E’ stata e sempre sarà Oriana Fallaci.

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Una vita vissuta sempre in prima linea, all’insegna del coraggio civile, in solitudine

“Lei sapeva di morire e aveva voluto farlo nella sua città. In quella Firenze che amava in maniera straordinaria. E che invece l’ha tradita, trattandola malissimo”, ricorda, adirato, il regista Franco Zeffirelli,  uno dei suoi pochi, ultimi amici. Firenze non le ha mai voluto assegnare il “Fiorino d’Oro”, che, invece, è stato assegnato a personalità che hanno fatto poco o niente per la Toscana, per Firenze. Un caso per tutti, che mi riguarda: nel 1994, presidente della Regione Toscana Vannino Chiti, testimonial Demetrio Volcic, ho contribuito a fare assegnare il “Fiorino d’Oro” a Michail Sergeevic Gorbaciov (ero delegato della “Fondazione Gorbaciov” per l’Italia). Proprio a Firenze, dopo la cerimonia a Palazzo Vecchio, si è manifestato il male incurabile che ha portato alla scomparsa dell’indimenticabile Raissa Maximovna Gorbaciova.

Oriana Fallaci non ha  mai ricevuto il “Fiorino d’Oro” , che è il più prestigioso riconoscimento che la Regione Toscana e Firenze attribuiscono, ogni anno, a quanti hanno reso onore alla Regione e alla sua capitale. Per iniziativa (discussa e criticata da molti della cosiddetta sinistra al potere) di Riccardo Nencini, presidente socialista del Consiglio Regionale della Toscana, ha ricevuto, a New York, quasi di nascosto, una medaglia d’oro. Un palliativo. Un tentativo di fare dimenticare l’assurda ostilità degli amministratori fiorentini per la più straordinaria testimone del nostro tempo, per la scrittrice e giornalista che ha dimostrato di avere coraggio, dicendo quello che molti pensano e nessuno dice –sono parole di Zeffirelli-  per paura, sul pericolo del terrorismo islamico, sui musulmani che vogliono distruggere noi, la nostra religione, le tradizioni, il nostro modo di essere. Ostilità per la giornalista che, fino all’ultimo, è stata la firma di punta di ben 35 quotidiani di tutto il mondo, dal “New York Times” al “Corriere della Sera”. Ostilità per la donna che ha intervistato il mondo, con sempre al fianco Moroldo,  il suo fotografo di fiducia, giornalista fino al midollo, i cui colleghi –scrive Massimo Gramellini – non le hanno mai perdonato di scrivere meglio di loro. Di parlare ai lettori comuni che magari la detestano, però, la capiscono, in virtù di uno stile che assomiglia al suo carattere : irruente, esagerato, ossessivo. Ma chiaro. Con una scrittura suggestiva, arrabbiata ma anche ironica.

Le sue parole, le sue denunce, le sue interviste alla storia, provengono dalla passione. Se ci fosse “un nuovo Plutarco, si divertirebbe a raccontare la sua vita, tracciando un parallelo con quella di Indro Montanelli. Toscano come lei. Ispido come lei. Ma soprattutto giornalista fino al midollo, come lei, che è sempre stata di sinistra  (Miriam Mafai la ricorda con stima e affetto come “giornalista di sinistra , su posizioni moderate”), anche se, negli ultimi anni, è diventata, suo malgrado, un’icona della destra, per via dei proclami da profetessa di sventura (è stata definita anche la “grande Cassandra” , che, purtroppo, ha anticipato i drammi, ha previsto le tragedie come quella del Vietnam . Speriamo che per il pericolo del terrorismo islamico, la realtà la sconfessi. Non le dia ragione) “sulle minacce dell’Islam integralista e la pavidità delle rammollite società occidentali”

