Energia, Infrastrutture e Ambiente

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Continua la pubblicazione dei quaderni dell'energia Il nucleare si apre in Inghilterra e Spagna. E l’Italia?

 

 

I Quaderni dell’Energia

#3

Il mix delle grandi sorgenti di energia elettrica

Un giacimento gigante per i rigassificatori

Il nucleare si apre in Inghilterra e Spagna. E l’Italia?

 

Ing. Giuseppe Venturi

 

 

 

Carbone, rigassificatori e nucleare

 

Il dibattito sul futuro delle centrali elettriche da tempo ha visto l’ENEL contrapposto all’EDISON. Infatti mentre l’ENEL sta puntando sul carbone per aumentare la produzione riducendo contemporaneamente i costi, Quadrino (a.d. Edison) più volte ha dichiarato che mentre la soluzione a breve è quella dell’incremento del numero dei rigassificatori, complementati dagli stoccaggi sotterranei, per alimentare le nuove centrali elettriche turbogas a ciclo combinato che hanno un altissimo rendimento e un basso impatto ambientale, producendo la metà di CO2 rispetto alle centrali a carbone, la soluzione a lungo termine – sempre secondo Quadrino –  è data solo dal nucleare che è capace di produrre grandissime quantità di energia con emissioni di gas serra praticamente pari a zero, ammesso che l’energia usata per l’arricchimento dell’uranio sia anch’essa di origine nucleare.

Edison, è impegnata nella costruzione del terminale di rigassificazione ‘Isola di Porto Levante’, 15 Km al largo di Porto Levante (Rovigo) in joint venture con Qatar Petroleum (45%) e Exxon Mobile (45%), l’unico rigassificatore attualmente in fase di realizzazione in Italia. Per potere superare gli ostacoli posti dai comitati ipocondriaci antitutto ha dovuto proporre la creazione di una enorme isola in cemento armato costruita in Spagna e rimorchiata fino al punto prescelto dove verrà ‘affondata’ e zavorrata per posarsi stabilmente al fondo del mare. Il terminale, che sarà operativo nel 2008, importerà il gas metano compresso e liquefatto a 160 gradi sottozero dal North Field del Qatar con navi metaniere altamente specializzate, avrà una capacità di produzione 8 miliardi di metri cubi all’anno, ed una capacità massima di stoccaggio di 250.000 metri cubi di GNL (2 serbatoi da 125.000 metri cubi l’uno). Il gas verrà poi inviato a Minerbio per l’eventuale stoccaggio ed il dispacciamento. Edison ha anche in progetto un secondo rigassificatore in Toscana e due nuovi gasdotti, fra Italia e Grecia e fra Algeria e Italia.

Gli industriali ed i consumatori tutti si chiedono se il costo di questo  rigassificatore costruito in mezzo al mare, certamente maggiore rispetto ai costi dei rigassificatori dei concorrenti spagnoli, non annullerà il vantaggio dato dall’acquisto di gas liquefatto che in principio è più a buon mercato.

Non vorremmo cioè che si ripetesse la storia già vista dell’Alta Velocità che in Spagna costa un terzo rispetto a quella italiana. Il consumatore potrebbe stancarsi di accollarsi i costi dell’inefficienza del paese, e gli industriali sono sempre più preoccupati dalla difficoltà incontrata a competere con paesi che, come la Spagna, hanno costi dell’energia più bassi.

 

 

Perchè i rigassificatori?

Un giacimento gigante di gas  che esporta via nave

 

 

Il maggiore giacimento del mondo di gas naturale e condensati, quello del Golfo Persico (Arabian Gulf), un gigante in assoluto, non è ancora collegato ai grandi mercati di consumo via  gasdotti. Il gigante è per due terzi di proprietà del Qatar (giacimento del North Field, scoperto nel ’71, con 27 mila miliardi di mc di riserve recuperabili di gas), e per un terzo dell’Iran (giacimento di South Pars, scoperto nel ’90, con 12 mila miliardi di mc di riserve recuperabili di gas).

