Festa della Donna …….e quelle che ancora non conoscono l’8 marzo?

Condividi su i tuoi canali:

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su email
Condividi su print
Condividi su whatsapp
Questa settimana il calendario include l’otto Marzo. Bice, inutile dirlo, ama i fiori, compresa la mimosa. Bisognerà dunque parlarne con abbondanza di argomenti...vedi gli aggiornamenti all'interno

Come i lettori hanno ben compreso la redazione di Bice è composta di soli uomini.

Come tali, quasi certamente, non possiamo esprimerci, in occasione dell’otto marzo, come richiesto dalla sensibilità e dalle aspettative al femminile, ma al massimo, da uomini potremmo divagare parlando di donne. Il risultato finale potrebbe risultare non dei migliori mentre, al contrario, “parliamo di donne” è il titolo della rassegna stampa di questa settimana: una raccolta di articoli da non perdere: si parla anche di un convegno di due giorni a Milano, dei cui lavori vi terremo informati, dove circa 400 donne tutte imprenditrici, metà italiane e metà straniere, saranno coinvolte. Tra queste vi saranno donne islamiche (dietro il velo un nuovo potere?) a dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno che il mondo sta cambiando.

Poi in questo numero, per uscire dal rischio “banalità” nel volere enfatizzare o banalizzare la festa della donna abbiamo pensato di pubblicare due provocazioni. (telefono erotico e ‘tanti auguri’ fa parte dello scanzonato giovin gaudente).

Due esempi estratti dal mucchio, dove il maschio e la donna del terzo millennio non risultano trionfanti nei ruoli e nemmeno nelle loro intenzioni.

Nessun intento dissacratorio dunque, ma una sollecitazione per tutti a non “abbassare la guardia” specie quando si tratta di usufruire di conquiste tra le più sensibili e soggette a vari ripensamenti!

Ciò detto ci fermiamo: lasciamo alle lettrici lo spazio e le sollecitiamo ad inviarci le loro considerazioni suggerite dalla festa della donna. Saremo ben lieti di pubblicarle con la certezza che potranno servire a renderci migliori.

A tutte un buon otto marzo da parte di questa redazione.

 

07 marzo 2007-03-03

 

“C’è da festeggiare o non sarebbe il caso di riscoprire l’8 marzo come giornata di riflessione sulla condizione delle donne che ancora vedono i loro diritti ignorati o sopraffatti? Se è un triste dato di fatto che la condizione femminile – in termini non solo di pari opportunità ma di elementari diritti umani – è critica in tanti Paesi, è ancor più grave constatare che in un Paese come il nostro, nel quale l’acquisizione di pari diritti e doveri tra uomini e donne dovrebbe essere un dato accertato, per tutte e non solo per le italiane, ci siano ancora tante storie di donne immigrate sottomesse, violate ed ignorate.”

 

Ho tratto queste considerazioni dall’articolo dell’ Avvenire che potete consultare nella rassegna stampa  parliamo di donne , contenuta nella rubrica Bice ripensa e approfondisce .

 

Questo vuole essere  un invito a ragazze, signore, figlie o mamme ad inviarci loro riflessioni su questo  8 marzo 2007.

Inviatele a redazione@dabicesidice.it verranno pubblicate in questo spazio.

*****

08 marzo 2007

Doveri verso gli uomini.

 

Avrei scelto il silenzio, un po’ sorpresa e in qualche caso assai delusa  dalla lettura di  certe  esternazioni e commenti, che non posso condividere…Ma la  Redazione di Bice, “tutta al maschile” ma, come ho detto in altre occasioni, non certo maschilista, invita le Lettrici a collaborare alla pagina dedicata alla Festa della Donna, con molto  garbo e stile.