Il 2 settembre 2006,  nella Sua New York, capendo che il Suo “Alieno”  (così chiamava il cancro contro cui da anni combatteva. In proposito, con ironia, ha scritto: “Ho voluto vederlo ed è iniziata la sfida con questo nemico che vive in me. E’ come Bin Laden: non si sa mai in che caverna sia”), stava per vincere, ha voluto dare l’addio alla vita con ostriche e champagne (lei che mangiava pochissimo). Poi, con un aereo privato, in gran segreto, lunedì 4 settembre 2006, è partita per Firenze. Si è fatta ricoverare alla Clinica di Santa Chiara, in Piazza Indipendenza. Ha preteso la camera 409, al quarto piano, da dove poteva vedere la Cupola del Duomo, il Campanile di Giotto, Palazzo Vecchio e l’Arno. Da questa camera poteva immaginare la Torre Mannelli sul Ponte Vecchio, da dove, durante l’ultima guerra, faceva la staffetta partigiana –aveva solo 14 anni- per il Movimento di Liberazione. Nella bellissima torre rinascimentale, nascondeva le armi che le aveva affidato il Suo adorato padre, Edoardo, uno dei comandanti della Resistenza, arrestato e torturato dai tedeschi. Per il Suo coraggio, ha ricevuto un riconoscimento d’onore dall’Esercito italiano. Il padre Edoardo, come la dolcissima, gentile sorella Neera (che , con l’altra sorella Paola, ho conosciuto durante i miei sette anni alla “Rizzoli- Corriere della Sera”, a Milano. Come Oriana, erano giornaliste al Gruppo “Rizzoli-Corriere della Sera”, al settimanale “Oggi”) sono prematuramente morti a causa del male incurabile.

Con Oriana Fallaci, nella mia lunga vita lavorativa, ho avuto diversi incontri, in gran parte , finiti in scontri.

Come quando, direttore generale dell’Italturist”, ho organizzato, nel 1978, un viaggio-invito per 22 giornalisti nell’ex Unione Sovietica. Tra i giornalisti, Oriana Fallaci, Giancarlo Marmori de “L’Espresso”, Max Monti del “Corriere della Sera”, Luigi De Fabiani, allora vice-direttore di “Avvenire”, Fulvio Rho di “Qui Touring”, Ivo Allodi de “La Gazzetta di Parma”, Maria Pia Piccinino di RAIUNO ecc. Il programma  prevedeva anche la visita del Caucaso, della Georgia e delle località che hanno visto la nascita e la formazione di Giuseppe Stalin. Dopo una serata a Tbilissi, con cena a base di champagne sovietico e caviale, era giunto il giorno che prevedeva la visita alla casa natale di Stalin , a Gori, e l’incontro con i familiari del dittatore sovietico e con le Autorità del Caucaso.

Al mattino, alle sette, sono sceso alla reception dell’”Albergo Tbilissi.” Qui ho appreso che la Fallaci aveva noleggiato un’automobile con autista e interprete e se ne era andata, da sola, senza aspettare i colleghi giornalisti. Temendo un tentativo di volere anticipare gli altri 21 gio
rnalisti, ho telefonato al direttore del Museo della casa natale di Stalin per avvertirlo di tenere chiuso il Museo fino alle ore 10,00, all’arrivo di tutti noi, degli altri giornalisti. Infatti, la Fallaci, con novanta minuti di anticipo rispetto all’ora convenuta, era arrivata a Gori. Infuriata per essere stata stoppata (si è poi sfogata con il sottoscritto, con rabbia, urlando e inveendo) è riuscita , però, ad incontrare e intervistare metà dei familiari di Stalin e alcuni cittadini di Gori.

Come quando, negli anni 1975 e 1976, come direttore del “CIL Club Italiano dei Lettori” e della “Rizzoli mailing” (due consociate del Gruppo “Rizzoli-Corriere della Sera”, cui è sempre appartenuta la grandissima giornalista e scrittrice) ho incaricato il mio direttore editoriale, Edmondo Aroldi, di definire gli accordi con la Fallaci per le edizioni club di tre Suoi libri, “Il sesso inutile : viaggio intorno alla donna”, “Niente e così sia” e “Lettera a un bambino mai nato”, uno dei più belli e toccanti libri io abbia letto. La Fallaci non ha posto alcuna opposizione al trattamento economico (non è mai stata motivata dal denaro. Ha guadagnato sempre poco rispetto al successo che ha ottenuto – più di 20 milioni di copie di libri venduti in 23 Paesi-), ma, non amando, non stimando il mio direttore editoriale (bravo, conosciuto e apprezzato da tutti, ma non dalla Fallaci), lo ha contestato ed ha preteso lo sostituissi con una donna, che, come Daniela Di Pace, riscuoteva la Sua piena fiducia, era a Sua disposizione anche alle due di notte e le assicurava il pieno rispetto della Sua scrittura e la meticolosa cura nelle soluzioni grafiche. Infatti, era perfezionista, doverista, estremamente attenta alla scrittura. Pretendava di controllare ogni particolare, dal carattere ai titoli , alle foto. Ed erano eruzioni d’ira, insulti, minacce di ritirare il pezzo o il libro: un inferno che si placava solo quando si riteneva perfettamente e completamente soddisfatta

