E il sogno va: l’importanza di chiamarsi Federico

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Fellini e la sua intuizione dominante: il bisogno della gente, di quella semplice soprattutto, di sognare. art.F.S.Marzaduri

 Il primo film di Fellini che ho visto in vita mia fu, coincidenza, anche il primo film da lui diretto. Lo sceicco bianco. Avevo quattordici anni e mi sembrò, ricordo, un apologo bizzarro. D’altronde mi sembrava bizzarro persino che qualcuno – come la protagonista del film – potesse innamorarsi di un personaggio da fotoromanzi. Non avevo ancora pensato che i falsi miti erano i falsi miti di quel tempo e che ciascuna epoca ha i suoi: oggi Percy Jackson o l’Edward Cullen di Twilight; ieri – perché no – Alberto Sordi truccato da sceicco, che cavalca un ronzino maremmano truccato da purosangue arabo sulla spiaggia di Ostia.

Oggi credo che in quel film, certo non il più bello di Fellini, ci fosse già tutto Fellini. C’era già la sua intuizione dominante: il bisogno della gente, di quella semplice soprattutto, di sognare.

Il cinema di Fellini è un cinema di sogni a occhi aperti, di fantasie smisurate, i cui personaggi restano incantati come bambini, dinanzi a tutto ciò che suscita incanto: Gelsomina davanti agli ori sfavillanti della processione, ne La strada; i tanti altri dinanzi alle luci e ai colori del circo in quasi tutti i suoi film; il Titta, la sua famiglia e i suoi amici davanti al Rex luminoso nella nebbia (dove persino il cieco riesce forse a immaginarlo, e commosso domanda agli altri di descriverlo).

È un cinema, quello di Fellini, dove l’immaginario trasfigura tutto, dove la realtà diventa tale solo in quanto sognata. La fantasia trasforma la memoria, la ingrandisce, la esagera: una suora di bassa statura può diventare una nana e una prosperosa tabaccaia un’impressionante tettona, una donna alta diventa una gigantessa e il ricordo di ciò che si lascia una sfilata d’immagini come viste da un treno in movimento (come nel toccante finale de I vitelloni).

È un cinema, quello di Fellini, dove anche la parola fine è bandita: salvo qualche sporadica volta, quasi nessuno dei suoi film termina con questa dicitura perché – come egli stesso raccontava – ogni volta che da bambino la vedeva scritta sullo schermo, capiva che il divertimento era finito. Che il sogno era finito. Che si tornava alla propria casa e alla propria quotidianità.

Ora, in ciascuno di noi c’è un bambino che, quando si diverte, qualunque sia il gioco che lo incanta, non vorrebbe smettere mai di giocare. E di sognare.

Questo, Federico Fellini lo aveva capito. Questa, la preziosa eredità da lui lasciata anche, e soprattutto, a vent’anni dalla sua scomparsa. Eredità irrinunciabile raccolta, quando non esplicitamente dichiarata, dall’incalcolabile masnada di registi venuti dopo, figli e nipoti di quel cinema. Basterebbe a testimoniarlo l’utilizzo che di Fellini hanno fatto due di tali eredi, Moretti e Sorrentino, i neo-maestri dell’odierno cinema nostrano.

Questa, la stranezza, e dunque l’importanza, di chiamarsi Federico.

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