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Dai vagoni ferroviari, all'inizio degli anni '60, scesero tra i duecento ed i trecento migranti al giorno, figli di un'Italia felicemente semplice e povera

C’è stato un tempo, che alcuni non hanno vissuto e che altri hanno dimenticato, in cui viaggiavano treni stipati di sogni, provenienti dal mezzogiorno e diretti a Bologna, Torino e Milano. Da questi vagoni, all’inizio degli anni ’60, scesero tra i duecento ed i trecento migranti al giorno, con altrettante valigie di cartone, figlie di un’Italia felicemente semplice e povera. Assieme a loro, quei treni trasportarono voglia e bisogno di lavorare e qualche inutile pregiudizio. Oggi, questa storia torna decisamente attuale, ovviamente con nuovi protagonisti. AIRE, l’istituto anagrafico degli italiani residenti all’estero, ha diffuso gli ultimi dati sull’emigrazione italiana all’estero; il valore più importante è quel +30% di flussi in uscita. Tra le righe, però, emerge un altro dato fondamentale: ad emigrare sono veneti, lombardi e siciliani. Cioè, i treni con i siciliani non fermano più nelle città del nord, o per meglio dire, vi fanno solo una breve sosta, per poi proseguire verso Germania, Svizzera e Gran Bretagna. Infine, tra coloro che salgono su questi treni ci sono i figli dei migranti delle foto in bianco e nero dimenticate nei cassetti. Insomma, siamo un popolo di nomadi, magari sempre con valigie di cartone, ma certo non senza l’orgoglio che contraddistingue i lavoratori più instancabili.

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