Finalmente un sistema per far pagare a tutti, forse, una tassa sgradevole.

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Il  pagamento del balzello non sarà più attraverso bollettino postale (che spesso quando arrivava andava cestinato), ma con l’inserimento  nella bolletta dell’energia elettrica che è fornita al soggetto in cui ha la sua residenza anagrafica.

Se c’è una tassa, dopo quella sulla prima casa (che sembra destinata a scomparire), più odiata dagli italiani, è quella del canone sull’informazione pubblica. Ovvero, quella riguardante il carrozzone della Rai. Tale tassa, attualmente, è evasa da un buon numero di persone (alcune stime parlano di 6 milioni di famiglie non in regola).  Ma, ora, qualcosa dovrebbe cambiare in meglio. Infatti, il pagamento del balzello non sarà più attraverso bollettino postale (che spesso quando arrivava andava cestinato), ma con l’inserimento  nella bolletta dell’energia elettrica che è fornita al soggetto in cui ha la sua residenza anagrafica. In tal modo, il pagamento avverrà ratealmente, non in un’unica soluzione com’è avvenuto fino ad oggi. Infatti, si comincerà a pagare, solo per quest’anno, da luglio e comprenderà le rate scadute da gennaio a luglio. Questa decisione ha provocato, com’era prevedibile, molte reazioni sia negative, sia positive, che sicuramente i lettori avranno già letto e ascoltato in tv. Fra tali disquisizioni, quella di un noto commentatore televisivo che sosteneva che in questo modo la Rai avrà più risorse a discapito delle televisioni private. Sarà, ma io la vedo in un altro modo. A prescindere che sull’informazione non si scherza, e che l’ascoltatore medio italiano è ancora all’età della pietra, non vedo dove ci sia lo scandalo se uno Stato come il nostro, che fa acqua da tutte le parti, decida di fare pagare una tassa che viene dalla notte dei tempi, a tutti. Se invece spostiamo il tiro sul fatto che la Rai non sia ben gestita, spendacciona, clientelare e asservita al potente di turno, siamo tutti concordi. Quando nacque la terza rete, per gli smemorati, denominata Tele Kabul in quanto apertamente schierata a sinistra, anche l’abbonato che non era politicamente di quella parte, pagava il canone obbligatoriamente. Con l’avvento delle televisioni private, sembrò che qualcosa potesse cambiare. Sbagliato. Ancora oggi, salvo sporadici casi, l’informazione rimane sempre omologata. Il pianto che scende spesso dalle guancie dei proprietari delle reti televisive minori, o per meglio dire locali, quando dicono che per mancanza di entrate si chiude la porta alla libera informazione, fa un po’ scappare dal ridere. Se la vostra audience è bassa, ci sarà un motivo! Con tale discorso faccio, per esempio, riferimento alla mia regione, l’Emilia Romagna. A buon intenditore, poche parole. Lo stesso discorso vale anche per le reti private più importanti? Credo di sì.  A conferma di quanto detto mi viene in aiuto la rivista mensile Storia in Rete, fascicolo di dicembre. Rivista che consiglio, ai nostri liberi lettori, per gli articoli spesso controcorrente rispetto all’informazione conformata che è divulgata. Nell’area riservata alle lettere dei lettori lo storico Luciano Garibaldi, dopo avere risposto al quesito di un lettore che coinvolgeva in parte Silvio Berlusconi parlandone in bene, e il fatto che gli organi d’informazione in Italia ne avessero parlato poco, terminava scrivendo – Quanto alla sua osservazione sul fatto che i media italiani abbiano quasi ignorato il fatto, due spiegazioni: l’informazione di sinistra, ovviamente è stata coerente con se stessa; quella di destra (abilmente controllata in buona parte da ex lottacontinuisti passati a suon di milioni sul carro del miliardario) le notizie che potrebbero davvero giovare al loro anfitrione preferisce ignorarle -. Termino con l’auspicio che le maggiori entrate servano veramente a  migliorare un servizio e a renderlo più pluralista. Un sogno, lo so! 

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