Emergenze ambientali, in favore delle zone terremotate del maggio 2012

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Discussione del disegno di legge:

(576) Conversione in legge del decreto-legge 26 aprile 2013, n. 43, recante disposizioni urgenti per il rilancio dell’area industriale di Piombino, di contrasto ad emergenze ambientali, in favore delle zone terremotate del maggio 2012 e per accelerare la ricostruzione in Abruzzo e la realizzazione degli interventi per Expo 2015 (Relazione orale)(ore 17,07)

 

 

 

GIOVANARDI (PdL). Signor Presidente, il tempo limitato mi obbliga ad affrontare solo due argomenti contenuti nel decreto-legge in esame che, come al solito, è diventato un provvedimento omnibus e che quindi, in quanto tale, si riferisce a molte questioni importanti come, ad esempio, il terremoto verificatosi in Emilia-Romagna. Due aspetti ordinamentali ad esso legati credo abbiano riflessi giù generali sulla civiltà giuridica e sul modo con cui in Italia si affrontano i problemi.

Come sapete, purtroppo, per quanto riguarda la ricostruzione, a Modena siamo fermi al palo, nel senso che i famosi 6 miliardi di euro che sarebbero stati stanziati dalla Cassa depositi e prestiti in quella notte d’agosto sono in larga parte inutilizzati, perché né le imprese né le famiglie hanno presentato domanda, o l’hanno presentata in misura limitatissima. Questo perché? Perché – e mi rivolgo al Governo – dopo quasi un anno non si è ancora capito come funziona il meccanismo che regola l’utilizzo di quei 6 miliardi. Ma non è che non l’ho capito io: non lo ha capito nessuno!

Oggi se un cittadino o un’impresa si reca in banca per chiedere di accedere a questo contributo che le banche dovrebbero utilizzare per scontare le famose cambiali Errani, cioè per pagare le fatture, si trova a dover firmare un contratto in cui la persona richiedente ed i suoi eredi si impegnano per 25 anni a restituire la somma su semplice richiesta della banca, che può recedere in qualsiasi momento da questo che considera un finanziamento, basta che cambi la normativa o un regolamento nazionale.

Allora, è un contributo? È un finanziamento? La legge dice che è scontabile solo il credito d’imposta in capo al beneficiario, cioè il cittadino, che chiede il prestito. Qualche mese più tardi una circolare di Befera ha stabilito che non è così, che si può traslare tutto sulle banche e che sarebbe il credito d’imposta delle banche. Questa circolare sarebbe stata assunta in base a una legge, anche se non è chiaro, se le banche non hanno capienza di credito d’imposta, dove vadano a prendere il credito d’imposta. Fatto sta che siamo a giugno e questi nodi non sono stati ancora sciolti.

Ho con me un piccolo manifesto che è stato mostrato al Presidente del Consiglio quando è andato in visita in quelle zone, in cui si parla di un’incredibile beffa dello Stato ai terremotati dell’Emilia, i quali, per avere i contributi devono firmare un vincolo che per 25 anni obbliga loro, i loro eredi e le imprese a restituire i soldi.

Mi rivolgo al Governo chiedendo che risolva tale problematica perché la gente, i cittadini non sanno quanto lo Stato risarcisce delle opere di ristrutturazione che devono fare, se il 100, l’80 o il 70 per cento. Si deve altresì chiarire il credito d’imposta. Ricordo ai colleghi che in questo decreto, come in tantissimi altri, tutte le volte che si va a cercare una copertura, questa viene sempre trovata nei famosi 6 miliardi, che girano come gli aerei di Mussolini. Allora, su questi 6 miliardi cosa stiamo caricando? Quali importi stiamo caricando? Quanto rimane davvero per i terremotati?

È urgente sciogliere questi nodi normativi, altrimenti è evidente che alla fine dell’anno, su 6 miliardi, arriveremo a pagare circa 60 o 70 milioni e il prossimo anno arriveremo magari a 200 milioni: sono risorse teoricamente stanziate, che però rimangono inutilizzate.

Vorrei poi soffermarmi su un secondo aspetto, e vorrei rivolgermi al presidente Grasso (che però leggerà il resoconto), dal momento che ha una particolare esperienza in materia. Ricordo ancora una volta che la normativa della white list, attualmente in vigore, è stata introdotta nell’ordinamento nell’agosto scorso e obbliga tutte le aziende che lavorano per la ricostruzione dopo il terremoto ad iscriversi in questa lista e a superare un esame antimafia. L’interdizione antimafia scatta sulla base di questi presupposti che vi ricordo per l’ennesima volta, perché credo che il Parlamento debba anche avere contezza che, quando si scavalcano la Costituzione e le garanzie democratiche, i risultati sono poi devastanti, come quelli che si stanno verificando.

Il prefetto di Modena in un’interdittiva ha scritto che, come più volte riportato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, il concetto di tentativo di infiltrazione mafiosa (siamo a quei provvedimenti fatti per impedire il “”pericolo di””), in quanto di matrice sociologica e non giuridica, si presen
ta estremamente sfumato e differenziato rispetto all’accertamento operato dal giudice penale, che è signore del fatto, e che la norma (quella del pericolo) non richiede che ci si trovi al cospetto di un’impresa criminale, né si richiede la prova dell’intervenuta occupazione mafiosa, né si presuppone l’accertamento delle responsabilità penali in capo ai titolari dell’impresa sospettata, essendo sufficiente che dalle informazioni acquisite tramite gli organi di polizia (non dalla magistratura, ma dalla polizia), si desuma un quadro indiziario che, complessivamente inteso, ma comunque plausibile, sia sintomatico del pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l’impresa e la criminalità organizzata.

