È la generazione Cepu non regge la frustrazione

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Intervista a Paolo Crepet Psichiatra, ben noto anche ai lettori di Bice per l'intervista rilasciata al Direttore di Bice nel settembre 2008, n. 143 e 144, col titolo ""Emergenza educativa e Scuola per Genitori"".

 


 

 

Iacopo D’Orsi intervista  lo psichiatra  Paolo Crepet

 

Dottor Crepet, per spiegare la disfatta con la Slovacchia Lippi ha parlato di «giocatori terrorizzati» e di «paura che ha bloccato gambe, testa e cuore» degli azzurri. Come può essere successo?

 

«Basta   con    questa    storia    della “mollitudine” italiana. I nostri evidentemente sono dei brocchi. E aggiungo: non sono ragazzi sani».

 

Prego?

 

«Sbaglio o fino a due giorni fa eravamo noi i campioni del mondo? Allora era la Nuova Zelanda a doverci temere, non il contrario. Ma loro, ripeto, sono sani. Come gli slovacchi, i paraguayani e molti altri. I nostri sono montati, viziati, figli di mamma e di papa. In definitiva, la perfetta rappresentazione del Paese: abbiamo paura delle persone vagamente di talento, come dimostra l’esclusione di Cassano, e troviamo scuse per ogni nostra pecca».

 

E quel terrore di fronte alla partita decisiva?

 

«Dovuto all’enorme e ingiustificata pressione, prima di tutto. Il calcio resta un gioco, non è la terza guerra mondiale. Sdrammatizzare avrebbe aiutato. E poi: i giocatori sono anche dei giovani, e i nostri giovani ormai sono incapaci di sopportare il minimo di frustrazione. Lo vedo ogni giorno: nella scuola, ad esempio. Alla prima avversità casca il mondo. E i brutti voti in pagella sono sempre colpa degli insegnanti».

 

Si può dire che siano scesi in campo già rassegnati?

 

«Autocondannati. Sciolti, bloccati. Come in una profezia che si autoawera. Incapaci di affrontare le difficoltà della vita, in quel momento avrebbero voluto un aiuto dall’esterno: ecco, la nostra è la Nazionale del Cepu. Hanno sperato di andare avanti con il golletto dell’ultimo minuto. Per fortuna, anche loro e di tutto il movimento, non è accaduto. Ora servono altri giocatori. E pure un altro presidente federale».

 

Come si risolve il problema?

 

«Dev’essere un’eliminazione educativa: chi va avanti deve avere merito. Prendete il caso Balotelli: una persona intelligente come Mourinho ha capito che per il bene del ragazzo ogni tanto bisogna usare le maniere forti. Josè mi è piaciuto anche a Barcellona, quando è andato in campo con i giocatori prima della partita: un leader. I mezzi capi invece tornano a casa».

 

 

La Stampa 26/06/2010

 

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