Per dare un’idea l’Italia ha consumato nel 2007 84 miliardi di mc di gas, il che significa che questo gigante ha un potenziale pari a 464 anni di consumi italiani di gas. Teniamo quindi sott’occhio questo gigante mediorientale perché potrà contribuire sensibilmente a diversificare gli approvvigionamenti europei di gas naturale che oggi sono proiettati a concentrarsi rigidamente via gasdotto su Russia ed Algeria, e lo potrà fare a prezzi competitivi: i due proprietari del giacimento sanno bene che chi estrarrà e venderà più gas e più rapidamente avrà la possibilità di sottrarre il prezioso gas anche al vicino, lucrando quindi legalmente anche su quel gas non suo e che, essendo mobile, si sposta facilmente verso chi ‘tira’, verso chi produce di più. Da qui la gara per vendere e, speriamo, con prezzi da ‘saldo’, utilizzando impianti di liquefazione per navi metaniere.      

L’esportazione di questo gas viene fatta principalmente a mezzo navi metaniere che scaricano il metano compresso e liquefatto a 160 gradi sottozero nei serbatoi superficiali delle stazioni di rigassificazione. Il gas,una volta rigassificato, viene inviato poi negli stoccaggi sotterranei e nella rete dei gasdotti. Il Qatar possiede 8 linee di liquefazione più 6 in costruzione che congiuntamente esporteranno a regime 106 miliardi di mc di gas liquefatto all’anno all’India, Corea del Sud, US, UK, Giappone, Spagna e, speriamo, Italia. L’Indonesia, il maggiore esportatore del mondo di gas naturale liquefatto fino al 2005, è stato sorpassato nel 2006 dal Qatar.

 

 

 

Molto interessante anche il progetto della Dolphin Gas Development, una joint tra Mubadala Development (ricordate lo sticker sulla Ferrari?), la compagnia per lo sviluppo e gli investimenti,del governo di Abu Dhabi, e quindi dell’Emiro di Abu Dhabi, al 51%, la Occidental (Oxy) degli US ed i francesi della Total col 24,5% ciascuno. Il progetto da cinque miliardi di $ è stato realizzato con la perforazione di  24 pozzi nella parte chiamata ‘Kuff’ del North Field del Qatar ed il loro collegamento agli impianti di Ras Laffan con un gasdotto sottomarino costruito dalla nostra Saipem del gruppo ENI. Ras Laffan è poi stato collegato all’Abu Dhabi con un gasdotto anch’esso costruito dalla Saipem di 370 Km con tubi da 48 pollici e della portata di 56 milioni di mc giornalieri. Da Abu Dhabi il gasdotto raggiunge Ras al Khaimah ed Al Ain nell’est degli Emirati, e, con un gasdotto da 24” di 182 Km, alimenterà gli enormi impianti integrati di desalinizzazione e di produzione di energia elettrica dell’emirato di Fujeirah, impianti che prima usavano il gas proveniente dall’Oman, paese che, essendo ora a corto di gas, lo importerà dal Qatar via Abu Dhabi per fare fronte agli impegni di esportazione via nave.

Gli approvvigionamenti europei futuri di gas non potranno fare a meno di fare riferimento a questa possibilità viste le potenzialità immense delle riserve e la stabilità politica del Qatar, se si vuole ridurre il peso strategico di paesi politicamente sensibili come la Russia ed instabili come l’Algeria, e questo sarà possibile solo con la costruzione in Italia di rigassificatori e stoccaggi sotterranei, come ha già fatto la Spagna. Questo potrebbe permettere non solo di garantire gli approvvigionamenti, ma anche di rompere il semimonopolio dell’ENI con una maggiore diversificazione e di ridurre i costi di importazione e quindi i prezzi al consumatore. Non è un caso che l’industria ceramica del modenese stia soffrendo perdendo concorrenzialità anche per gli alti costi del metano, e di questo se ne sta avvantaggiando la concorrenza spagnola che può acquistare il gas anche dal Qatar a prezzi più bassi dei nostri.