Per questo accolgo volentieri l’invito  a scrivere un pensiero, anche se  lo faccio andando forse controcorrente…

Non sono femminista, né amo questa “festa”… perché, paradossalmente, secondo me,  il dover attirare l’attenzione sulla Donna con una ricorrenza chiaramente dimostra che questa attenzione, come pure il  rispetto, l’ammirazione, la premura, la considerazione… cose normali, giuste,  dovute… non sono sempre presenti…e allo stesso tempo fa pensare a una specie debole,  da tutelare e proteggere in qualche modo.

Ho letto molto sulle donne,  in  questo numero di   Bice, sempre scritto da uomini, eccetto un paio di timide eccezioni…

Non giudico i contenuti dei commenti,  perché non mi appaiono tali.

Non  sono  commenti, sono slogan  su nonni “saggi”, articoli di giornale su improbabili e inutili  inchieste, nostalgiche rievocazioni del passato e di donne forse mai esistite, perennemente in ciabatte, in cucina, e, naturalmente, in stato interessante…

Ho usato volutamente questo delicato modo di definire chi aspetta un bambino, perché mi ricorda la mia infanzia, e le nonne, e le mamme, e i papà che in nostra presenza mai avrebbero usato parole esplicite come “incinta”…

Di questo ho nostalgia, come ho nostalgia di un giorno in cui io, nemmeno diciottenne, sono entrata in sala, e gli ospiti, colleghi di mio padre, si sono alzati in piedi per salutarmi…Anche fra molti anni, non potrò dimenticare questo gesto cavalleresco e gentile, forse persino sproporzionato rivolto a una ragazzina…

Certo ora nessun uomo fà gesti così anacronistici ma non importa, anzi,  la stima, la considerazione, l’ammirazione e l’amicizia si possono esprimere, e sono ancora più gradite, se sono cameratesche, informali, sincere. Ho avuto la fortuna nella mia vita di incontrare, nella mia famiglia d’origine, nel lavoro, nel matrimonio, nell’amicizia,  uomini con  un concetto elevato delle donne, e questo mi ha educato a rapportarmi con loro “da pari a pari”, ma allo stesso tempo sempre  con molta ammirazione e senza nessuna rivalità.( …capita ovviamente  anche qualche “caso disperato” ma come tale lo valuto, ignorandolo)

Tornando ai contenuti dei commenti su Bice, che non giudicherò, affermo tuttavia  che, ancora una volta, ad uscire con le ossa rotte da tutto questo è la figura maschile…che in qualche caso pare ancora non abbia capito, non solo il profondo  valore della donna, (anche della nutrita schiera delle donne che rompono come simpaticamente  e giustamente mi ha ricordato  “il maschilista”) ma non ha capito nemmeno la componente fondamentale dell’universo femminile, ossia il desiderio di essere “solo” alleate e compagne dell’uomo, non certo nemiche.

Certo la lunga schiavitù delle donne è una delle  pagine più oscure della storia umana…e io stessa, pur non amando il femminismo so che la gente definisce femministe tutte le donne che esprimono sentimenti e idee che le differenziano da uno zerbino…e che, sicuramente, una donna deve cercare di essere due volte più in gamba di un uomo per ottenere la metà e per avere quasi gli stessi riconoscimenti…Non importa, si può accettare anche questo.

Per quanto gravi, queste cose non giustificano estremismi e lotte…e, pur con il doppio dell’impegno e della fatica, è possibile la realizzazione femminile, professionale e umana. Mai come oggi le donne sono consapevoli, preparate, motivate…anche di fronte alle difficoltà e avversità.

Ma questa festa non è certo inutile.

Ora, fra i doveri primari delle donne del ventunesimo secolo c’è quello di aiutare le donne in grandissima difficoltà, a qualunque cultura, religione, etnia appartengano… e quello, forse ancora più difficile, di aiutare qualche aspro e ingiustificato detr
attore del genere femminile  a rivedere i propri giudizi, riconsiderando le donne, e il rapporto con loro, senza astio e con maggiore onestà e serenità.

Riappropriandosi della femminilità nella sua accezione più vasta,  senza sentirsi in alcun modo inferiori né superiori all’uomo…ma solo  uguali e, per fortuna, differenti.

