Europa senza confini

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Un’Europa senza confini? Cui prodest? Sicuramente alla minoranza delle grandi aziende economiche che domina il mercato e non alla maggioranza dei popoli


Nel numero 131 della rivista Storia in Rete, c’è un interessante articolo dello storico americano Victor Davis Hanson (che invito a leggere), pubblicato il mese scorso sul quotidiano Los Angeles Times in cui si parla dei confini. La rivista italiana è un periodico di storia a 360° che mi sento di consigliare a chi vuole avere una chiara visione di come certi avvenimenti storici vadano interpretati basandosi su prove acquisite sul campo e non come dettati dalla retorica di parte. Hanson chiude il suo articolo con la frase – Fra amici, i confini non protetti rinforzano l’amicizia: fra nemici, confini fortificati mantengono la pace -. Questa frase, sicuramente, fa venire il mal di pancia ai talebani dell’accoglienza che non vogliono sentire parlare di muri anti-migranti non rendendosi conto che, di fatto, sono al servizio di pochi, ovvero di potenti circoli capitalistici che vedono questa migrazione sotto un unico aspetto. Un ottimo affare economico! Aspetto economico che può variare dai denari da destinare all’accoglienza alla mano d’opera a basso costo. Premetto ai lettori che non m’incanta il capitalismo, né tanto meno il comunismo. Ambedue sono le facce della stessa medaglia. Entrambi hanno, chi nel passato chi nel presente, lo scopo di rendere tutti più poveri a esclusivo vantaggio di una minoranza di ricchi, in un caso, e di una minoranza politica nell’altro. Discorso chiuso: sarebbe troppo lungo spiegare che esiste una terza via. Detto questo bisognerebbe cercare di illustrare e informare gli italiani che l’accoglienza fatta in questo modo, alla lunga (forse anche non troppo), non è sostenibile. Dobbiamo essere consapevoli che tale atteggiamento peggiorerà le condizioni di vita dei popoli che ricevono e che si devono fare economicamente carico dei nuovi arrivati. Sarà un conto della serva, ma quanto costa alla sanità anche solo l’utilizzo di 150.000 siringhe per altrettante dosi di vaccino per i nuovi arrivati? — Niente – mi risponde il solito buonista della domenica – paga l’Europa (che, tra parentesi, siamo noi)-. A questa risposta ti verrebbe la voglia di mandarlo a quel paese. Invece, stai calmo perché sai che il suo cervello è ormai all’ammasso e sarebbe inutile spiegargli, ma ci provi, che, probabilmente, anzi, certamente, ci saranno dei tagli alla sanità e dovremo pagare certe prestazioni che oggi sono gratuite. Difficile, però, fare ragionare delle persone che vedono in quest’accoglienza un modo per lavarsi la coscienza dalla colonizzazione e si sciacquano la bocca con la frase – Siamo stati anche noi dei migranti-. Giusto, ma sono passati un centinaio d’anni da quando gli italiani sono andati per il mondo e, questo, soprattutto negli ultimi decenni, è radicalmente cambiato. Quindi, non si possono fare paragoni. Invece, i poveri pensionati italiani hanno il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, di pagare l’affitto e le bollette nel breve termine che resta loro ancora da vivere. Rimanendo in tema d’immigrazione mi domando se questi soloni sanno che quando le grandi nazioni colonizzatrici mollarono alla guazza l’Africa (ai tempi della guerra fredda), creando nuovi stati (abbandonando così i coloni che lavoravano sul campo), le grandi Company strinsero accordi con i dittatori di turno, più o meno feroci, ma tutti (salvo rari casi e vale la pena di citare il grande Nelson Mndela), tesi a fare soldi per mantenere i vantaggi acquisiti nello sfruttamento del loro territorio. Ci siamo riusciti anche noi con l’Eni (company) in Libia. Prima, con quel bonaccione di Re Idris El Senussi, in seguito con il dittatore Mu’ammar Gheddafi. Però, il rais espulse senza troppi complimenti ventimila italiani per la maggioranza piccoli agricoltori e commercianti. Sarà un caso, ma per l’Etiopia, la Somalia e l’Eritrea, dove le comunità italiane erano formate da piccole e medie aziende agricole (e di altro genere), che contribuivano al benessere di quei popoli, le cose andarono in maniera diversa. Riprendendo la frase sopra enunciata dallo storico Hanson, non bisogna sottovalutare l’aspetto militare. Ora, anche il più stolto dei buonisti saprà che molte delle persone che giungono in Italia sono di religione islamica. Quindi, ci si propone una scelta. Credere agli islamici “dal volto umano” che fanno da portavoce nei talk show politici e alla pletora di catto-buonisti che chi vuole la guerra (e quindi la relativa sottomissione degli infedeli all’unico Dio) è solo un gruppo minoritario? Oppure, come dice il detto ‘per non sapere ne leggere ne scrivere’, prendiamo qualche precauzione. 

Non si sa mai! Si vis pacem, para bellum.

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