L’Inghilterra riapre al nucleare ed al carbone pulito

 

Nel suo primo discorso di fine anno, il premier britannico Gordon Brown, che dopo aver ricevuto il testimone da Tony Blair si appresta a giocarsi nel 2008 le migliori carte a sua disposizione per dimostrasi all’altezza di condurre i laburisti alla quarta vittoria elettorale consecutive, ha dichiarato che intende rilanciare con forza il nucleare. La prima riunione di gabinetto del 2008 ha appoggiato un piano per autorizzare la costruzione di una serie di centrali elettronucleari di nuova generazione coi costi a totale carico delle società elettriche, nonostante le resistenze degli ambientalisti e di membri dello stesso partito laburista. Il 10 Gennaio 2008 John Hutton, l’equivalente inglese del nostro Bersani, ha annunciato al parlamento che intende invitare le compagnie elettriche a fare proposte concrete per la costruzione e gestione di centrali nucleari di nuova generazione. Il governo inglese ha deciso per un rientro alla grande nel campo dell’elettronucleare: il piano prevede la costruzione di 20 centrali che saranno costruite senza alcun contributo governativo. L’opposizione (conservatori) ha immediatamente appoggiato questa decisione che ora ha un appoggio trasversale e bipartisan totale. Da recentissime informazioni provenienti dal ministero dell’industria presieduto dal laburista Hutton, la decisione sul numero ed ubicazione delle stesse sarà presa tra brevissimo tempo. “”E’ inconcepibile – è stato dichiarato al ministero – che, date le circostanze che dovremo affrontare negli anni a venire, si possa escludere il nucleare dal mix  del nostro panorama energetico””.

Il Regno Unito, che oggi produce con le sue 19 centrali nucleari il 18% dell’energia elettrica necessaria al paese, sarà il primo paese, dopo la Finlandia e la Francia, a riprendere la costruzione di nuove centrali nucleari, e lo sta facendo alla grande. La decisione ha riacceso gli entusiasmi dei fautori del nucleare in tutta Europa dopo anni di stagnazione. Tra i punti del nuovo programma vi è l’accelerazione dell’iter amministrativo per la concessione dei permessi,  l’abolizione dei sussidi governativi, fatte salve le emergenze, l’eliminazione dei limiti sulla quota di elettricità prodotta dal nucleare e sul numero totale delle centrali costruite, e la totale responsabilità degli operatori sullo stoccaggio delle scorie e sul decommissioning, lo smantellamento del reattore a fine vita impianto.

Un reattore di nuova generazione ha un costo di circa 5 miliardi di Euro e ha bisogno di circa sei-otto anni per essere costruito.

L’EDF francese, in società con AREVA e col gruppo inglese Amec ha immediatamente annunciato di essere pronta per costruire a proprie spese in UK quattro centrali nucleari di cui la prima sarà terminata entro il 2017, British Energy che opera con otto centrali ha annunciato piani per costruirne altre quattro sugli stessi siti delle precedenti, e anche la tedesca E.ON ha deciso di intervenire con proposte significative. Anche le tre spagnole Union Fenosa, Endesa e Iberdrola, oltre agli svedesi di Vattenfall, ai turchi ed ai portoghesi  faranno proposte.

L’Italia è completamente assente da questo gigantesco progetto di rinascita elettronucleare. Chi dobbiamo ringraziare per questo?

Sellafield, il grande centro inglese di riprocessamento delle scorie, ha deciso di ampliare il servizio di stoccaggio delle scorie radioattive dopo un accordo coi comuni delle aree interessate che permetterà alle amministrazioni comunali di ricevere un sostanzioso contributo che, nel caso dei comuni della Cumbria potrà superare i 100 milioni di euro entro il 2050. Il piano di Hutton prevede anche di aumentare il contributo delle rinnovabili dal 5% odierno al 15% nel 2015.