Rigorosa fino all’ossessione, non c’è stato articolo, libro, conferenza che non abbia prima preparato con letture, ricerche e studi approfonditi. Prima di intervistare i grandi della storia, si documentava approfonditamente. Durante le interviste, utilizzava il registratore, per poterli studiare in faccia, meglio e di più. Il registratore, con l’elmetto e lo zaino sono stati gli strumenti del Suo mestiere. Dopo le interviste, raccolte al registratore, in due giorni e due notti di seguito, senza dormire, sviluppava i Suoi testi e sceglieva accuratamente le foto scattate dal  fedele Moroldo. Così i Suoi articoli e i Suoi libri, il Suo stesso straordinario modo di scrivere che, riprendeva “le forme letterarie di quella civiltà fiorentina che, dal Duecento al Quattrocento, aveva fatto grande l’Europa”, la Sua scrittura è stata adottata nelle Università americane, come scrittura perfetta. I Suoi libri affollano le biblioteche dei colleges. Molti giovani aspiranti giornalisti vogliono sapere come ha fatto a raggiungere e intervistare personaggi irraggiungibili come Kissinger, Gheddafi, Golda Meyr, Arafat (che detestava), Indira Gandhi via via fino a Khomeini. Con l’intervista all’ayatollak iraniano, nel 1979, comincia la Sua critica di donna all’Islam. Accetta di coprirsi faccia e capelli per intervistare l’iman  Poi, ad una uscita di Khomeini sulle donne, che non le piace, si toglie tutto e gli impone la Sua “nudità” labiale e pilifera. “E’ scandalo . Ma il pezzo è da manuale”. E’ diventato un classico per gli studiosi della materia. Come è da manuale l’intervista a Henry Kissinger. Con la Sua aria dolce , da tigre bionda, con la sigaretta in bocca (è stata  una accanita fumatrice. Aveva sempre almeno due pacchetti di sigarette con sè), ha divorato il Segretario di Stato americano, fino a quel momento considerato il più astuto, machiavellico, bismarkiano diplomatico del XX secolo.

Il Segretario di Stato di Richard Nixon, ha riconosciuto “E’ stato l’incontro più disastroso con un giornalista della mia vita”. Quell’intervista è ancora oggi testo di studio nelle scuole di giornalismo. Specialmente negli Stati Uniti, dove gli americani adorano Oriana Fallaci, che  ha raccontato loro del cancro, che riteneva di avere contratto per l’esposizione ai fumi del greggio, nella prima guerra del Golfo. Ha denunciato , con i servizi giornalistici e con il bellissimo libro “Niente e così sia”, l’assurdità della tragedia della guerra in Vietnam’ In proposito, tra l’altro, scrive “Il Vietnam mi ha ricordato la Resistenza, quando ero una bambina. E’ in Vietnam che ho ritrovato la pietà umana, un certo cristianesimo, inteso nel senso migliore e, soprattutto, una grande maturità. Che è una curiosa confusione tra tolleranza e intolleranza. Diventi più buono e anche più cattivo. Come gli ubriachi. La guerra ti fa questo effetto”. Famosa la foto del 1970, che la ritrae  mentre corre sul ponte di Kien Hoà, per sfuggire ai proiettili dei cecchini vietcong. Dentro lo zaino usato in Vietnam, aveva scritto “Se uccisa in azione, prego consegnare il corpo alla Casa Bianca, Washington D.C.”

Ha denunciato le violenze della polizia messicana agli studenti che contestavano, nel  1968, sulla Piazza delle Tre Culture, a Città del Messico. Ferita, , anzi creduta morta, ai poliziotti che, in ospedale, l’insultano, risponde , “furibonda incazzata”, “se sopravvivo, farò sapere a tutto il mondo cos’ha fatto la polizia messicana” . E’ sopravvissuta ed ha denunciato anche quelle violenze

