Don Zeno di Nomadelfia

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Profilo di un personaggio titanico, sognatore ed utopista, geniale e contraddittorio al tempo stesso.

Un personaggio complesso reso verosimile nel recente film – fiction trasmessa dalla Rai, dove tanti sono stati i protagonisti modenesi che hanno recitato un piccolo ruolo nella storia quasi leggendaria di “Don Zeno: il sovversivo di Dio”, come recita con straordinaria audacia lo storico e giornalista Antonio Saltini,  nipote di Don Zeno che ha scritto una monumentale quanto accurata biografia, pubblicata da Il Fiorino, di cui è titolare Pietro Guerzoni Un libro tutto incentrato sul processo di fondazione di Nomadelfia: una comunità di credenti poveri e resi tali dalla rovinosa guerra di Mussolini che avverte il dovere della ricostruzione, al seguito di un prete evangelico che cominciò ad operare negli anni della caduta del fascismo, in una zona nella bassa pianura padana, a pochi chilometri dal Campo di Fossoli di Carpi.

Proprio lì, a Fossoli,  Una comunità risorta costituitasi in un ex campo di concentramento: lì il lager si trasformò in un villaggio ridente, fervente di vita e di giochi infantili.

Qui Don Zeno si prodigò per dare cibo agli affamati ed acqua agli assetati “da capitano dei suoi derelitti” con una eroica carità, “lottatore dell’agone sociale” che sfidò Chiesa e Governo, un uomo quasi leggendario, paragonabile, qualcuno sostiene, a San Francesco dove carità, povertà e Vangelo sono le uniche direttive cui è improntata tutta la comunità creatasi attorno a Don Zeno.

Un prete “quasi socialista”, precursore per tanti aspetti del Concilio Vaticano II,  parecchio scomodo per la chiesa ufficiale per i suoi sermoni – comizi contro le ingiustizie sociali, la corruzione, le prevaricazioni dei ricchi e l’oppressione dei poveri. Don Zeno, nemico delle gerarchie cardinalizie, era solito affermare che la chiesa ufficiale, quella dei papi, in duemila anni di cristianesimo, si era sempre schierata con i ricchi legittimandone prevaricazioni e comandando ai poveri ed agli oppressi una passiva rassegnazione ad una vita fatta di miseria e di sfruttamento. Dalle sue veementi prediche ha proclamato più volte che la chiesa nei millenni, aveva reso difficile se non impossibile l’emancipazione e il progresso dei popoli, sempre alleata coi ricchi e coi potenti, come emerso, senza ombra di dubbio nella sottoscrizione dei Patti Lateranensi e col Concordato del 1929. Un uomo che ha contestato profondamente le certezze controriformistiche tridentine, irriso la pretesa dei papi di ricostruire un potere temporale propugnato sia sul piano giuridico che su quello diplomatico. Quasi un’atmosfera di complessiva rottura con la chiesa ufficiale, con il prorompere di un apostolato di stampo socialista, nelle stesse terre di Carpi dove Camillo Prampolini fu l’apostolo della redenzione contadina e Gregorio Agnini il deputato socialista eletto nella circoscrizione di Carpi: tutti vissuti all’insegna di ideali di fraternità ricchi di vibrazioni evangeliche, tuttavia ideali atei ed anticlericali. Ma Don Zeno rifiuta di ricondurre il suo apostolato ad una mera matrice politica: per lui i principi irrinunciabili erano tutti già contenuti nel vangelo. Ripercorrere le tappe dell’operato di Don Zeno può, a tratti, assumere caratteri della mera agiografia. Ma, nel complesso, il fondatore di Nomadelfia, non può che essere definito l’alfiere di una strategia alternativa a quella che la chiesa di Roma e la Dc attuarono, convinti di tradurre in quella realtà politica gli insegnamenti della dottrina sociale. Don Zeno fu così escluso dalla somministrazione dei sacramenti, sospensione a divinis venuta meno negli anni ferventi del Concilio Vaticano II: ritornava così in seno alla chiesa il “prete ribelle” che aveva denunciato l’alleanza con la chiesa di Pio XII ed i ricchi e potenti. La parabola del prete sovversivo ha inizio negli anni 20, attraversa il crudo scontro sociale di quegli anni e toccò il proprio apice di speranze negli anni ’70. Dopo aspri diverbi con il papato ed infine la sfida tra il prete e, alla fine Scelba, il ministro democristiano che piegò “i ribelli del vangelo” mandandoli tutti in esilio, una sorta di confino punitivo, nella Maremma toscana, proprio nel maggio del 1954. Qui l’utopistica Nomadelfia ha formalmente fine, e per Don Zeno cominciano gli anni del silenzio e dell’amarezza. Una parabola esistenziale straordinaria dove, alla fine, “l’alleanza tra trono e altare”, come ha detto e musicato Verdi nel suo Don Carlo, ha dissipato e smantellato la comunità di seguaci, amici e confratelli.   

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