Eclissi di Dio o della Storia ?

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Intervista con Sergio Zavoli, uno degli intellettuali e uomini di cultura più prestigiosi ed apprezzati del nostro Paese. E’ uno dei più credibili e stimati testimoni del nostro tempo.

Sergio Zavoli è scrittore-saggista-poeta, autore e conduttore televisivo (“storiche” le sue trasmissioni “TG7”, “Processo alla tappa”, “Viaggio intorno all’uomo”, “Nascita di una dittatura”, “La notte della Repubblica”, “Credere, non credere”, “Diario di un cronista” e il documentario “Clausura”), che sempre ha posto al centro del suo interesse l’uomo, i rapporti tra fede e ragione (dal titolo di un suo libro del 1981, è conosciuto come “il socialista di Dio”).

Nato a Ravenna, nel 1923, è cresciuto e si è formato a Rimini, di cui è cittadino onorario.

E’ stato condirettore del “Telegiornale RAI”, direttore del “GR1” e de “Il Mattino”, ottimo presidente della RAI. Oggi, è anche senatore della Repubblica italiana (rieletto, per la seconda volta), fa parte della Commissione Istruzione e Beni Culturali e presidente della Commissione per la Biblioteca e l’Archivio storico. Tra i diversi, importanti riconoscimenti, ricordo le lauree “honoris causa” in Lettere e in Giornalismo ricevute, rispettivamente, dall’Università di Urbino e da quella di Tor Vergata, in Roma.

Ha appena pubblicato il libro “La questione. Eclissi di Dio o della Storia?”, che riprende ed approfondisce le tematiche di “Viaggio intorno all’uomo”, che ha inaugurato un filone di ricerca che, come ha scritto Carlo Bo, “mette a prova il pensare e il sentire su questioni che vanno sempre più a fondo della nostra presenza nel mondo, affrontandone lucidamente gli aspetti cruciali: la creazione e il caos, la natura e la storia, la ragione e la fede, la scienza e l’etica, l’ideologia e la morale”. Prendendo atto della complessità della realtà e delle sempre più crescenti “questioni”, che caratterizzano la nostra civiltà. Sergio Zavoli affronta e cerca di capire e spiegare la realtà e la storia con spirito laico, senza dare giudizi ma estremamente consapevole della gravità delle situazioni e dei pericoli del nostro tempo. In occasione della pubblicazione del libro “La questione” (sarà presentato a Pievepelago e a Serramazzoni, ai primi di agosto 2007), abbiamo rivolto alcune domande a Sergio Zavoli.

 

“Come scrittore-giornalista e autore televisivo, Lei ha intervistato gran parte dei protagonisti del nostro tempo. Cosa significa per Lei l’intervista ? Quali le “questioni” del nostro tempo?”

 

“ Il porre domande è rimasto il modo migliore per conoscere, o almeno conoscersi. Interrogare e, per quanto possibile, rispondere significa far posto alle cose che restano da discutere, da capire e da raccontare soprattutto ai giovani, i più privi di memoria. Come sottolineo nel mio libro “La questione”, ribadisco che porre domande agli altri e a noi stessi, è il modo più efficace per inoltrarsi nella conoscenza. Non sempre, però, è il percorso più agevole: alcune domande, e tra queste qualcuna è cruciale, ritornano di secolo in secolo mantenendosi impervie. Il Socrate di Platone fa del suo instancabile interrogare il metodo – nel suo significato letterale: la “strada”- per la scoperta del vero, e così faranno Galileo, Pascal, Kant, Wittgenstein. Le questioni continuano a nascere dal contrapporsi e intrecciarsi delle risposte a un insieme complesso di interrogativi. Ogni tempo ha i suoi, e quello del presente è affrontare la “questione” del mutamento che, con velocità vertiginosa, sta investendo ogni aspetto della nostra vita, cancellando certezze che sembravano incrollabili. Possiamo ancora dirci artefici e padroni del nostro destino?

I trionfi della scienza e della tecnica, con la caduta dei Muri, contribuirono a far nascere l’idea che potessimo affidarci alla prospettiva di un processo da governare senza sconvolgimenti drammatici. L’11 settembre 2001, con il rogo delle Torri Gemelle, la fine di quella illusione costringe tutti a capire che nulla, ormai, sarebbe stato sicuro per sempre”

 

“Una delle tante “questioni” che Lei affronta, dibatte e approfondisce nel suo ultimo libro è il problema di Dio, dell’eclissi di Dio o della Storia. Stiamo vivendo un eclissi di Dio o un Suo ritorno?”