Dicevo che gli americani adorano e ammirano Oriana Fallaci perchè –come testimonia Gianni Riotta, per anni corrispondente dagli Stati Uniti ed ora direttore del “TGUNO”- “lei era tutto quello che vorrebbero essere e stentano a diventare: elegante e cinica, efficiente e romantica, colta e popolare, star e cronista” Così non solo la leggono. Non solo correvano a sentirla quando teneva conferenze (l’ultima organizzata da Furio Colombo, allora direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Manhattan, ha visto migliaia di americani in fila lungo gli isolati di Park Avenue, nella speranza di entrare nella Sala Conferenze. Solo duemila vi hanno trovato posto), ma riconoscono e apprezzano in lei “la rabbia e l’orgoglio”, lo sdegno e l’amore, l’intelligenza e la passione” che sono stati i tratti caratteristici della Firenze da Dante a Machiavelli. E’ stata una donna , una giornalista in presa diretta e una scrittrice coraggiosa (al punto da volere morire sola, in una città, che l’ha ripudiata), caparbia (fino a volere restare sola, isolata da tutti, pur di mantenere ferme le sue posizioni), feroce con il mondo, del quale sapeva la ferocia, avendola raccontata da tutte le latitudini, e feroce con se stessa, al punto da sopportare, per anni, in silenzio, con estrema dignità, l’angoscia della morte che ha sfidato sempre, in guerra, come giornalista sempre in trincea, in prima linea, fino all’ultimo, con
il Suo male incurabile.

“Ha dato voce a tanta gente che non ne aveva”

Oriana Fallaci è nata come giornalista (il Suo primo articolo per “Il Mattino dell’Italia centrale” era perfido: denunciava le donne fiorentine che, nell’immediato dopoguerra, per fame, per miseria, portavano le figlie in un dancing per trovare marito o racimolare soldi. Per il settimanale “L’Europeo”,che con la direzione del Suo grande amico e maestro Tommaso Giglio, un gigante del giornalismo – quando questi è stato “dimissionato” da Angelo Rizzoli, si è autosospesa ed è rimasta senza stipendio per quasi due anni-  aveva raggiunto elevate tirature, per “L’Europeo”, dicevo, ha scritto un articolo di forte denuncia. Tra l’altro, ha scritto: “E’ morto un comunista cattolico e il prete, a Fiesole, non ha voluto fare il funerale. Allora, i comunisti sono andati a rubare i vestiti da prete, i ceri, i libri e il giorno dopo, hanno fatto il funerale religioso, con la cantata. E’ una storia favolosa. Fa-vo-lo-sa”

Da Tommaso Giglio , la Fallaci  appreso che nemmeno un fonema dev’essere raccolto per telefono o per sentito dire. Tutto va visto con i propri occhi e udito con le proprie orecchie: il  gigante del mestiere Le ha anche insegnato che  i giornalisti veri non si devono fermare in redazione . Devono andare  in giro, a fare gli inviati. Quando tornano in sede, devono  raccontare il tutto, scrivendolo come fosse letteratura.  Come sempre ha fatto Oriana Fallaci., che, come ha confessato, in più occasioni “il giornalismo l’ho fatto solo perchè volevo diventare scrittrice” Ed è stata una delle scrittrici più amate e odiate, ma sempre lette, in tutto il mondo. Una scrittrice che ha sempre  fatto discutere..

Tra i Suoi venti libri, ricordo “Penelope va alla guerra” E’ del 1962. Per prima, ha denunciato e sfidato le convenzioni e le ingiustizie di una società maschilista. Ricordo “Niente e così sia” , del 1969. E’ la testimonianza di un anno passato in Vietnam per raccontare la guerra a chi non la conosceva perchè è “solo la lontananza che la rende accettabile”. In proposito, ha scritto: “C’è una lugubre  dimestichezza fra me e le armi. Conosco la paura ma vincere la sfida con te stessa, ti fa  sentire viva”.

Ricordo il belllissimo libro del 1975, “Lettera a un bambino mai nato”. E’ un monologo di una mamma che aspetta un figlio, tragicamente divisa tra maternità e aborto. E’ il Suo libro più letto e venduto (oltre quattromilioni e mezzo di copie). E’ il dramma   della Sua vita. In pochi sanno che ha adottato una bambina. Vi sono poche fotografie di Oriana Fallaci con la figlia “adottata”, mentre giocano , negli anni ’70, sul prato della villa toscana della grande giornalista-scrittrice.