Maria

 


 

 

Da più versanti della vita sociale e culturale sta emergendo in questi anni una messa in discussione dei canoni della maschilità che, se da una parte trova consonanza e terreno fertile nel vissuto interno di ogni uomo, dall’altra incontra tenace resistenze dell’uomo “sociale”, saldamente ancorato all’immagine narcisistica di un maschio che continua a nascondere dietro muscoli di facciata un’identità virile confusa e traballante.

Il maschio di oggi è “” incastrato “” nelle pastoie dei ruoli tradizionali la cui rigidità contribuisce oramai solamente a “”castrarlo “”, non tanto o non solo degli attributi tipicamente maschili, ma soprattutto della possibilità d’espressione di quanto più autentico esiste in lui come individuo tendente all’autorealizzazione e alla crescita attraverso l’intimità.

Gli uomini contemporanei sono smarriti, alla ricerca di una via di cambiamento che riconoscono necessaria, ma che è difficile da percorrere in quanto porta con se il rischio, potenzialmente illuminate e devastante allo stesso tempo, di svelare il fragile piedistallo che da troppo tempo sorregge la metà “” invulnerabile “” dell’universo.

Gli uomini si sentono isolati desiderano ardentemente una maggiore vicinanza e intimità emotiva, ma non sono disposti a prendersi il peso della responsabilità di chiederla; non vogliono rinunciare all’immagine onnipotente di sé, anche quando, e questo avviene sempre più spesso, scoprono la bellezza di abbandonarsi all’altro, e intuiscono la forza di donare all’altro la propria fragilità. (…)

La corsa continua al superamento del controllo dell’altro impedisce il contatto con le proprie dimensioni interne più autentiche, sacrificate sull’altare di una immagine fittizia e dolorosamente vuota perché priva di legami autentici e nutrienti, in una reciproca negazione di identità in cui non esiste scambio profondo, reale e genuino. (…)

Gli uomini hanno bisogno di un nuovo codice di relazioni, ma non ne sono chiaramente consapevoli e non sanno come muoversi. La maschilità sembra tutto da inventare, nelle relazioni con l’altro sesso, ma soprattutto come vissuto di identità integrata e multidimensionale, in cui le ferite “” normative “” dello sviluppo maschile e il processo di socializzazione sembrano costruire la base delle difficoltà che l’uomo del ventunesimo secolo incontra durante il ciclo vitale, come uomo, partner, padre, lavoratore, amico. (…)

Molti uomini sono in crisi; molti sono furiosi per i cambiamenti culturali sociali degli ultimi decenni che hanno spazzato via le antiche certezze che sorreggevano una maschilità comoda quanto faticosa, stabilmente radicata quanto precaria sui pilastri d’argilla della rigidità, dell’aridità emotiva e del silenzio. (…)

 

All’interno della stessa cultura i ruoli di genere non sono statici. Il comportamento di ruolo cambia nel tempo. Ciò che in un certo periodo storico può essere considerato un comportamento maschile appropriato, in un altro può risultare inadeguato. (…)

Nell’antichità la mascolinità era equiparata alla vita del coltivatore, allevatore e guerriero. Un uomo doveva lavorare duramente nei campi per produrre cibo a sufficienza per sé stesso e la propria famiglia. Allo stesso tempo, egli era spesso chiamato a difendere la sua proprietà dagli attacchi delle tribù nemiche.

Durante l’impero romano il patrizio possiede gli schiavi che lavorano per lui e assolda guerrieri stranieri per combattere le sue battaglie. Il vero uomo conduce una vita elegante alla corte dell’imperatore, tra prostituzione e cultura elevata.

Il cavaliere medievale ritorna ad essere tutto sangue e fatica. Ancora una volta essere maschio vuol dire essere valoroso o, industrioso e battagliero ( e i servi non sono considerati veri uomini ).