Il prefetto continua, poi, affermando che, considerato che, per costante giurisprudenza, la tutela antimafia non mira all’accertamento delle responsabilità, ma si colloca come la forma di massima anticipazione dell’azione di prevenzione, inerente la funzione di sicurezza, per cui assumono rilievo per legge anche fatti solo sintomatici ed indiziari, le informative possono essere fondate su fatti e vicende aventi un valore sintomatico ed indiziario perché mirano alla prevenzione, a prescindere da concreti accertamenti in sede penale dei reati.

Mi diranno i colleghi meridionali che non dico niente di nuovo, ma noi del Nord eravamo forse abituati diversamente e ritenevamo, come ritengo, che la lotta alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta, non dovesse essere fatta sulla base del sospetto, ma su fatti concreti, severissimi e spietati. Diceva Falcone che il sospetto è l’anticamera della calunnia. C’è un danneggiamento? Un fatto di capitale? C’è un’intimidazione? C’è ‘assunzione di personale? Si interviene con la massima decisione. Ma, scritto così, qualunque impresa può essere oggetto dell’interdittiva, come è capitato ad un’impresa di Modena con 500 operai che rischia di fallire per questo motivo, sulla base di supposizioni. Inoltre, naturalmente, ogni prefetto è assolutamente libero di applicare come ritiene questa normativa.

L’altro giorno, in Commissione è stato accolto dal Governo un mio ordine del giorno con il quale si impegna il Governo su tre questioni.

Il primo impegno è a precisare in modo migliore, nel momento in cui scattano le misure interdittive, quali sono i fatti concreti e rilevanti, come previsto per i consigli comunali. Ricordo che un consiglio comunale può essere sciolto in presenza di elementi concreti e rilevanti che possono indurre a pensare che vi sia un pericolo di infiltrazione, non un rapporto episodico. Vi assicuro che si tratta di questo: basta che un’impresa abbia un rapporto con un’altra impresa dotata di certificato antimafia, ma il cui titolare ha a Crotone una parentela con una persona che lavora in un’altra impresa che non c’entra niente con la prima e la seconda che scatta l’interdizione per evitare il “”pericolo di””. Voi potete ben capire che, alla stregua di questi collegamenti, nessuno può essere al sicuro di incorrere in situazioni che possano comportare danni di decine o centinaia di milioni di euro proprio nelle zone terremotate. Sto parlando di una realtà che coinvolge la prima impresa della provincia di Modena. Lo Stato, quindi, deve dare maggiori precisioni, per evitare il “”pericolo di””, quando interviene in fase preventiva.

In secondo luogo, quando interviene, lo Stato deve mettere il prefetto e il titolare dell’impresa nella condizione di nominare un commissario, una persona di fiducia per entrambi, che possa, nel momento in cui si verifica effettivamente l’esistenza del pericolo o il pericolo viene rimosso perché viene rinnovato il consiglio di amministrazione o viene allontanato il dipendente eventualmente sospettato, far lavorare nel frattempo l’azienda, portare avanti i contatti ed essere pagata. Ricordo che l’interdittiva impedisce a coloro che si sono avvalsi del lavoro dell’impresa di fare i pagamenti, creando quindi un problema di disoccupazione e impedendo il ricorso alla cassa integrazione.

Presidente, faccio presente che siamo arrivati al paradosso che, se una impresa del mantovano, del modenese o del Veneto ha rapporti con un’altra impresa munita del certificato antimafia – e quindi è assolutamente regolare – la quale però, a sua volta, è “”sospettata di””, le viene data la misura interdettiva, mentre quella del Meridione continua a lavorare perché dotata del certificato. Quindi, l’impresa che rappresenterebbe “”il collegamento con”” continuerà a lavorare, a differenza dell’altra impresa sul territorio a cui viene inibita ogni possibilità.

Gli impegni del Governo sono pertanto quelli di essere più preciso; di permettere all’azienda, nel momento in cui viene interdetta, di continuare ad esercitare la propria attività avvalendosi di una terza persona e quindi non fallire e di garantire l’occupazione; infine di far sì che l’azienda, la quale, su indicazione del prefetto, ha adempiuto a tutto ciò che le è stato richiesto (ha rinnovato il consiglio di amministrazione e ha rimosso le cause del pericolo di infiltrazione), possa presentare domanda di revoca della misura interdittiva.

Mi sembrano questi tre aspetti davvero importanti, anche di civiltà giuridica. Il Parlamento dovrebbe soffermarsi al riguardo, invitando il Governo a fissare bene, nel più breve tempo possibile, per decreto-legge, i paletti – lo ripeto – per una lotta alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta che serva a colpire la criminalità e non a favorirla. Quando si ammazzano le aziende sane del Nord, mi domando chi possa prendere poi il loro posto. Probabilmente in tal modo facciamo un favore alla criminalità organizzata portando avanti una lotta alla criminalità non circostanziata e precisa, ma basata soltanto – come dicono le premesse – su fumose analisi sociologiche. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

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