E fare il Festival del silenzio?

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Se noi al bar, che non è strettamente area del festival, ma per vicinanza finisce per costituire un tutt’uno, abbiamo voglia di sbraitare, di festeggiare una laurea, di fare i galletti esibendoci a tutto volume per imporci, noi siamo nel diritto di farlo; il resto non conta e nemmeno ne abbiamo la percezione, perché noi nella nostra realtà non siamo in Piazza Grande dove si svolge il Festival della Filosofia, ma al bar con i nostri amici. Punto. Questa è l’unica realtà.

Il mio ruminio mentale (un pensiero alla volta, viene quando viene e va dove vuole) mi trascina verso il Festival della Filosofia e la conferenza, venerdì scorso, di Massimo Recalcati in Piazza Garibaldi a Sassuolo, disturbato da giovani schiamazzatori, tanto da fargli esclamare:  «Io domani vado a Carpi, che è città più civile».

Mi tocca smentirlo. Venerdì sera a Modena, città che in teoria dovrebbe dimostrarsi ancora più civile di Carpi avendo copiosi istituti ed opportunità culturali, ascoltavo la lezione magistrale di Curi e quindi la performance di Ovadia mentre, seduto al bar di fronte al duomo, sorseggiavo una birra. Vicino a me, un tavolo di ragazzotti ha ritenuto di comportarsi come se la piazza fosse deserta, nessuno stesso parlando al microfono, né alcune migliaia di persone fossero venute ad ascoltarlo. Né ovviamente hanno ritenuto di degnare alcuna attenzione su quanto veniva detto (a proposito: si parlava del diventare adulti).

Cafoneria? Magari! e lo dico insieme al mea culpa perché, anch’io, quando l’ho ritenuto utile, ho chiacchierato con i vicini. Mi sembra sia piuttosto l’asssuefazione al consumo televisivo e informatico: ti guardo se mi pare, interrompo, nel frattempo chiacchiero, vado in cucina a farmi un panino. Non ti ascolto, ti ‘consumo’. Ci immergiamo nella realtà, perché la realtà è un’opzione, soltanto se la vogliamo, come la vogliamo, quando la vogliamo. Se noi al bar, che non è strettamente area del festival, ma per vicinanza finisce per costituire un tutt’uno, abbiamo voglia di sbraitare, di festeggiare una laurea, di fare i galletti esibendoci a tutto volume per imporci, noi siamo nel diritto di farlo; il resto non conta e nemmeno ne abbiamo la percezione, perché noi nella nostra realtà non siamo in Piazza Grande dove si svolge il Festival della Filosofia, ma al bar con i nostri amici. Punto. Questa è l’unica realtà.

La seconda osservazione, fatta passeggiando quella sera in Pomposa, è il rumore dello stare insieme, il bisogno di esagerare: feste di compleanno da spenderci una fortuna, neolaureati con adoranti genitori al seguito ad immortalare scherzi e bevute, matrimoni pieni di scherzi e riti da filmetti americani anni sessanta, addii al celibato e al nubilato … tutti urlano, si danno sulla voce, hanno bisogno di gridare. Eppure è solo rumore, non c’è altro che rumore e il rumore è niente, è soltanto assenza di silenzio, ecco perché vorrei si organizzasse il festival del silenzio, dell’ascolto vero che è anch’esso silenzio. Intanto però, sia chiaro, W il Festival della Filosofia!

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