Don Milani, disubbidiente e privilegiato.

Condividi su i tuoi canali:

E’ giunta in redazione una domanda indirizzata a Maria, con la richiesta di un giudizio su don Lorenzo Milani, Priore di Barbiana. Abbiamo girato la domanda all’interessata, che così risponde.

Accolgo questo invito, consapevole dei miei limiti, precisando che ciò che esprimo è strettamente personale, anche se, spero, risulterà almeno equilibrato, se non imparziale.

L’imparzialità assoluta, anche nei grandi giornalisti è pressoché impossibile, figuriamoci negli altri.

Al di là della scelta del titolo, provocatoria e strumentale, non sottoscrivo certo la citazione di don Milani, “l’obbedienza non è più una virtù” che spesso compare quando dello stesso si parla in termini non esattamente ammirativi.

Quell’invito alla disubbidienza appare ben poco opportuno fatto da un sacerdote anche se non è del tutto corretto riportarlo isolato dal contesto storico e sociale in cui quelle parole furono pronunciate, estrapolandole, fra l’altro, dal testo.[1]

Ma in questa dichiarazione così estrema, sperando di non peccare di ingenuità, ravvedo, come ho già scritto altrove, il candido e cieco furore che hanno talvolta i puri di cuore quando si oppongono alle ingiustizie e alle sofferenze umane, più che la sovversione.

A mio avviso sono parole che scuotono le coscienze, inducendole almeno alla riflessione, ma continuo a ritenere ovviamente una grande virtù l’obbedienza, come pure la lealtà, la sincerità, la rettitudine e in genere tutte quelle elevate qualità morali di cui amiamo riempire i nostri discorsi e le nostre bocche e, talvolta, anche se con assai minore frequenza, persino le nostre anime.

In estrema sintesi, riporto qualche cenno biografico dal glorioso sito LiberLiber.

“E’ il figlio di una famiglia dell’alta borghesia intellettuale fiorentina. Una famiglia che per secoli ha sfornato docenti universitari e scienziati. Lorenzo nasce, in una sontuosa casa di Firenze, il 27 maggio del 1923 da Albano Milani, laureato in chimica, poeta, filologo, conoscitore di sei lingue, e da Alice Weiss, donna colta di origine ebrea. Ha un fratello maggiore, Adriano, e una sorella più piccola, Elena. L’antenato più illustre è il bisnonno Domenico Comparetti. Grande filologo, conosceva 19 lingue. Lorenzo è il classico figlio di signori. Un privilegiato.

 Una famiglia, pertanto, eccezionale,sia per elevate qualità intellettuali sia per censo. La definizione di “privilegiato” ha solitamente una vaga connotazione negativa, ma in questo caso non è certo una colpa.Ecco, trovo che questo, semmai, sia un punto a favore di don Milani, non qualcosa che vada a suo detrimento.

Proprio perché privilegiato, rispetto a un’infinità di altre persone, egli fece le sue difficili scelte, rifiutando di essere servile con i potenti e feroce con i deboli, cosa assai in voga allora come pure oggi.

La ricchezza non è un merito, tantomeno un demerito, ma, anche se ci sono delle notevoli eccezioni, vediamo come, assai di frequente, chi ha la ventura di essere ricco, talvolta per esclusivo merito di chi l’ha preceduto, trascorra la sua vita di agi, snobbando le persone “”normali”, frequentando una ristretta èlite, ignorando il prossimo, e con esso talvolta anche le più elementari regole di buona educazione, reputandosi, evidentemente, superiore anche ad esse.

Che ci sia qualcuno, fra questi privilegiati, che, come don Milani, pur con tutti i suoi errori e le colpevoli estremizzazioni, abbia avuto un soprassalto d’indignazione e abbia dedicato la vita alla causa dei diseredati e degli oppressi, è eccezionale e raro. E, per l’onestà intellettuale che fa riconoscere i meriti e il valore, ignorando scontate e sciatte divisioni tra Destra e Sinistra, ciò dovrebbe in parte riconciliarci con il genere umano, piuttosto che destare ironia, scherno e disapprovazione.

