Dissidenti, frantumazione all’interno di partiti grandi e piccoli, clima di sfiducia reciproca: cosa succede nella Sinistra italiana?

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 La Sinistra è sempre stata litigiosa e con la propensione a dividersi e a litigare.

Ma la Destra non sta meglio. E’ finito il comunismo e la Sinistra cerca nuovi punti di riferimento.

di Alberto Venturi

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Quando mai la Sinistra italiana è stata unita, dall’Ottocento al Congresso di Livorno del 1921! La domanda giusta è: cosa continua a non succedere nella Sinistra italiana, impedendole così di diventare una forza credibile e alternativa?

Non che la Destra stia meglio, quanto a frantumazione e sfiducia reciproca; le ultime elezioni amministrative di Modena sono state una tristezza, da qualsiasi lato le si inquadri.

Nei secoli la ‘sinistra’ ha sempre sognato una società alternativa, più giusta, più uguale, nella quale la politica e le istituzioni svolgano un ruolo attivo nella distribuzione del reddito e nel garantire pari opportunità a tutti, senza discriminazioni di sesso, età, censo, religione, disabilità, cultura. E’ unita finché combatte la Destra e sogna Utopia ; si frantuma quando deve scegliere dove sorga il sole dell’avvenire e come raggiungerlo.

Da sempre c’è chi vuole tutto e subito; c’è chi disdegna le alleanze; c’è chi, di contro, non ha un limite ai compromessi, trovando snaturate le proprie politiche.

Sta succedendo anche al Movimento 5 Stelle: uniti nella condanna, divisi su come combatterla.

A complicare la situazione, nel presente, sono: la debolezza dei partiti e l’accresciuta forza polarizzatrice dei leader, quindi un ancoraggio scarsissimo alle tradizioni e a al patrimonio culturale costituito nel tempo; la necessità di essere rappresentati nelle istituzioni per ottenere rimborsi e finanziamenti pubblici (essere da soli garantisce visibilità sui media, spazio in televisione, potere contrattuale da mettere in campo prima nelle elezioni con sbarramento e dopo in battaglie proporzionali); la mancanza di una vita politica diffusa nel territorio e permanente, ormai limitata a comitati elettorali; la fine del comunismo, che ha tolto un punto di riferimento da ricercare o da combattere in qualsiasi progetto di cambiamento; ora si percorrono praterie illimitate e senza riferimenti all’orizzonte.

La leadership di Matteo Renzi, esponente non certo estremista, ha aperto immense praterie a sinistra; la crisi e le crescenti disuguaglianze dovrebbero favorire la rinascita di una grande forza politica alternativa in grado di difendere le classi più deboli. E’ successo in Grecia con Alexis Tsipras, da dove un piccolo seme ha raggiunto l’Italia, giusto per germogliare e poi seccarsi il giorno dopo la conquista di un posto nel Parlamento Europeo, fra liti da cortile. Tanto più era alto e puro il sogno, tanto più diventa dura la delusione.

Dove c’è spazio politico, c’è anche qualcuno che lo occupa. ‘L’Altra Europa con Tsipras’ è ststo l’ennesimo tentativo di trovare una strada nuova, ma oggi non servono più soltanto ideali, volontariato, impegno e organizzazione; ci vogliono anche leader autorevoli e credibili. Di Pietro è durato una stagione; Vendola un po’ di più, ma il suo gruppo subisce defezioni; è in crisi anche la parte Ds dei Pd.

Tranquilli, come si autodistrugge la sinistra ricresce dalle proprie ceneri perché sogna il cambiamento e una società migliore.

 

La crisi della sinistra italiana ha la camicia bianca Paradossalmente la crisi della sinistra italiana, che ancora prima che una crisi dei partiti che la compongono è data da una crisi di identità che dura da anni, 

di Gianni Galeotti

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La crisi della Sinistra si consuma proprio nel momento in cui, attraverso Renzi, il PD, partito guida di quello che ancora viene chiamato ‘centro sinistra’, gode del suo massimo successo elettorale.

 Se guardiamo fatti e personaggi protagonisti degli ultimi anni e dei giorni nostri, vediamo che la sinistra ha iniziato a vincere nel momento in cui ha smesso di dire e fare ‘cose di sinistra’ adottando a tavolino stili e linguaggi trasversali che in parte non le sono mai stati propri ed in parte sono stati condivisi da quell’area cosiddetta moderata ‘maggioranza nel paese’ ma capace di spostarsi con maggiore fluidità, grazie crollo delle ideologie e, con Renzi, dell’antiberlusconismo, dal centro destra al centro sinistra. La svolta impressa da Renzi, il primo segretario in camicia bianca che ha bollato l’antiberlusconismo come un problema per una sinistra che vuole essere guida del Paese e che con Berlusconi ci ha fatto patti, segna paradossalmente il momento più evidente di questa crisi che segna contestualmente il passaggio ad una nuova fase della sinistra italiana.

Renzi è votabile, ed è stato votato,  non solo da chi non è di sinistra ma è anche contro la sinistra, o il sindacato di sinistra. I partiti, PD compreso, sono entità sempre più liquide ed indefinite. In questa situazione, in cui risulta vincente il voto occasionale, in cui il declino fisico e politico di Berlusconi è ormai alle sue fasi finali, in cui si ingrandisce il distacco tra politica e società civile, risulta vincente Renzi che ha nascosto e ha venduto anche alla base del partito il suo tentato liberismo con un finto riformismo.  Finalmente la grande borghesia, la finanza internazionale e i mercati hanno trovato il partito, e soprattutto colui che lo rappresenta, che avevano perso dopo aver liquidato il Cavaliere e dopo avere assistito al fallimento di Monti, Bersani e non credendo alla possibilità di futuro politico per Grillo. Non importa che il debito pubblico aumenti ancora e sia ormai fuori controllo che la disoccupazione sia ai massimi di sempre e che nessuna delle riforme promesse per i mesi scorsi non sia stata attuata. Al nuovista Renzi è permesso tutto, anche di continuare a ripromettere ciò che non ha mantenuto in un perfetto stile comunicativo e metodicamente ripetitivo di berlusconiana memoria.

Renzi, che oggi rappresenta prevalentemente l’area del centro sinistra, ha vinto anche perchè ha azzerato le differenze tra destra e sinistra, assumendo con un linguaggio di sinistra realtà che sono da sempre appartenuti all’area moderata di centro destra; un’area che ha perso ogni punto di riferimento ideale e, dopo la caduta di Berlusconi, anche di un capo. La crisi della sinistra è sinistra che non ha più saputo produrre leader di sinistra capaci di incarnare principi e ideali di sinistra,  che parli davvero il linguaggio del movimento operaio e della socialdemocrazie europea. Una sinistra che si muova in schemi nuovi e non certo già battuti come quelli di Renzi, per mettere sotto controllo i mercati e la grande finanza, non certo con le urla ed il macete di Grillo, ma costruendo come alcuni teorici hanno scritto ‘un’effettiva sovranità popolare e ponendo al centro di un’altra Europa il lavoro: come piena occupazione, come forza produttiva del benessere reale e di liberazione dal bisogno’.

Una sinistra che non c’è più, relegata nelle romantiche immagini del fantozzioano Folagra, una sinistra
che ha fagocitato se stessa, che difficilmente potrà rinascere, ma della quale, credo, una democrazia compiuta, avrebbe ancora bisogno.

 

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