Dopo il NO

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In passato, i paesi sottoposti al dominio dell’Unione Sovietica venivano definiti “a sovranità limitata”. Oggi lo sono anche quegli stati, come l’Italia, che hanno dovuto cedere porzioni consistenti di sovranità all’Europa.

 


Se fosse passata la riforma costituzionale l’Italia sarebbe diventata anche “a democrazia limitata”. Siamo riusciti ad impedirlo votando NO e mandando a casa Renzi che era stato insediato proprio a quello scopo. Siamo contenti. Ma non paghi. Siamo solo alla metà dell’opera. Rimane da risolvere il problema della “sovranità limitata” (politica, monetaria e militare) che è la causa dei nostri guai.

Il primo passo è fare in modo che il popolo se ne renda conto, così come si è reso conto del tentativo di Renzi di prendere in mano il paese per il prossimi vent’anni in nome e per conto dei poteri forti internazionali.

Il secondo passo è spazzare via tutti i suoi tirapiedi che in cambio di qualche posizione avevano collaborato al suo disegno.

Il terzo passo è ridare la parola agli elettori con una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 3 % in modo che in Parlamento siano rappresentate tutte le componenti significative della società.

L’obiezione che ciò possa produrre ingovernabilità è risibile. Il maggioritario è il sistema della democrazia dell’alternanza e ha ragion d’essere quando ci sono due blocchi, come in Inghilterra o in Usa e com’era anche da noi quando c’era il Polo delle Libertà e l’Ulivo. Ma adesso i blocchi sono tre o quattro o anche di più. Allora l’unico sistema possibile è il proporzionale, che garantisce rappresentanza e democrazia. Il governo, come sempre è avvenuto in situazioni simili, sarà di coalizione, frutto di accordi sul programma e sulla linea politica. Sarà sempre meglio un governo di coalizione che rappresenta la maggioranza degli elettori che quello di un partito che si prende tutto col 25% come voleva il bullo toscano.

Il centrodestra è stato determinante per la vittoria del NO. La base sulla quale le forze politiche di quest’area, anche diverse, potranno trovare un minimo comune denominatore sarà la condivisione di alcuni punti fondamentali: l’impegno per riappropriarsi della sovranità, per difendere la nostra identità e per fare gli interessi del popolo e non delle banche. Sono queste le basi sulle quali si può costruire un’altra vittoria.

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