Il Comune di Medway, Kent, UK ha dato la propria disponibilità ad accettare la proposta di E.ON per la costruzione di una centrale elettrica ‘pulita’ a carbone, con cattura dei fumi che verranno stoccati nei giacimenti depletati di idrocarburi del Mare del Nord. Il progetto da 3 miliardi di euro, che rappresenta la prima centrale a carbone costruita negli ultimi 20 anni, dovrà ora avere l’OK del governo centrale.

I governi italiani potrebbero prendere decisioni di questo tipo?

 

La Spagna: più nucleare, più carbone pulito, più eolico

 

Unesa, l’associazione delle industrie elettriche spagnole, ritiene che per garantire il soddisfacimento della domanda nel lungo-termine dovranno essere realizzate in Spagna “almeno tre nuove centrali elettronucleari”. In un documento diffuso a fine 2007, Unesa (di cui fanno parte Endesa, Iberdrola, Unión Fenosa, HC Energía e Viesgo) delinea una strategia energetica al 2030, che contempla l’aumento della capacità nucleare spagnola dagli attuali 10.000 MW (8 reattori) a 12.600 MW 11 reattori). Unesa propone anche la costruzione di ulteriori 3.900 MW a carbone (dotati di sistemi di cattura e stoccaggio della CO2), al fine di rendere sostenibile la spesa per il potenziamento del parco.  Realizzando 6.500 MW a carbone ad emissione zero e il nucleare, ha spiegato il presidente dell’associazione, Pedro Rivero, gli investimenti necessari di qui al 2030 saranno infatti di circa 49,6 miliardi di euro, mentre ricorrendo alle sole fonti rinnovabili tale cifra si eleverebbe a 71,9 miliardi di euro.

Sempre in Spagna Acciona Energía ha avviato tre parchi eolici per complessivi 115,5 MW in Catalogna. I parchi, che hanno comportato un investimento complessivo di 144 milioni di euro, sono quelli di Serra del Tallat (49,5 MW), Serra de Vilobí (40,5 MW) e Serra de Rubió II (25,5 MW), tutti realizzati con aerogeneratori da 1,5 MW prodotti da Acciona Windpower. I nuovi parchi permettono ad Acciona di portare la sua capacità eolica installata in Catalogna a 195 MW.

 

Perchè queste cose da noi non possono succedere?

 

 

L’Italia si sta aprendo al nucleare?

 

Parrebbe di sì, leggendo i dati della ricerca presentata dall’Osservatorio Scienza e Società a Venezia, nel corso del convegno The Future of Science, dedicato al tema dell’energia (The Energy Challenge).

Su quasi mille persone intervistate, se il 38 per cento continua a essere contrario alle centrali, il 37 per cento si è detto favorevole. Al di là dell’esistenza di due blocchi contrapposti, numericamente molto simili, lo studio mostra un rafforzamento del fronte “pro-nucleare”: nel 2003, infatti, i favorevoli non superavano il 22 per cento.

Stando a questi dati, quindi, in quattro anni ci sarebbe stato un aumento di 15 punti percentuali della popolazione propensa all’energia nucleare. E si tratterebbe degli stessi consensi erosi alla schiera dei contrari che, sempre nel 2003, ammontava al 56 per cento.

A vent’anni dal referendum del 1987 che sancì per l’Italia la chiusura delle centrali atomiche, l’indagine sembra rivelare una tendenza in atto a favore del nucleare. A promuovere questo nuovo orientamento, sarebbe una convinzione  generalizzata della necessità di ridurre la dipendenza dai paesi produttori di petrolio (37,6%) e il rischio di esaurimento delle fonti non rinnovabili (35%). L’apertura al nucleare viene soprattutto dagli uomini (il 49,8% rispetto al 25% delle donne) e dalle persone con un più alto titolo di studio.

