Dr. Vanni Borghi “ Modena, è un esempio di grande accesso ai servizi. Noi troviamo spesso persone positive immigrate già segnalate dai consultori famigliari.”

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Nell’ultimo decennio è aumentata progressivamente la differenza di età al momento della diagnosi tra i due sessi. L’aumento maggiore è stato registrato a carico degli uomini. Bice conversa con il dr. Vanni Borghi. Clinica malattie infettive, azienda policlinico - Modena

L’infezione da HIV è stata definita da molti sociologi un primo esempio di virus sociale, in grado di ridefinire completamente la vita delle persone e dei nuclei familiari. In questo senso, dopo oltre 20 anni dalla sua scomparsa, possiamo dire che anch’essa si è evoluta, è cambiata?  Non appartiene solo a determinate categorie, come è accaduto in passato, ma è diventata una malattia sessualmente diffusa, come per tutte le altre?

 

E’ dagli anni novanta che si è notato che la patologia da infezione da HIV è diventata una malattia sessuale. Abbiamo pagato lo scotto di quelli che erano i sistemi di sorveglianza solamente dell’aids e non dell’infezione da HIV. C’è da dire che a quel tempo, si è cercato soprattutto,  di avere un maggior riguardo per persone con infezione da HIV, con mantenimento della privacy maggiore, i sistemi di sorveglianza non sono stati messi in atto allo scopo di tutelare la privacy delle persone. Al tempo, poi non esistevano nemmeno le terapie che si sono attualmente perfezionate. L’infezione oggi si è normalizzata  all’interno della popolazione diventando un’infezione diffusa.

 

Non è quindi possibile fare un identikit del soggetto più esposto al rischio di contagio?

 

Da molti anni non è possibile fare un identikit, perché si tratta di una malattia che chiunque può contrarre tenendo un comportamento sessuale a rischio. E’ sufficiente aver avuto un rapporto sessuale dieci anni fa con una persona non ben conosciuta, non necessariamente un tossicodipendente o un omosessuale. Dai dati delle nostre ricerche appare evidente come l’infezione da HIV sia andata progressivamente riducendosi nei tossicodipendenti che avevano contratto l’infezione mediante lo scambio di siringhe infette, e come attualmente la via di trasmissione prevalente sia quella sessuale, in particolare mondo con rapporti eterosessuali. Il termine “categoria a rischio”, utilizzato impropriamente nei primi anni dell’epidemia  è di fatto superato, e quindi è necessario parlare, e ragionare soprattutto in termini di prevenzione primaria, di comportamenti a rischio, indipendentemente dall’appartenenza a questa o quella categoria. Chi ha avuto una possibilità di contagio è invitato a fare il test o a chiedere consiglio al medico di base o a rivolgersi ai nostri ambulatori del reparto di malattie infettive del Policlinico.

 

Un dato in particolare colpisce l’attenzione. Spesso chi fa il test pur risultando positivo se ne ricorda dopo qualche tempo a volte passano addirittura anni. In virtù della legge sulla privacy come si può sollecitare questi pazienti a rivolgersi al più presto ad un centro specializzato?

 

Purtroppo è molto complicato riuscire a identificare queste persone. Dipende unicamente dall’organizzazione dei servizi sanitari. Se l’accesso è facilitato, le persone si fanno seguire direttamente come nel caso della nostra clinica che non ha perso praticamente pazienti, tranne il 5% che si sono rivolti ad altre cliniche della regione dell’Emilia Romagna . Il problema è diffuso quando il test viene consegnato in busta chiusa alla persona senza avere nessun aggancio con la struttura sanitaria. Il paziente si sente abbandonata.

 

L’aumento dell’immigrazione dai paesi extracomunitari ha avuto ripercussioni sull’andamento epidemiologico dell’infezione da HIV, sia a livello nazionale, regionale che provinciale. Nel corso degli anni si è registrato un progressivo aumento di sieropositività tra gli stranieri, più del 40% del totale. E’ un dato che deve mettere in allarme?

 

No affatto. Non aumentano i casi, aumentano le persone che hanno una diagnosi da infezione da HIV,  perché prima non erano testati. Si tratta di persone che non hanno contratto l’infezione nel nostro paese ma la portano dal paese d’origine. La maggior parte dei cassi proviene dall’Africa Sub sahariana e dall’Africa meridionale, dove l’infezione di HIV è endemica ed assume livelli di elevata diffusione. E’ proprio sugli stranieri che si devono allargare i sistemi sanitarie affinché sia garantito un accesso maggiore alle strutture. Non sono infezioni italiane, né gli stranieri trasmettono infezioni in Italia. E’ stato dimostrato che non vi è una diffusione del virus africano a Modena. I modenesi hanno un virus italiano e le persone che provengono dall’Africa centro meridionale hanno il loro virus. Ora il problema è solo l’accesso ai servizi sanitari.

In questi casi è necessario una buona integrazione tra servizio sanitario ed enti locali affinché mettano a disposizioni mediatori culturali in grado di avviare un percorso di informazione e cura.

 

    Modena, è un esempio di  grande accesso ai servizi. Noi troviamo spesso persone positive immigrate già segnalate dai consultori famigliari a cui soprattutto le
donne immigrate si rivolgono sempre più spesso. In molte realtà questo non è possibile perché non vi è un libero accesso alle strutture da parte degli immigrati. Nell’assoluto rispetto della privacy del cittadino è auspicabile l’esportazione di questo modello anche in campo nazionale, facendo comprendere alle persone quanto sia importante di una rete opportunamente tutelata, non solo per ragioni statistiche, ma per ragioni di salute nazionale e di conseguenti interventi lungimiranti.

 

La nostra società moderna, grazie all’utilizzo di nuovi mezzi di comunicazione per la ricerca di relazioni amorose, come ad esempio internet, impone importanti considerazioni di allerta verso una sessualità più disinibita e promiscua, presente in tutta la popolazione, ma soprattutto nei giovanissimi. Cosa è necessario fare per indirizzarli verso comportamenti sessuali più corretti e sicuri?

        

Credo intanto con una sessualità più consapevole. E’ difficile parlare di prevenzione ai giovani promuovendo l’uso del profilattico. E’ necessario associare l’immagine del profilattico a quella di una sessualità consapevole. Penso sia necessario informare i giovani su tutti i rischi che corrono con rapporti a rischio. E’ difficile scalfire quel sentimento di onnipotenza, tipico dell’età giovanile, che porta a  credere che niente li riguarderà. A mio parere è fondamentale spostare l’attenzione anche sulla persona adulta, sui 35/40 anni, che spesso omette l’uso del profilattico. E’ necessario puntare su di una prevenzione a 360 gradi. L’età al momento della segnalazione del caso di infezione è andata costantemente aumentando. Si è infatti passati da una età mediana di 23 anni per gli uomini e 22 per le donne nel 1985, ad una età rispettivamente di 43 e 33 nel 2004. Nell’ultimo decennio è aumentata progressivamente la differenza di età al momento della diagnosi tra i due sessi. L’aumento maggiore è stato registrato a carico degli uomini.- 

 

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