Con il Rinascimento emerge la figura del Cavaliere gentile con la sua armatura scintillante e il corteggiamento delle belle ragazze. È un uomo romantico che non nega o reprime i propri sentiment
i.

Il periodo successivo è quello della riforma, del protestantesimo e dei calvinisti. Il peccato peggiore di questo tempo è la pigrizia. L’uomo deve essere serio, misurato, austero, composto, calmo e tranquillo, equilibrato, assennato, ragionevole e discreto. L’autocontrollo e la disciplina sono le virtù primarie.

L’uomo illuminista si mette in ghingheri e frequenta l’alta società, è attento alle ultime mode e segue un ben preciso codice di comportamento e decoro maschile.

Il più recente periodo dell’uomo puritano risale al XIX secolo: è l’uomo d’affari vittoriano o il colonialista  americano, che incarnano l’ideale maschile del coraggio, della determinazione e del vigore. Per quest’uomo c’è una stretta connessione tra virilità e utilità sociale; l’uomo che porta a compimento i doveri verso la famiglia la comunità è una persona da ammirare e  un vero maschio.

L’uomo del ventesimo secolo, in particolare degli anni 60 e 70, sembra avere un atteggiamento del tipo libertario, a cominciare dalla tolleranza per le relazioni extraconiugali e per le attività o omosessuali. (…)

Gli anni ’80, quelli del consumismo reazionario, hanno in qualche modo riaffermato una nuova filosofia puritana basata sul lavoro duro sui tradizionali valori familiari. L’uomo degli anni ’80 aggressivo è guidato dal desiderio di status e potere.

Negli anni ’90 è sembrato affacciarsi alla ribalta un nuovo ideale. L’implacabile, ambizioso e duro uomo d’affari del decennio precedente ha forse ceduto il passo ad una nuova identità maschile basato sulla sensibilità, l’affetto e l’espressività emozionale. (…)

Gli uomini del ventunesimo secolo brancolo disperatamente nel buio di una maschilità da reinventare; per trovare il proprio posto nel mondo si muovono confusamente nel vuoto di identità lasciato dalle trasformazioni degli ultimi decenni, sforzandosi in modo perplesso, esitante, titubante di definire se stessi in relazione alle circostanze degli ultimi anni così radicalmente trasformate: che cosa significa lavorare alle dipendenze di una donna? Che cosa significa essere un uomo sensibile?

Gli uomini appaiono spaventati incerti di fronte alla necessità di una ridefinizione dell’identità di maschio. Sono confusi impauriti, ma anche arrabbiati, perché hanno perduto tutti i riferimenti che servivano a definirsi in passato. La definizione del maschio si è fatta sempre più difficile da identificare. L’uomo non sa più che uomo essere. Non è più accettabile per un uomo essere quel genere di “” vero uomo “” che era una volta, ma allo stesso tempo i maschi non hanno ancora avuto la possibilità di arrivare ad essere quel tipo d’uomo che immaginano, che desiderano. E questa perdita di identità li disorienta e li paralizza. [1]

 

 

Ho voluto citare queste righe, scritte da due uomini, perché estremamente esaurienti e significative.

Non si crucci Maria dei commenti di taluni “uomini”, anzi, per questi lancio una provocazione: perché non pensiamo ad una festa anche per loro? Magari l’8 ottobre….

 

Gian Carla



[1] Edoardo Giusti – Lino Fusco, Uomini, Roma, 2002, p. 11-25

 

 



 

[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...

“PREMIO EMAS 2022”

L’ Ente Parchi Emilia Centrale vince il “Premio Emas 2022” per la dichiarazione ambientale piú efficace a livello nazionale L’Ente Parchi Emilia Centrale ha vinto

“Cavalleria Rusticana”

Sabato 2 luglio alle 21:30 presso il Piazzale della Rosa di Sassuolo si terrà una esecuzione integrale in forma di concerto dell’opera di Pietro Mascagni “Cavalleria Rusticana”; il prestigioso appuntamento