Secondo L’Osservatorio Scienza e Società, i dati riflettono un cambiamento delle paure degli italiani: se in passato si temeva soprattutto per la sicurezza degli impianti (20% nel 2003, rispetto al 10% di oggi), ora la preoccupazione maggiore è rappresentata dall’approvvigionamento dell’energia. Chi continua a essere contro, invece, (in prevalenza persone tra i trenta e i quaranta anni) evidenzia la necessità di ricorrere a fonti alternative (45%) e lancia l’allarme sul problema dello smaltimento delle scorie (il 24% rispetto al 32% del 2003). Per quanto riguarda il restante 25 per cento degli incerti, la stragrande maggioranza di questi sostiene di non avere le competenze per decidere (76%) e non manca chi è convinto che i pro e i contro sul nucleare si equivalgano (23%).

Intanto A2A e la controllata (insieme a Edf) Edison stanno approntando il piano per verificare la possibilità (eventuale e futura) di realizzare delle centrali nucleari anche nella Penisola. In realtà, a quanto appreso da fonti vicine a Foro Buonaparte, lo studio sarebbe finalizzato più che altro alla definizione di numeri certi e scientificamente provati sul nucleare. Ovvero: quanto costa realmente, che tempistiche richiede, quali tecnologie sarebbero più convenienti e sicure, e via dicendo. Su questo starebbe lavorando Energy Lab, la fondazione costituita lo scorso 6 settembre da Regione Lombardia, dalle Università Bicocca, Bocconi, Cattolica e Statale di Milano, e dalle Fondazioni Edison e Aem.

“”Il fatto di essere usciti dal nucleare, a mio parere ed io non sono un fanatico del nucleare, e’ stato forse un errore””. Lo ha affermato, durante la trasmissione di Rai3 “”Le Storie-Diario Italiano”” il 14 gennaio 2008, il presidente di Aem Giuliano Zuccoli, secondo cui l’energia atomica rappresenta “”una delle risposte al fabbisogno di energia che i cittadini del mondo chiedono””.

Zuccoli ha sottolineato i progressi tecnologici nella produzione di energia nucleare e il basso livello di incidenti su un totale di 400 reattori in funzione nel mondo. In particolare il presidente di Aem ha precisato che i reattori di quarta generazione saranno capaci di produrre energia consumando un decimo rispetto ai reattori di seconda generazione ma saranno in funzione solo tra 30-40 anni, periodo in cui occorrerebbe passare “”attraverso l’utilizzo, ancorche’ limitato, dei reattori di terza generazione””.

A tal proposito, Zuccoli ha affermato che in Italia “”ci sono le condizioni per costruire nel giro di 5 o 6 anni un reattore di terza generazione molto performante”” come stanno facendo in altre nazioni europee.

“”Dobbiamo valutare da una parte il rischio che fra pochi anni il sistema energetico imploda sia molto alto e dall’altra il rischio nucleare. Noi ingegneri crediamo di poter dare delle risposte sia da un punto di vista della sicurezza che da una punto di vista dello smaltimento dei rifiuti””, ha concluso il prossimo presidente del consiglio di gestione di A2A.

 

Il Ministro per lo Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani nel Settembre 2007, a margine della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici, così liquidò le proposte avanzate dal centrodestra su un ritorno al nucleare: “Lanciare oggi un piano nucleare significhebbe mettere in bolletta una cifra paurosa, e già abbiamo sulla bolletta tutti gli esiti del nucleare precedente”.

Noi suggeriamo al ministro Bersani di fare una visita di istruzione e di aggiornamento al governo laburista ingle
se per capire perché mentre in UK pensano di potere fare 20 centrali nucleari senza che il governo tiri fuori un solo penny, da noi “il nucleare significhebbe mettere in bolletta una cifra paurosa”.

 

I governi inglesi di sinistra la pensano molto diversamente dai loro omologhi italiani.

 

 

 

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