Fu una mattanza

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I video di Santa Maria Capua Vetere richiamano il G8 di Genova, anche allora, nel 2001, le forze dell’ordine si abbandonarono alla violenza cieca e anche allora, come oggi, si tentò di nascondere, depistare, occultare. Questo è intollerabile perché trasforma l’errore di una persona o di un gruppo in un orrore di sistema.

 


Fa male guardare i video del pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020, come rappresaglia contro la rivolta dei detenuti, definita dal Gip una ignobile mattanza. Le accuse della Procura di Santa Maria Capua Vetere sono dirette a 117 agenti e a tutta la catena di comando dell’amministrazione carceri della Campania; parlano di pestaggi, torture, vendette e linciaggi. Il Domani cita alcuni messaggi fra gli agenti: «Allora domani chiave e piccone in mano», «Li abbattiamo come vitelli», «Spero che pigliano tante di quelle mazzate che domani li devo trovare tutti malati».

Fa male guardare quei video per la violenza gratuita, senza freni, degli agenti e sulla rassegnazione con la quale i detenuti la sopportano, cercando solo di limitare i danni. Una scena che non vorremmo vedere perché dimostra come non basti essere dalla parte giusta per essere giusti; occorre la vigilanza costante e continua della società democratica e delle istituzioni perché chi svolge una professione dura e usurante come l’agente penitenziario non finisca per lasciarsi andare a vendette o tentativi di usare il linguaggio della forza quando non indispensabile.

Purtroppo succedere, come purtroppo succede perfino al chirurgo di sbagliare un intervento; è grave se si tentasse dopo di cambiare le cartelle mediche.

I video di Santa Maria Capua Vetere richiamano il G8 di Genova, anche allora, nel 2001, le forze dell’ordine si abbandonarono alla violenza cieca e anche allora, come oggi, si tentò di nascondere, depistare, occultare. Questo è intollerabile perché trasforma l’errore di una persona o di un gruppo in un orrore di sistema.

Dovrebbe essere questa la preoccupazione maggiore anche del sindacato di polizia penitenziaria e dovrebbe contribuire a ricostruire la verità per salvare la credibilità e l’impegno di tutti gli agenti che operano in Italia, in condizioni strutturali e di affollamento al limite del sostenibile.

“In quelle immagini vediamo la frustrazione delle forze dell’ordine – scrive un sindacalista – condanniamo le violenze ma doveva essere una normale perquisizione dopo le rivolte dei giorni precedenti, poi la situazione è sfuggita di mano”. No. Come dimostrano le chat è stata una azione premeditata. Difficile sostenere piuttosto “”che il 6 aprile 2020 non vi fu alcun uso sproporzionato della forza, e che il tribunale del riesame ristabilirà la verità””.

Speriamo si arrivi ad una verità al più presto; di sicuro il sindacato ha ragione quando esprime preoccupazione per la “”campagna mediatica contro gli agenti, con tanto di nomi e cognomi pubblicati sui quotidiani””. Fino al processo era giusto mantenere il più possibile l’anonimato. Con o senza facce e nomi, la storia non cambia.

 

 

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