Elezioni regionali: analisi del risultato

Condividi su i tuoi canali:

None

di Alberto Venturi

Le urne rimbombano e l’Emilia perde la sua passionaccia per la politica e la comunità. Vince Renzi ma è una vittoria cadmea. Vince la Lega perché è contro, non per meriti, mentre si sentono le note di un’orchestrina, quella del Titanic: o si cambia marcia o si andrà a piedi.

 

Le urne questa volta hanno urlato, non parlato… anzi, hanno rimbombato del vuoto di schede, chiudendo mestamente una giornata di non festa, perché l’Emilia si ritrova senza più quella passionaccia politica che l’ha resa grande, speciale e studiata in tutto il mondo, non capendo ancora se l’ha lasciata da qualche parte o irrimediabilmente persa.

Se guardiamo alla divisione delle poltrone, ha nuovamente stravinto il Pd e non poteva finire diversamente visto che la più quotata concorrente, Forza Italia, ha scelto come al solito di autodilaniarsi, dimostrando la sua non credibilità come forza di governo. Renzi ha ragione: il Pd ha riconquistato le sue poltrone, ma è l’ennesima vittoria cadmea, fratello contro fratello, oppure di Pirro, con perdite talmente alte da risultare una sconfitta.

Se leggiamo i numeri, all’astensionismo priapico dobbiamo aggiungere il voto ‘antisistema’, che ha portato la Lega Nord al 19,42% e ha tenuto il Movimento Cinque Stelle al 13,26%. Ovvero, alla maggioranza degli Emiliano-Romagnoli che non ha più fiducia nel proprio ruolo di cittadino e nella possibilità di influire per modificare la situazione, si deve aggiungere anche quella parte che ha trasformato la sfiducia in ‘avversità attiva’ e opera per un cambiamento totale. Lo fa in maniera apolitica, con un voto ‘contro’ senza prospettiva se non l’abbattimento dell’attuale struttura, ma ciò non significa la capacità di costruirne un’altra. Viene premiata la Lega Nord, non certo una forza verginella, visto gli anni trascorsi al governo, nei quali ha contribuito a riforme centralistiche capaci di  mortificare il federalismo, si è rivelata inefficiente sul fronte dell’immigrazione e non ha dato buona prova di sé neanche sul fronte dell’etica politica. Ma contava soltanto essere ‘contro’ e Salvini lo è stato.

A leggere i risultati seggio per seggio, Lega Nord e Movimento Cinque Stelle, ora l’uno, ora l’altro secondo il radicamento in quel particolare miniterritorio (strada, quartiere, frazione), dominano dove maggiore si sente la crisi, nelle periferie urbane e culturali, dove il potere è più lontano, più sordo e più sordido, dove categorie fino ad oggi protette e sostenute economicamente grazie al generale benessere (gli abbonati dei servizi sociali come stile di vita, chi è stato abituato a non pagare i servizi senza che si chiedesse loro alcunché in cambio), si trovano a doversi arrangiare anche perché nuovi poveri avanzano, spesso con lingue, colore della pelle e religione diversa; nei quartieri operai rimasti senza diritti e senza un domani a causa del dilagante precariato come condizione più diffusa; nei giovani senza un domani una volta finita la scuola.

Usando invece le preferenze come pratica aruspicina, leggo la conferma di Enrico Aimi (Forza Italia) e la bocciatura di Luciano Vecchi (Pd) come il segno che a determinare le vittorie nelle diverse liste siano state il potere interno e adeguate truppe camellate, più che la scelta delle competenze e del rinnovamento. Ovvero, anche stavolta la logica non è cambiata. Mentre leggevo i risultati sui siti istituzionali del Ministero, della Regione e dei Comuni (tutti efficaci, semplici e veloci), sentivo in sottofondo le note di un’orchestrina, quella del Titanic. Spero la sentano anche Bonaccini e i dirigenti delle forze politiche perché o si cambia marcia, o si andrà a piedi… molto presto.

 

di Gianni Galeotti

Elezioni regionali 2014: ha vinto il non voto. Sulla Regione la tempesta perfetta, ma dietro l’astensione record c’è la crisi irreversibile di un intero sistema non più rappresentativo.

 

Alle 21,30 di domenica 23 novembre era già chiaro chi realmente avrebbe vinto (o meglio sarebbe arrivato primo), nella competizione elettorale per l’elezione del Presidente della Regione e dei componenti dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna: il partito del non voto. Quel partito chiamiamolo trasversale, chiamiamolo virtuale (ma allo stesso tempo forte e presente), formato da quel 63% di elettori che hanno deciso di non andare a votare. Nell’Emilia Romagna delle storiche affluenze record o comunque sempre alte e superiori rispetto al dato nazionale, un dato così ampiamente al di sotto della soglia (anche psicologica) del 50%, non solo non si era mai visto e registrato, ma non era nemmeno immaginabile.

