicio, nomen omen, alcune parole del Pontefice, con evidente scopo canzonatorio. Era troppo. Nel 1633 Galileo Galilei fu convocato dall’Inquisizione e “condannato”. Tuttavia non fece un sol giorno di prigione: fu alloggiato, nell’attesa del processo, in appartamento con cinque stanze, con servitore e vista sui giardini vaticani. Dopo la “condanna” venne ospitato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Galilei accettò la “condanna” ringraziando i giudici per la loro clemenza. Poté tornare ad insegnare la teoria eliocentrica a patto di considerarla appunto una teoria non provata. Dieci anni dopo, nella sue bella villa di Arcetri, raggiunto dall’indulgenza plenaria e dalla solenne benedizione apostolica, spirò, settantottenne, fra le braccia della figlia Virginia (suor Celeste) che raccolse la sua ultima parola: “Gesù”. Nessuna tortura, nessun carcere, nessun impedimento ad incontrare colleghi e religiosi, nessun divieto a pubblicare opere. Il suo capolavoro scientifico, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, è del 1638, cinque anni dopo la “condanna”. Unico obbligo, per tre anni, di recitare una volta alla settimana i sette salmi penitenziali. Il resto, tutto quello che hai blaterato prima, cara Prassede, è solo spazzatura pseudo-storica, simile a tutte le altre spazzature parastoriche che tu ed i tuoi compagni andate propalando da troppo tempo al grido di calomniez calomniez: a cominciare dalle “spedizioni dei pellegrini armati”, ribattezzate dagli illuministi “Crociate”, per proseguire con l’Inquisizione, Giordano Bruno, Galilei, e per finire con l’ultima ignobile idiozia: quella che sostiene che le Twin Towers sarebbero state fatte minare e crollare da G. W. Bush. Quanto al famoso “eppur si muove” Galilei non lo ha mai pronunciato: è un’invenzione di Giuseppe Baretti, del 1757.

Mentre  Colomba segue le parole di Renzo con la bocca aperta e lo sguardo del ruminante assorto, Prissy, livida e muta, assiste al naufragio del vascello della sua kültüra, improvvisamente incagliatosi contro il faraglione della verità storica.

E a brucar seria e lenta seguitò.

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