Forse accadrà anche per queste mie parole, ma non importa.

Ciò confermerà, se ce ne fosse bisogno, la veridicità di una certa legge non scritta, della quale, forse tutti, almeno una volta, abbiamo fatto le spese.

Mai mettersi contro i potenti, a qualunque titolo, nemmeno quando dicono infamità, castronerie o compiono gesti maleducati.

Chi lo fa alla fine resta solo.

Quello che, in don Milani, e anche in personaggi di ben altro calibro, apprezzo meno, è l’asprezza della critica a senso unico, ideologicamente parlando, è la divisione, manichea e del tutto inaccettabile, tra i buoni e i cattivi, tra i giusti e quelli che non lo sono, tra i meritevoli di compassione e aiuto, e coloro che sono, invece, da annientare.

Queste stupidaggini lasciamole ai politici, lasciamo le beghe ai partiti e alle fazioni. Chi ha il coraggio morale di opporsi realmente alle ingiustizie di questo mondo se ne dovrebbe tenere lontano.

Un’alt
ra considerazione, anche questa del tutto personale, forse legata alla mia concezione dei rapporti umani. In don Milani, e, mi perdonerà l’Altissimo, anche in certi Suoi Santi, mi spiace la durezza, la violenza della critica, la ferocia quasi dello scontro…

E’ pur vero che don Milani stesso spiega questo suo atteggiamento così.

 «Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero» scrive, illustrando il suo metodo pastorale.

«Vedi, con la dolcezza – spiega a un altro prete, don Renzo Rossi – raggiungerei soltanto quelli che non hanno bisogno delle mie osservazioni. Con la durezza invece ho la speranza di sconquassare quelli, in buona fede, che non potrei raggiungere. Chi riceve uno schiaffo, se è in mala fede, reagisce male, si ribella. Se invece è in buona fede, viene scosso, e poi è portato a riflettere. Con la dolcezza lo lascerei nell’illusione!». In parte condivido, ma non riesco ad apprezzarlo del tutto.

Inoltre, tornando per un attimo a certe affermazioni sui poveri, sovente fra questi, diciamolo, ci sono indescrivibili cialtroni, che ritengono sia loro tutto dovuto, e che sottraggono, senza meriti, risorse magari a chi ha qualche spicciolo in più.

Entro per un momento in una questione personale. Proprio per questo motivo, istituendo una Borsa di Studio, mio marito ed io non abbiamo indicato come esclusivo titolo di merito lo stato di bisogno, ma l’eccellenza, data, almeno secondo noi, non solo da una sfilza di ottimi voti, ma dalle doti umane, dalla capacità del candidato di mettere a frutto i talenti, dalla sua progettualità, dalla disponibilità verso gli altri, dall’impegno nel volontariato. Chiusa la parentesi personale.

Tornando al giudizio che, umilmente, lo ripeto, esprimo su don Milani, esso è di ammirazione, per aver dato un calcio alla cristalleria buona, sfidando i tempi e le convenzioni, dando voce agli ultimi, a chi non ha voce, mettendo amaramente alla berlina certe incoerenze.

Ad esempio veniva criticato per tenere tutto il giorno i bambini e i ragazzi a scuola… quando gli stessi benpensanti, invece, non trovavano nulla da ridire quando essi stavano tutto il giorno a fare i lavori più umili, oppressi e confinati nell’ignoranza.

L‘estrema politicizzazione e la violenza, per fortuna solo verbale, non le condivido.

Nessuno, neppure don Milani, possiede la Verità.

 


[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...

Il ragazzo del treno

I fatti, abbondantemente diffusi da ogni  notiziario, sono  assai  scarni nel loro  orrore. Nella stazione di Seregno, mercoledì 25 gennaio, scoppia  un diverbio, pare per

Una mossa tempestiva e anche simbolica

Giorgia Meloni è in Algeria per la sua prima visita di stato. E’ incentrata sull’energia nell’ottica del Piano Mattei, finalizzato a fare dell’Italia l’hub energetico del