Fausto Dionisi, uno dei tanti

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Estradizioni negate, riabilitazioni, sconti di pena, indulto, scarcerazioni facili sono cronaca ordinaria.

Non entro ora nel merito, se siano giusti  o meno, ma da questi provvedimenti i familiari dei caduti per azioni di terrorismo, in particolare, sono feriti e offesi, così come dal colpevole oblio  verso le vittime,  uccise in questo modo una seconda volta.

Fausto Dionisi è uno dei tanti.

Oggi, 20 gennaio, ricorre il trentunesimo anniversario dell’uccisione  di Fausto Dionisi, (6 ottobre 1954 – Firenze, 20 gennaio 1978)  durante un assalto di un commando di Prima Linea. Pur ricordato da familiari, colleghi, amici, con  iniziative benefiche, manifestazioni ufficiali e sportive, è sconosciuto ai più.

Ben altra sorte, sicuramente più benevola, hanno avuto  i terroristi, in particolare  Sergio D’Elia, coinvolto nell’attentato, arrivato nella sua escalation fino a sedere in  Parlamento.

Nella loro fredda tragicità, ecco le parole che riassumono gli eventi, tratte dal sito http://www.cadutipolizia.it , sito non Istituzionale dedicato ai Caduti della Polizia di Stato Italiana.

 

Firenze, 20 gennaio 1978.

Verso mezzogiorno una donna molto giovane suona il campanello dell’alloggio di servizio adiacente al carcere delle Murate, dove abita il maresciallo degli Agenti di Custodia responsabile della vigilanza della struttura penitenziaria. Con uno stratagemma si fa aprire la porta dalla moglie del maresciallo e, tenendola sotto la minaccia di una pistola, fa entrare altri due giovani, che subito cominciano a segare le sbarre di una finestra che si affaccia sul cortile interno del carcere.

Nel frattempo i due detenuti Renato Bandelli e Franco Jannotta terminano un identico lavoro, cominciato di buon mattino: stanno finendo di segare le barre di una finestra della cella in cui sono rinchiusi. Il piano del commando è evidente: aprire una via di fuga ai due detenuti attraverso l’appartamento del maresciallo, dopo aver divelto le sbarre della finestra che da sul cortile.

In quel frangente, una pattuglia della Volante, composta da tre Agenti di P.S., giunge davanti al carcere e si trova di fronte altri due terroristi, uno armato di mitra e l’altro di rivoltella, che improvvisamente aprono il fuoco contro gli agenti. Fausto Dionisi, colpito in pieno petto, si accascia al suolo e morirà poco dopo, appena trasportato in ospedale. L’agente Dario Atzeni, colpito da quattro proiettili all’altezza dell’inguine, verrà salvato dopo un disperato intervento chirurgico. Il terzo agente, fortunatamente illeso, risponde al fuoco dei terroristi, che gli lanciano contro una bomba a mano e riescono a fuggire. La guardia Dionisi lascia la moglie ed una figlia in tenera età.

La responsabilità del fatto è attribuita all’organizzazione di estrema sinistra Prima linea e pochi mesi dopo i membri del commando vengono arrestati, insieme agli ideatori dell’azione ed ai dirigenti del movimento, che viene smantellato.

Fra gli organizzatori del piano figura Sergio D’Elia, allora esponente di spicco di Prima Linea. Arrestato nel maggio del ’78, viene condannato per concorso in omicidio, in qualità di mandante, a trent’anni di reclusione, poi ridotti a 25 in appello ed infine dimezzati in applicazione della legge sulla dissociazione dal terrorismo e per altri benefici di legge, venendo scarcerato dopo dodici anni. Nel 1993 milita nel Partito Radicale e fonda l’associazione “Nessuno tocchi Caino”.

Nel 2000 è riabilitato, con sentenza del Tribunale di Roma.

Nel 2006 viene eletto al Parlamento Italiano quale deputato del partito Rosa nel Pugno ed ottiene l’incarico di Segretario della Camera dei Deputati.

Non solo D’Elia, ma anche altri terroristi occupano posti di privilegio e di potere come assistenti di vari politici, oppure sono per così dire sdoganati e affollano a pieno titolo la ribalta come intellettuali, giornalisti, scrittori rispettati, figure cui ispirarsi, come esempi.

La vita umana è sacra, tanto quella di un poliziotto caduto facendo il proprio dovere, quanto quella di un terrorista o di un delinquente comune, morti in un conflitto a fuoco con le Forze dell’Ordine… Ma di questi ultimi si parla a lungo, e con sdegno, forse dimenticando la differenza tra chi del terrorismo è stato vittima e chi del terrorismo è stato artefice e responsabile.

Ricordare anche qui, in questo numero di Bice, che vede la luce in quello stesso 20 gennaio, data  dell’uccisione di  Fausto Dionisi, non è  lo sterile esercizio della commemorazione che si unisce alle altre eventuali,  ma un modo per ringraziarlo e farlo conoscere.

Perché Fausto Dionisi, e tanti altri come lui, sono spesso ricordati senza un nome, senza  un volto, solo nume
ricamente, talvolta giusto un cenno generico al numero delle vittime.

E vuole anche essere  testimonianza   di rispetto e gratitudine a tutti  gli appartenenti alle Forze di Polizia.

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