 

“Siamo nati nella crudeltà –scrive il sociologo francese Edgar Morin- ed è il prezzo ineliminabile  della vita umana: è la crudeltà del mondo e della vita, cui abbiamo aggiunto quella dell’essere umano e della società umana”. In questa visione cosmologica, Dio è superfluo, perciò è nascosto, silenzioso. Con la fede tutto sarebbe risolto, non ci angustierebbe più il bisogno di sapere se Dio c’è. Non gli chiederei di raddrizzare ciò che è storico: semmai di continuare a essere nel profondo di me, la ragione che mi spinge a tener conto di lui nella mia esistenza.

Il problema di Dio, è una “questione” che coinvolge tutti, dalla dimensione dei deboli, degli attardati, degli sconfitti alla congerie dei cosiddetti “poteri forti”, cominciando da quelli della politica, dell’economia e della finanza, senza dire della televisione, della pubblicità e, in generale, delle strutture identificabili nell’informazione, nell’intrattenimento, nella telefonia, in Internet, in tutte quelle forme del mondo mediatico e comunicativo capaci di creare fenomeni imitativi, che, affermandosi, danno luogo a veri, consolidati costumi. Lo strisciante indebolimento etico, culturale, interiore che ne deriva attraversa ideologie, sistemi politici e pulsioni religiose specie in una parte del pianeta, l’Occidente, dove la “questione” ha prodotto una diffusa, endemica inquietudine. Essa ha il suo apice sconvolgente nella tragedia delle Torri Gemelle .

 Da quel momento prende corpo, si protrae ed è tuttora in atto la forma più alta di pericolo che l’Occidente abbia conosciuto dalla fine del secondo conflitto mondiale: quando non solo nella filosofia, ma anche nel pensiero civile e religioso si tornò a parlare dell’assenza di Dio, addirittura della sua morte.

 Dov’era Dio ad Auschwitz, a Dachau, a Treblinka ? Non c’era, proclamavano i fautori di una teologia temeraria, che portava all’estremo la solitudine di quanti erano già alle prese con il disincanto e la delusione. Ma altri spiriti facevano propria la risposta dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che racconta l’esecuzione in un lager nazista di tre prigionieri condannati a morire impiccati, e uno dei tre, un bambino, agonizza a lungo. Wiesel scrive di aver sentito la domanda “Dov’è dunque Dio ?”, e dentro di sé una voce che rispondeva “E’ lì, appeso a quella forca” Dopo la Shoah, alla “questione di Dio” si aggiunsero eventi che hanno trasformato il modo di leggere le vicende del mondo: il più  drammatico è stato la caduta del potere sovietico, il cosiddetto “Impero del Male”.

Si vide svanire la palingenesi promessa dal comunismo e lasciar libero il campo ai nuovi conservatori, inorgogliti dalla sconfitta nemica; senza che questi, come ammonì Papa Giovanni Paolo II, potessero attribuirsi, se non indirettamente, quella vittoria. Alla “questione”, da allora, seguirà il drammatico bilancio delle riflessioni sui totalitarismi e i loro orrori, e l’Occidente dovrà anch’esso interrogarsi sul suo rapporto con la Storia. Di fronte a domande diventate assolute s’imponevano risposte idonee, a loro volta definitive.

Cos’era successo? Bisognava che ogni risposta si trasformasse in un esame di coscienza, e il nuovo lo esigeva come non mai.  Occorre, si è detto, che la mistica della militanza sia superata dall’etica della persuasione; che l’esemplarità dei modelli venga messa in causa, di continuo, dalle verifiche umane e politiche; che l’ideologia si liberi dal mito per confrontarsi con la vita e il privato non diventi, necessariamente, tutto politico, perché in una società che accettasse quest’altro dogma non rimarrebbe spazio per le libertà personali; che la scienza cessi di essere una conoscenza senza amore e prima preveda che cosa ci serve, poi quanto è in grado di darci; che il progresso si trasformi, per paradosso, in un errore dopo l’altro, a patto di far giustizia del precedente, e così via.

Va sottolineato che il bisogno di Dio, vissuto come una temperie etico-esistenziale, ha inaugurato la sua stagione più febbrile. Poi, confuso nell’esotismo religioso, in una spiritualità estenuata fino a coltivare un’idea quasi estetica dell’anima, un po’ alla volta si è avuto il ritorno di Dio nostro, in casa nostra. Per molti spiriti religiosi, l’alternarsi di luce e ombra accompagna questo ritorno. Egli viene, parrebbe, da un’eclissi. Questo suo nascondersi e riapparire, accettato dai mistici come un mistero, si riflette nel confronto fra teologia negativa e affermativa, indissolubilmente legate l’una all’altra. La metafora dell’eclissi non è rifiutata dai credenti perché, senza cadere nel sacrilegio della morte di Dio, ammette il suo temporaneo oscurarsi nell’anima e nell’agire degli uomini. Non se ne conosce la durata, ma si attende che abbia termine, come nel fenomeno celeste, con il ritorno della luce.

