Emergenza clima

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Emergenza clima: scienziati divisi

di Giorgio Bastiani

 

C’è un’emergenza di riscaldamento globale?

Ma chi lo ha mai detto?

Più della metà degli studiosi che si sono occupati del clima e dei suoi cambiamenti non è d’accordo nell’affermare che esiste un’emergenza di riscaldamento globale e che l’uomo ne è responsabile.

Un ricercatore medico, il dottor Klaus Martin-Schulte, ha passato in rassegna 528 studi sul cambiamento climatico pubblicati dal 2004 al febbraio del 2007. Da notare: si tratta dello stesso metodo impiegato dal professor Naomi Oreskes nel 2004 per giungere alla conclusione che l’uomo è “”in qualche modo”” responsabile (ma non è detto che sia la causa principale) del riscaldamento globale. Ebbene: l’aggiornamento di questo sondaggio rivela proprio l’opposto. Degli studi passati in rassegna, solo il 7% afferma esplicitamente che l’uomo è responsabile per il riscaldamento globale, il 38% non lo dichiara ma lo accetta come ipotesi, ma il 48% non lo afferma, mentre il 6% degli studi tende a dimostrare la tesi opposta, quella secondo cui l’uomo non influenza il clima. Di tutti gli studi presi in considerazione, solo uno giunge alla conclusione che il riscaldamento globale provocherà conseguenze catastrofiche.

 

Il nuovo sondaggio di Schulte, che è stato pubblicato il 29 agosto sul sito del Comitato per l’Ambiente e i Lavori Pubblici del Senato degli Stati Uniti, contraddice direttamente quanto è affermato dall’International Panel of Climate Change (IPCC) dell’Onu, secondo cui “”al 90%”” l’uomo e la sua attività hanno un impatto sul mutamento globale della temperatura.

Non si pensa mai a questi numeri quando, alla televisione, si sente parlare di “”Global Warming”” o di “”emergenza clima””. Si dà sempre per scontato che “”tutti gli scienziati”” sono d’accordo nel dire che: se si va avanti di questo passo con la nostra continua espansione di attività inquinanti, la temperatura continuerà a salire, i poli si scioglieranno e saremo desertificati o sommersi dagli oceani nell’arco di un cinquantennio o poco più.

La divisione interna al mondo scientifico reale, non quello rappresentato dai rapporti politici e mediatici, non dovrebbe permettere di avere “”certezze”” simili.

Eppure… eppure il catastrofismo paga. I media traggono un guadagno sicuro dalla diffusione dell’allarmismo, perché possono vendere di più i loro servizi se svelano alla gente un pericolo imminente, magari un pericolo di cui solo pochi saggi sono al corrente. E’ un qualcosa che fa sentire la gente intelligente e impegnata in una causa comune. E permette agli artisti (come tutti quelli che hanno partecipato al Live Earth) di trovare una nuova battaglia con cui possono attirare un pubblico planetario, mostrandosi come profeti.

 

Non per nulla, alla paura del riscaldamento globale è subentrato un clima di attivismo politico e morale, tanto che un ecologista scettico ora può essere paragonato a un negazionista dell’Olocausto, come sta avvenendo già oggi negli ambienti liberal negli Stati Uniti. Gli scienziati che si oppongono apertamente alla tesi del Global Warming rischiano la carriera e incominciano ad essere minacciati fisicamente.

Esemplare è il caso del professore canadese Timothy Ball, che ha ricevuto cinque minacce di morte via email da quando ha reso note le sue perplessità sul grado in cui l’uomo starebbe contribuendo al cambiamento climatico. Una delle email lo avvertiva che, se avesse continuato a parlare, non avrebbe vissuto abbastanza da assistere al continuo surriscaldamento del pianeta. Commentando il fatto, il professore ha dichiarato che: “”I governi occidentali hanno pompato miliardi di dollari in carriere e centri di ricerca e questi si sentono minacciati. Posso tollerare di essere chiamato scettico, perché tutti gli scienziati dovrebbero essere scettici, ma adesso hanno iniziato a chiamarci negazionisti, come se stessimo parlando dell’Olocausto””.

 

Molti politici di sinistra traggono un vantaggio diretto dalla campagna contro il Global Warming: è la scusa che permette loro di attuare quella che la filosofa individualista Ayn Rand chiamava la “”rivoluzione anti-industriale””, la volontà, cioè, di distruggere il capitalismo nel nome della difesa dell’ambiente dopo che il marxismo si era dimostrato del tutto inadeguato nel fornire un modello alternativo. Che siano più o meno consapevole di questo ideale, politici di sinistra ormai caduti in disgrazia, come Al Gore negli Stati Uniti, sono tornati alla ribalta esclusivamente grazie allo sfruttamento della paura per il Global Warming. Anche movimenti marxisti radicali sconfitti, come l’ex PKK turco, ora si sono dati una nuova verniciatura ecologista radicale. E anche la retorica del presidente/dittatore venezuelano Chavez è intrisa di ecologismo.

Tuttavia la battaglia contro il Global Warming, come denuncia il professore canadese, coinvolge anche grandi interessi e non solo quelli dei nuovi rivoluzionari.

L’applicazione coerente ( ?!? ) del Protocollo di Kyoto, che prescrive la riduzione drastica delle emissioni di anidride carbonica, avvantaggerebbe l’Unione Europea sugli Stati Uniti e l’Occidente in generale su Cina e India. 

 

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