A proposito della mancata maternità, tra l’altro, ha scritto: “Invidio solamente le donne incinte. Quando hai messo al mondo un essere non muori mai. Per questo i miei libri li chiamo bambini. Ma è un’illusione”. Poi, nel 1978, ha detto:. “E’ sempre stato un gran dolore per me perdere i miei figli non nati. Perchè uno muore senza lasciare figli. Io, quando scrivo un libro lo fo sempre nella speranza di lasciare un figlio quando morrò” Dice “sono incinta di un libro”

Ricordo ancora “Un uomo” E’ del 1979 ed è dedicato all’unico uomo che ha amato veramente e intensamente ( si dice abbia avuto altre storie. Ma poco importanti. Con il collega francese Francois Pilou –che è morto in Vietnam, lasciandola di nuovo sola- e con l’astronauta americano Edwin Aldrin), Alessandro Panagulis, eroe della resistenza contro la dittatura greca, assassinato dai Colonnelli. Gli ha dedicato tre anni , dal 1973 al maggio 1976. Per stare  con lui, non ha assistito alla caduta di Saigon –confessa: “fu duro, dopo sette anni, di Vietnam”- Dopo la sua morte, si è chiusa in casa per tre anni e ha scritto “Un uomo” dedicato all’uomo che non ha “mai smesso di amare, perchè era così coraggioso”.

Vassili Vassilokos , 69 anni, uno dei più grandi scrittori greci contemporanei, autore di “Z, l’orgia del potere” (da cui è stato tratto il film di Costa Gavras), scrive : ”Credo che mai, nella mia vita, sono stato testimone di un amore così grande, assoluto, intenso, estremo. Quello che Oriana Fallaci sentiva per il mio amico Alekos Panagulis. Lui era un bell’uomo, alto, prestante, intelligente, coraggioso. Aveva il fisico e la sensibilità dell’eroe. Lei lo travolse con la sua passione. Se  Alekos, oggi, è conosciuto in tutto il mondo, lo deve a lei e al suo libro, “Un uomo”.

Ricordo “Insciallah” , del 1990, romanzo sulla guerra in Libano del 1983, con personaggi di fantasia, ma con una  cornice vera, reale. E’ dedicato ai soldati americani e francesi trucidati in un attentato a Beirut.

Dopo dieci anni di silenzio, per dare sfogo alla rabbia e all’orrore dell’11 settembre 2001, scrive “La rabbia e l’orgoglio” , in cui incita l’Occidente a reagire duramente all’offensiva scatenata dal terrorismo islamico. E’ il primo titolo della trilogia che suscita polemiche, condanne e applausi entusiasti.

Gli altri due titoli sono “La forza della ragione” (del 2004) e “Oriana Fa
llaci intervista se stessa. L’Apocalisse
” (sempre del 2004)

Sono tre opere fondamentali di una grande giornalista, polemista, vigorosa, schierata con passione sul fronte della difesa dell’Occidente. L’amico Magdi Allam , in un articolo intitolato “La sfida all’Islam pagata con la solitudine”, tra l’altro . scrive : “La morte di Oriana Fallaci coincide con l’esplosione della nuova “guerra santa” islamica scatenata contro Papa Benedetto XVI, per il Suo discorso di Ratisbona. . Quasi una tragica testimonianza della veridicità della denuncia, sonora e inappellabile, dell’incompatibilità di questo Islam e di questi musulmani con la civiltà e l’umanità dell’Occidente. Che Oriana aveva assunto come fede e missione da diffondere ovunque nel mondo nell’ultima fase della sua esistenza terrena profondamente segnata dal trauma dell’11settembre, vissuto in prima persona dalla sua abitazione newyorchese… Perchè oggi più che mai possiamo toccare con mano la realtà dell’ Eurabia, contro cui si era lungamente spesa Oriana , ovvero di un’Europa a tal punto infiltrata e soggiogata dagli interessi e dall’avanzata degli estremisti islamici, da non essere più in grado di risollevarsi, di reagire, di affermare i propri valori e la propria identità  collettiva. Perchè oggi più che mai appare con grande evidenza la fragilità per non dire l’inconsistenza del mito dell’Islam e dei musulmani “moderati”, una realtà che evapora e si dissolve nel momento in cui i “duri e puri” suonano la chiamata alle armi per combattere il nemico dell’Islam di turno, ora tocca a Benedetto XVI”

E’ stata una donna che ha fatto una scelta, l’Occidente. Come ha sottolineato Pier  Luigi Battista ,  è sempre stata “coerente con se stessa, totalizzante, intransigente (soprattutto con se stessa), incapace di mediazioni e sfumature: viveva di assoluti, con un carattere impossibile. Una donna molto difficile. Non si stancava mai di dialogare e anche inveire, ma sempre con quell’ironia che è tipica delle persone oneste, intelligenti, ed è tipica delle Sue origini toscane, anzi fiorentine. Quell’ironia e cattiveria che le hanno fatto dire (nell’ultima intervista concessa al “New York Time” a maggio 2006. La ricorda Matteo Feltri ) “non ho votato perchè  ho dignità”. Per aggiungere poi, che “Prodi e Berlusconi sono semplicemente “two fucking idiots” , due fottuti idioti”.