 

Su questo, tutti (o quasi) a partire del nuovo Presidente eletto Stefano Bonaccini, hanno detto già molto: le inchieste giudiziarie che per la prima volta hanno portato alla condanna ed alle dimissioni dell’ex Governatore PD Vasco Errani (e quindi alle elezioni anticipate), poi agli avvisi a 42 consiglieri regionali uscenti accusati di ‘spese pazze’. Il tutto all’interno di un panorama di la crisi dei partiti, di divisioni e di perdita di identità sia del centro destra che del centro sinistra, di disaffezione (per non parlare di avversione) dei cittadini verso una politica che nonostante i ripetuti cambi di governo (non eletti) non riesce a rispondere ai bisogni ed alle emergenze imposte dalla crisi economica. Per arrivare a ciò che lo stesso neo Presidente Bonaccini, parlando del proprio partito, ha attribuito alla cosiddetta minoranza interna del PD ‘che ha voluto mandare una segnale chiaro alla dirigenza, stando a casa’. Sulla Regione, in questa tornata elettorale, si è così abbattuta una tempesta perfetta, un combinato disposto di elementi che ha generato l’astensione record; un’astensione che, proprio perché figlia di una tempesta perfetta, non credo che si ripeterà ma che comunque per la prima volta con questa forza nella nostra Regione, pone un grande problema ed un grande tema: la rappresentatività non solo della politica ma di un intero sistema istituzionale che sembra avere nelle regioni uno dei suoi punti più deboli. 

 

Se così non fosse, e se questo non rappresentasse un problema prima di tutto per il PD che continuerà a governare la regione con il 44,5% dei consensi, il nuovo Presidente non avrebbe comm
entato la vittoria con aria sommessa e preoccupata, come invece ha fatto, assalito dai giornalisti per la sua prima uscita ufficiale post voto.

 

Se è vero infatti, come lui ha sottolineato, che non è in dubbio la legittimità, è chiaro che il problema non nuovo, ma mai emerso con tale potenza, è e sarà, come detto, quello della rappresentatività. La rappresentatività, troppo spesso confusa in queste ore anche a livello giornalistico con la legittimità, pone un problema politico sostanziale molto serio che si declina su vari fronti: rappresentatività della Regione, di fatto disconosciuta dalla maggior parte dei cittadini che vedono il parlamentino di Bologna  come un corpo lontano, quasi estraneo, anche dai territori che in essa sono rappresentati; rappresentatività dei partiti e dei propri esponenti che pur legittimati dal voto e da un’elezione libera e democratica, sono stati eletti in una competizione dove più di 6 elettori su 10 non hanno votato (a questi va aggiunto più del 3% di coloro che hanno lasciato bianca o annullato la scheda non esprimendo preferenza), e all’interno di questa area assolutamente minoritaria, sono stati votati da una parte altrettanto minoritaria (anche in termini di coalizione) di elettori.

 

Sarebbe sbagliato, per i partiti e per i loro esponenti di governo, di maggioranza, di opposizione e di minoranza fermarsi ai dati che hanno segnato la vittoria o la sconfitta, perché il segnale degli elettori, davvero eccezionale e storico per l’Emilia Romagna, va molto oltre. E’ un segnale che mette in discussione la rappresentatività non solo dei partiti e delle forze politiche, ma della stessa regione e del sistema istituzionale di cui è parte. In una fase politica in cui le province sono state eliminate solo sulla carta e per finta, sarebbe davvero il momento di ripensare (per davvero) non solo il ruolo e le funzioni, ma l’esistenza stessa della regione e delle regioni. Partendo magari dalla riforma del titolo V della Costituzione che ha sovrapposto e spesso opposto la Regione stessa allo Stato in maniera concorrente su importanti temi come scuola, immigrazione, sicurezza, aumentando il proliferare dei centri di responsabilità, delle competenze, degli interventi, così come degli scaricabarile, ovvero l’esatto contrario di ciò di cui un Paese moderno ha bisogno. Ma questa è un altra storia. L’auspicio che se non eliminate le Regioni si rigenerino dalle proprie ceneri perché è questo, cenere, che risultati elettorali di questo tipo lasciano sopra il tappeto della politica.

[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...

Leva obbligatoria

La politica italiana gioca ai soldatini senza nemmeno sapere le regole del gioco. La politica italiana conferma la sua impreparazione sui temi militari e questa