Anche il pensiero laico ha accettato la figura dell’eclissi per indicare una fase di trasformazione della mentalità collettiva: può infatti annunciare il declino di una civiltà quando siano oscurati i valori morali su cui si fonda. Può accadere, per restare nella metafora, che dopo la conclusione dell’eclissi la luce abbia una diversa qualità, esaltando o attenuando i tratti e le tinte di ciò che illumina: perché, mentre il sole era nel cono d’ombra, si è verificata una mutazione. Così, dopo la deriva delle ideologie, Dio non solo è rimesso in onore, ma  verrà anche risarcito, si direbbe, della lunga offesa inflittagli dalle mitologie e dalla Storia.

Come ha sottolineato lo storico francese Fernand Braudel, non credo che la Storia possa tralasciare la nostra natura e neppure Dio. Sì, perché anche Dio ne fa parte: sia una realtà o una creazione degli uomini, egli è nel cuore della Storia. A volte si dice che è morto: è un modo molto sbrigativo per sbarazzarsene. In realtà, per l’uomo, e quindi per la sua storia, egli non finisce mai di morire in croce, cioè di rinascere. Quanto all’uomo, la sua imperfezione e i suoi dubbi sono la storia della sua ricerca.

Voglio ricordare che, nell’agosto 2006, alla vigilia della tregua fra Israele e gli Hezbollah libanesi, Benedetto XVI ha preso in mano un aspetto forte della “questione”, cioè la sequela dei “no” che il cristianesimo continua a opporre alle molte istanze e pulsioni , fin qui respinte all’interno e al di fuori della Chiesa. Proclama la centralità del suo pontificato con queste parole :”Noi dobbiamo riscoprire Dio, non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano. Il volto di Gesù Cristo”.

In più occasioni mi sono domandato se il ritornante, diffuso interesse per la “questione di Dio” sia solo un problema di corsi e ricorsi, cioè del fatto che- voglio semplificare al massimo- prima qualcuno è di moda, poi non più, quindi lo è nuovamente. In realtà, questo bisogno di Dio ci dice che i grandi dilemmi, come il Bene e il Male, può affrontarli in termini pacificanti solo il pensiero religioso e, naturalmente, la fede. Perché ? Perché oltrepassano la morte. La scienza e la filosofia stanno al di qua, e vi rimangono; soltanto la fede ci prolunga oltre la nostra fine. In che modo ? Dandoci, intanto, la speranza: non l’attesa di qualcosa che accadrà al di fuori di noi, ma il sentirsi ogni giorno inaugurati e giustificati dal volere, anche noi, “cieli nuovi e terra nuova”, persuasi che il momento della novità è qui, che tutto il possibile è adesso, alle soglie dell’infinito”.

 

“Lei è scrittore-giornalista, autore e conduttore televisivo. Come protagonista nel mondo dell’informazione e della comunicazione ha ricevuto anche una laurea “honoris causa” in giornalismo. Tra le varie “questioni” del nostro te
mpo, vi è anche quella relativa all’informazione e alla comunicazione. Nel capitolo del libro “La questione” “un nuovo pensare, parlare, agire” , sviluppa il tema fondamentale dell’informazione intesa come “passare notizie” e della comunicazione, intesa come “passare contenuti e valori”.

Può sintetizzarci ciò che pensa , in proposito ?”

 

“La comunicazione è diventata, senza che ce ne accorgessimo, il modo nuovo di pensare. L’informazione, correlata fino a ieri alla mera conoscenza di fatti e degli eventi, è sempre più responsabile del loro mutare ed evolversi in rapporto al modo in cui vengono comunicati. E’ diffusa l’idea secondo cui, oggi, l’informazione non è più il “quarto potere” dei tempi andati, ma quello che, per la sua globalizzazione e velocità, condiziona le cose del mondo allo stesso modo, ormai, dell’economia. E il fatto di essere un nuovo sapere, implica, per ciò stesso, l’acquisizione di un nuovo potere. Talchè, azzarda qualcuno, oggi si vincono più battaglie usando i media che tessendo diplomazie politiche o finanziarie. In questo contesto, il giornalista, oggi, non può sottrarsi al dover denunciare la quantità di offese rivolte alla nostra vita. Il Cardinale Carlo Maria Martini, in proposito, sostiene che la gente si aspetta dall’operatore dell’informazione che svolga un lavoro di mediazione, di mediazione professionale. Senonchè , mediare non significa svolgere un’attività asettica. E’ impossibile porsi esattamente nel mezzo, tra fonte dell’informazione e destinatario. Mediatore è colui che porta le ragioni dell’uno e dell’altro, e viceversa. E’ colui che si fa carico dell’uno e dell’altro, che sa accogliere il senso, distinto, del loro dire. Mediatore è soprattutto colui che traduce; ciò vuol dire che non può essere un passacarte, né un megafono, né uno che letteralmente trasporta ogni parola da un codice all’altro. Mediatore è colui che si assume i rischi della traduzione. E traduzione, concretamente, significa andare al senso di una vicenda, in sé e nel suo contesto, e riferire con parole precise e vive.