Una donna sola :”Io sono laureata alla Sorbona della solitudine. Io amo la solitudine. Io, da sola, non mi annoio mai “ proclama fiera. Si isola, scompare per anni, fra una pubblicazione e l’altra. Ma poi, confessa : “L’uomo ha bisogno degli altri, di pensare assieme agli altri, di agire assieme agli altri. Il dialogo e la compagnia sono acqua per un’anima inaridita dalla solitudine”.

Una donna che non ha , non vuole avere padroni. Esclude il matrimonio dalla Sua vita ed afferma : “Io sono contro il mestiere di moglie” . Sarebbe un’incoerenza: “Nel matrimonio c’è sempre un padrone. E allora è inutile che io mi ribelli al padrone-Stato o al padrone-Chiesa se poi accetto il padrone-coniuge” . L’amore è un’altra cosa: “E’ un’intesa, un’amicizia. Non una passione fisica”

Una donna che ha sempre desiderato  di realizzarsi con la maternità. Ma i Suoi figli sono i Suoi libri, che la consegnano all’immortalità.

E’ una grande scrittrice, apostolo della verità, contro la menzogna, ribelle agli interessati luoghi comuni della cultura della presunzione e del vuoto, ai quali contrappone il puro e più alto valore, quello della maternità.

E’ stata una donna che aveva bisogno di fede

Nel 2005, ha incontrato Sua Santità Benedetto XVI. Dopo l’incontro, confessa : “Io ho fiducia in Ratzinger, in Benedetto XVI. E’ troppo intelligente per non rendersi conto che il Risveglio dell’Islam s’è ingigantito come all’epoca dell’Impero Ottomano”. Nei giorni precedenti la morte, ha voluto incontrare Monsignor Rino Fisichella, Cappellano della Camera dei Deputati e Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense. Questi, venerdì 15 settembre 2006, ha dichiarato : “Era una vera atea cristiana: senza fede ma con un profondo bisogno di trovarla. Il Pontefice si aprì molto con lei, la trovò subito simpatica. Non è vero infatti che fosse torva e severa: sapeva ridere, anche di se stessa” E poi, come ultima richiesta, sottolinea Mons Fisichella :” Se n’è andata da sola, con grande dignità, senza provare rancore per nessuno. Non le ho somministrato l’estrema unzione , ma so che ha percepito il Sacro. Per il suo congedo, ha chiesto di suonare le campane” Aveva 77 anni.

Domenica 17 settembre 2006, con una cerimonia privata, riservatissima, è stata sepolta nel cimitero interreligioso  degli Allori, sulla Via Senese, al Galluzzo di Firenze, accanto al cippo che ricorda il Suo grande amore, Alekos Panagulis, vicino alle tombe dell’amato padre Edoardo , della sorella Neera e degli altri familiari.

Voglio chiudere questo lungo, partecipato ricordo di Oriana Fallaci con alcune citazioni di Renato Farina, vice-direttore del quotidiano “Libero”, che , con Vittorio Feltri, è stato , fino all’ultimo, suo amico. Scrive Renato Farina :”Oriana ha urlato di odio, ma era l’odio contro le tenebre. Odiava la tirannide dell’Islam che nega la nostra memoria e la nostra anima… Oriana ha avuto un nemico: il niente. Negli ultimi anni era angosciata dall’avanzata del niente, mentre lei non poteva più combatterci contro… Lei ha interpretato la parte che Dio, nella Bibbia, assegna all’uomo: la vita dell’uomo è una guerra. E ogni sua giornata è stata  guerra, sempre… Lei ha sempre avuto gli occhi aperti. Dovunque ha visto una prepotenza, l’ha denunciata, senza riguardi “

Il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, tra l’altro, la ricorda come “una giornalista di fama mondiale, appassionata protagonista di vivaci battaglie”

Tutto questo ed altro ancora, è stata  e sempre sarà Oriana Fallaci.

 

                                                                                                                                                

Modena, 17 settembre 2006

 

 

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