Donne, scelte sbagliate del governo non dell’Europa

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Simona Arletti, assessore del Comune di Modena con delega a Progetto Europa e cittadinanza europea commenta le scelte governative.

  Il Governo italiano scarica sulle donne il peso della crisi (vedi i tagli alla scuola, la maggioranza dei docenti precari sono donne) e usa strumentalmente le istituzioni europee per giustificare le proprie scelte.

E’ davvero spiacevole constatare come si tenti di accreditare un’ idea di Europa ‘cattiva’, che confonde le idee sul valore delle politiche europee proprio sul tema della parità tra donne e uomini, su cui, al contrario, l’apporto delle istituzioni europee è stato determinante.

Le istituzioni europee sono state e restano motore di sviluppo della parità di trattamento e dei divieti di discriminazione con una normativa che è posta al fondamento della stessa costruzione europea.

Il nostro paese per tanto tempo è stato apripista di idee, sia nella normativa sia nelle concrete azioni positive. L´Italia ora, con questo Governo, si trova ultima della classe, lontana dagli obiettivi quantitativi e qualitativi fissati: la pesante recessione economica e i tagli delle risorse nei servizi rischiano di aggravare questa situazione. Le donne sono le più esposte nel mercato del lavoro: sono le prime ad uscire nelle riduzioni di personale, sono le prime nel lavoro precario e sono, invece, spesso, ultime nelle retribuzioni.

L’Europa ha buone proposte e buone pratiche, quelle che il Governo italiano fa fatica, o non vuole, adottare. Lo stesso governo, in genere così poco sollecito a recepire provvedimenti europei (quante le sentenze rimaste lettera morta!) ora, sulla questione dell’età pensionabile, nasconde le proprie scelte dietro il richiamo dell’Europa. Se volgiamo lo sguardo all’Europa, osserviamo che in tutti o quasi i Paesi, un tempo, era fissata una età diversa e, più di recente, si è realizzata una revisione, con l’istituzione di un’età variabile di pensionamento per tutti, con mantenimento dei diritti acquisiti. E su questo la direttiva ricomposta del 2006 lascia gli Stati liberi di decidere.

E’ palese l’uso strumentale della sentenza della Corte di giustizia europea. Quel che contesta al nostro Paese è di prevedere un sistema secondo il quale la lavoratrice sarebbe costretta ad andare in pensione cinque anni prima dei lavoratori, finendo per esserne penalizzata. Ma non è così!

La lavoratrice, a 60 anni, sceglie, avendo a disposizione l’opzione per continuare a lavorare fino a 65 anni. Su questo decisivo punto non è stata richiamata sufficiente attenzione da parte della nostra difesa nel giudizio davanti alla Corte di giustizia europea. E questo del tutto incomprensibilmente, dato che il ragionamento della Corte è basato sul principio di protezione della lavoratrice.

E’ da segnalare un ulteriore paradosso, a proposito dell’esercizio da parte delle lavoratrici nelle pubbliche amministrazioni del diritto di opzione per il proseguimento dell’attività. Con un incastro di disposizioni (art. 72, co. 7, della l. n. 133/08, che fa riferimento all’art. 16 del d. lgs. n. 503 del 1992), attualmente le pubbliche amministrazioni rifiutano la richiesta e oppongono alle lavoratrici di esserci obbligate proprio dalle nuove disposizioni. Questo Governo, allora, cosa vuole? Sono altri i modi per rispondere e temi su cui intervenire. Dobbiamo pensare a un periodo flessibile di pensionamento, per le lavoratrici e per i lavoratori. Non é più tempo per decidere un’unica età. Si parla tanto di flessibilità e di libertà di scelta. Consentiamo che ciascuna e ciascuno di noi possa scegliere, tenendo conto dello stato di salute, del lavoro svolto, della situazione personale e familiare, della situazione contributiva.

Vuole questo paese porsi seriamente il tema del peso del lavoro di cura, proviamo a codificarlo: quanto vale la cura di un figlio o di un anziano? Come si può ricompensare?

Dovremmo migliorare il riconoscimento e il trattamento economico dei congedi parentali e per motivi familiari, per rafforzare sia la permanenza sia la professionalità delle donne nel mercato del lavoro, la conciliazione e la redistribuzione dei ruoli nella società. Ci attenderemmo dal Governo italiano, stavolta così sollecito, analoga tempestività nel recepire provvedimenti europei che vanno nella direzione di migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne, con adeguate politiche nazionali coerenti con gli obiettivi e le priorità dell’Europa.

La prima priorità riguarda la pari indipendenza economica per le donne e gli uomini. Significa pari opportunità di occupazione, retribuzione, lavoro ma anche protezione sociale, lotta alla povertà. E questo è tanto più importante oggi in piena situazione di crisi. La seconda riguarda l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare. Un equilibrio che si può comporre con la flessibilità degli orari, l’aumento dei servizi e la redistribuzione dei ruoli. La terza riguarda la promozione della partecipazione delle donne al processo decisionale: nell’economia, nella scienza, nella politica!

Altro che Europa cattiva!

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