E’ recente la notizia, di fonte americana, secondo cui il sistema mediatico planetario,  che è caratterizzato da un milione di testate, censite nel pianeta – facendo la media tra società moderne e libere e altre attardate e chiuse- comunica appena il 20% delle notizie che pure saremmo tenuti a diramare.

La condizione in cui mi trovo, cioè l’essere stato testimone di tre passaggi nodali dell’informazione negli ultimi cinquant’anni – il consolidarsi del medium radiofonico, la nascita di quello televisivo e l’irrompere di Internet nel mondo del comunicare- mi aiuta a percepire, diciamo così, quanto è sul punto di coinvolgerci. La velocità di un flusso informativo reso sempre più disorganico ed errabondo dalla vertiginosa quantità dei messaggi, e dal loro doversi esprimere al di fuori e persino al di sotto dei loro singoli contesti, provoca non solo frustranti sensazioni d’imprecisione, incompletezza e parzialità, ma anche fenomeni di conformismo, da una parte, e di rifiuto, dall’altra.

Un giornalista colto e sensibile come Ugo Ronfani, sostiene, giustamente, che : “ il regno di Dio è lo schermo della Tv, Dio è il computer, e Internet la sua chiesa” . Se l’immagine è solo una paradossale astrazione, non possiamo negare di trovarci di fronte, sotto varie specie, alla più epocale delle sfide: quella tra ragione e fede, enfatizzata come di più non si sarebbe potuto dopo l’11 settembre 2001, che ha allargato il solco tra tutto quanto ci divide, non da oggi, in questa estrema controversia. Il giornalismo deve interpretare i propri compiti professionali e deontologici, la cui prima norma è la ricerca laica e responsabile della realtà, nella consapevolezza che dove mette in campo valori di carattere interiore, o esplicitamente religiosi, la comunicazione deve salvaguardare i diritti civili non meno di quelli dettati da una coscienza religiosa; persuasi che questa non è una lotta tra due dimensioni irriducibili, ma il terreno su cui trovare il punto d’incontro, tollerante e reciprocamente generoso, di due diversità. In cui la Chiesa ha i suoi valori da difendere e lo Stato i suoi principi da salvaguardare. Essendo arduo, per di più, pretendere che si occupi di questioni solo metafisiche una religione incentrata su un Dio che si è fatto uomo, ed è altrettanto difficile negare alla laicità di uno Stato il voler esercitare, pienamente, la propria giurisdizione: dovendo salvaguardare i diritti umani, nella cui inalienabile sfera vanno riconosciuti non solo i sacrosanti valori religiosi, ma anche gli insopprimibili principi laici. E qui ricordo le domande iniziali sull’eclissi di Dio. Precisamente, se l’Uomo fallisse, il fallimento sarebbe di Dio o della Storia? E non avrebbe vinto, per sempre, l’eclissi? Oggi sappiamo che ondate di religiosità, e i contemporanei flussi di secolarizzazione, hanno portato con sé anche scorie e veleni, intolleranze e fanatismi, non di rado sfruttando il nome di Dio per incitare alla violenza e all’odio. L’immagine dell’eclissi è tornata, così, nella parole gravi, persino temerarie, di Benedetto XVI: “Dio non si rivela più, sembra nascondersi nel suo cielo, quasi disgustato dalle azioni dell’umanità”

 Ma la chiave del rapporto con Dio, cioè la scelta di illuminarne l’immagine o di oscurarla, è nella condotta dell’uomo, non fuori di lui. Non c’è eclissi di Dio se non nella coscienza umana. Né può esservi, neppure come metafora, un’eclissi della Storia, ma soltanto dell’uomo nella Storia, quando per ignavia, stanchezza o delusione si illudesse di potersene separare con il silenzio sul passato e la rinuncia ad agire per il futuro”

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