Evangelizzatore o boy scout

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Non è questione religiosa individuare il corretto atteggiamento da adottare quando risulta inutile fare il volenteroso boy-scout e trascinare la vecchietta dall’altra parte della strada, quando non ha alcuna intenzione di attraversare

Prendo lo spunto dall’articolo Occidente e Islam, per una riflessione sulla necessità di evangelizzare, primaria per chi si professa cristiano.

Io trovo difficile, inutile anzi, “”evangelizzare”” chi non vuole farsi evangelizzare, e non gli passa neppure per l’anticamera del cervello l’dea di poter essere evangelizzato.

Semmai, il massimo della vita, per gli islamici,  è l’opposto, ossia far convertire i cristiani.

Il top dei top, potremmo definirlo questo traguardo, se ci fosse un punteggio assegnabile alle conversioni più appetibili. Un po’ quello che facciamo noi cristiani, c’è poco da scandalizzarsi, che consideriamo una medaglia al valore aver sottratto all’Islam un credente.

Spesso dimentichiamo che non è una gara, che non si deve correre a riempire solo numericamente il “sacco” delle conversioni.

Come dimentichiamo che, purtroppo,  nella vita, il posto per l’anima, e per la trascendenza lo si sente sempre meno, soffocato dal quotidiano, dai guai e dai problemi, della salute, del lavoro, della famiglia, che sovrastano ogni altra voce. E’ così, e a nulla serve virtuosamente sottrarsi a queste colpe.

Apriamo gli occhi al mattino  e ci affacciamo alle nostre pene, ai nostri problemi, alla nostra quotidiana  intensa vita, fatta di impegni e scadenze, più o meno gradevoli, più o meno desiderati, ma tutti da onorare. Talvolta, in giorni particolarmente bui, chiediamo appena che  nessuno ci faccia perdere tempo, che nessuno ci ostacoli, che nessuno ci giudichi, che nessuno si metta tra noi e ciò che dobbiamo fare, per essere parzialmente sereni.

C’è posto, in tutto questo, per l’anima? Chi lo sa. Forse.

Ma per primi dobbiamo tornare, noi, a recuperare nel nostro intimo, quella che mi pare l’essenza dell’identità cristiana.

Oltre a tutte quelle belle e sante cose, che cerchiamo di fare,  come smettere di ammazzare, rubare, raccontare balle, desiderare donne di altri( non so se bisogna evitare di desiderare  uomini altrui,  non è specificato, J ) e la roba d’altri, per essere cristiani credo sia necessario, anche e soprattutto,  credere che l’altro, chiunque sia l’altro, abbia diritto al nostro rispetto e, se lo accetta, al nostro dialogo e al nostro aiuto.

Solo se vuole.

Perché è inutile fare il volenteroso boy-scout, e trascinare la vecchietta dall’altra parte della strada, quando non ha alcuna intenzione di attraversare.

Più che evangelizzare, quindi, nella società civile la prima cosa da insegnare “all’altro da sé” islamico o altro,  è che la sua libertà termina dove inizia la nostra, che il suo primo dovere è quello di rispettare le leggi civili e che non può, mai, per nessun motivo, arrogarsi il diritto di imporre i suoi diritti e i suoi desideri, quando questi violino le nostre leggi e i nostri diritti e desideri.

Triste quanto si vuole, ma il primo comportamento corretto da esigere è quello da cittadino, quello pubblico, che è valutabile, e censurabile, in base alle leggi e alle consuetudini del nostro paese. Questo vale per tutti, non solo per gli islamici, beninteso, ma per ogni straniero. E  straniero è anche chi delinque, perché non appartiene al consesso civile, alla società organizzata e diretta dalle leggi, società dalla quale volontariamente si esclude, quando commette qualsiasi reato.

Direi che è già sufficiente (mi basterebbe, parlo personalmente) che il musulmano o l’extracomunitario, o lo straniero in generale non viva di espedienti, non uccida, non violenti, non rubi, non spacci, non occupi ogni spazio libero stravaccandosi su panchine e prati, non esiga che si tolgano i crocifissi dalle scuole, non giudichi una  rappresentazione  “”blasfema e oscena”” l’affresco  in San Petronio[1]  dove il profeta dell’Islam non è esattamente a suo agio, e tantomeno che ne chieda la rimozione. Etc. etc.

Non escludo, fra le cose che mi farebbero tanto piacere, anche una loro fre
quentazione più assidua dell’acqua e sapone, anche a buon mercato, perché essere in coda in un ufficio, o in un supermercato, o peggio che mai, semplicemente nello stesso banco a scuola, o  vicini di tavolo in una pizzeria, non è confortevole. Sarebbe utile ricordare, anche a noi stessi, che nelle nostre famiglie, semplici, o addirittura anche povere, ci veniva insegnato, anche con un salutare scappellotto, magari, a lavarci, prima di ogni altra cosa. Scappellotto che non ha lasciato strascichi nella nostra delicata psiche, alla faccia  delle teorie del dottor Benjamin Spock.[2]

Poi se, obtorto collo, costretti a comportarsi bene, questi signori nel loro intimo ci riempiono di contumelie, pazienza, non si può piacere a tutti, e non si può, per ottenere la loro simpatia, rinunciare, noi, in casa nostra, ad essere liberi.

Non padroni, liberi.


[1] Affresco di Giovanni da Modena in Cappella Bolognini, dove Maometto è mortificato e umiliato da un diavolo intento a deturpargli il volto, come descritto nel canto XXVIII dell’Inferno.

[2] O meglio, di chi, con  una lettura assai semplicistica  dei suoi studi,  accusa il Dr. Spock di aver promosso un sistema pedagogico basato sulla permissività e di aver causato danni ad almeno tre generazioni. Dare uno scappellotto, anche salutare, è considerato gravissimo.

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