Dirige Toscanini

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” vi propone Gianni Granzotto, giornalista che divenne noto al grande pubblico come corrispondente e poi commentatore del telegiornale RAI. Da New York inviò questo articolo sul Maestro Arturo Toscanini

“Pagine memorabili del giornalismo italiano”

Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.

Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

Gianni Granzotto [1] , nato a Padova nel 1914, si laureò a Bologna in Lettere con una tesi su Italo Svevo. Poi cominciò a girare il mondo per il Resto del Carlino.

Inviato a Parigi per Il Tempo e L’Europeo in occasione della Confe­ renza della pace , riferì sull’intervento di De Gasperi, il quale al tavolo delle potenze vincitrici si presentò da vinto, ma con accenti di nobiltà e di­ gnità che destarono profonda impressione. Nella capitale francese Gran­ zotto cominciò a fare anche il corrispondente della RAI e vi rimase per sei anni, fra il 1946 e il 1952, prima di trasferirsi, con lo stesso incarico, a New York. Da New York inviò al Tempo questo articolo sul Maestro Arturo Toscanini [2] .

 

A. B.

 

Dirige Toscanini

 

A ottantasette anni salì sul podio per la prima volta con gli occhiali.

Non fumava, dormiva soltanto quattro o cinque ore, negl’intervalli beveva qualche bicchiere di champagne. E lanciava, contro l’orchestra, leggendari improperi.

 

New York. Giovedì 25 marzo

 

Arturo Toscanini ha compiuto ottantasette anni. Era una giornata di pioggia, dalle finestre della sua villa a Riverdale, sulle sponde dell’Hudson, il vecchio maestro vedeva i grattacieli di New York, qualche miglio distante, avvolti di nebbie umide, sotto un cielo basso e fumoso.

Toscanini si era alzato come di abitudine, alle sei e mezzo del mattino; si era fatto la barba con il rasoio elettrico, aveva preso un bagno, bevuto un caffè, poi aveva passato due ore studiando spartiti di Wagner, per il concerto di chiusura della stagione, che egli darà al Carnegie Hall il 6 aprile.

Ascoltò dischi e musiche alla radio fin verso mezzogiorno. Mangiò una minestra di verdura e qualche frutto. Poi salì in automobile all’una per recarsi alle prove del concerto. Sul grande tavolo dello studio, accanto al pianoforte con i dieci ritratti di Verdi schierati come a un davanzale, vi era una pila di telegr
ammi, di lettere, di biglietti di augurio: centinaia di messaggi da ogni parte del mondo per gli ottantasette anni di Toscanini. Non ne aprì neppure uno, non chiese nemmeno notizia dei regali, accumulati in anticamera tra canestri di fiori, azalee spedite per aereo dalla Florida e cactus dall’Arizona con le bacche rosse.

Toscanini da qualche tempo ormai ha deciso di ignorare i suoi compleanni. Vive la fine della sua vita in un’atmosfera senza durata, come fosse al di là dei segni sensibili dell’età. Ha dato quest’anno dodici concerti, preceduti ciascuno da lunghe ore di prova, in piedi sul podio senza risparmio dei suoi impeti e dei suoi furori, immutabile ed immutato. Ho assistito, qualche mese fa, ad una di queste prove, dedicata al Ballo in maschera di Verdi che Toscanini ha diretto per le trasmissioni radiofoniche della National Broadcasting Corporation, sotto forma di concerto e non di opera recitata, con i solisti in abito borghese al leggìo e i cori immobili alle spalle dell’orchestra. V’era molto brusìo sul palcoscenico in attesa che la prova cominciasse, tra il cicaleccio dei discorsi e il frastuono degli accordi. Un buttafuori annunciò che il maestro stava arrivando, e tutti quei rumori cessarono di colpo, sciogliendosi in uno dei più straordinari silenzi che io ricordi. Apparve Toscanini dal fondo delle quinte, piccolo, asciutto, con quella sua testa bianca che spiccava sulla siepe dei visi anonimi degli orchestrali e dei coristi.

Attraversò la scena con corti passi, frettolosi e un po’ incerti. Vestiva la sua tunica nera accollata, una giacca che ricorda alcune immagini di Verdi, stretta al collo e senza bavero come le giacche dei preti protestanti. Lo vidi dì faccia quando stava per raggiungere il podio. Aveva le ginocchia un po’ piegate e i piedi parevano striscianti, con qualche impaccio, qualche pesantezza che si notava nel suo camminare. Ma non appena ebbe preso in mano la bacchetta, e dopo aver percosso seccamente il leggìo, diede l’avvertimento di cominciare: qualche cosa in quel corpo di vecchio si trasformò.

Una sorgente misteriosa di vitalità si mise ad irradiare energia nei suoi movimenti, nei gesti precisi delle braccia e del capo, nelle alzate improvvise e incredibili sulla punta dei piedi, nella flessuosa eleganza con cui Toscanini ondeggiava, ritmava, vibrava i suoi ordini musicali come un’antenna in un campo magnetico. Era impaziente ed insoddisfatto, faceva ripetere quattro, cinque volte interi passaggi, ne dava le intonazioni canticchiando, con quella sua voce roca e stridente, da baritono raffreddato. Talvolta gridava con accenti di rabbia e di dispetto, oppure si faceva suadente, ironico, dolce, insistente, ora allegro ed entusiasta, ora spazientito e scontento. Ma sempre, in ogni momento, accanito verso una perfezione che aveva ansia di raggiungere, senza mai stancarsi e senza mai desistere.

Toscanini, ha scritto uno dei suoi critici, “fa sempre la stessa cosa, con la capacità di rivedere e risentire, a mezzo secolo di distanza, le medesime esperienze musicali allo stesso punto in cui le aveva lasciate”. È questo il mistero più profondo della personalità di Toscanini, e insieme la chiave della sua vitalità, della sua giovinezza. Per Toscanini il tempo non esiste, come limite o come traguardo. Perché Toscanini “non ha mai finito, e non ricomincia mai da capo. È un uomo che vive continuando, alla ricerca di una perfezione che non raggiungerà mai”.

Questa è un’interpretazione quasi metafisica del “fenomeno” Toscanini. Ma vi è anche un’interpretazione fisica, biologica. Egli appartiene, innanzitutto, aduna famiglia di longevi. Il padre, il sarto garibaldino di Parma, visse fino a settantacinque anni, la madre raggiunse gli ottantaquattro, ed una sorella morì a ottantasette anni. Toscanini ha una salute di ferro. La sua cartella sanitaria non registra altre varianti notevoli ali’infuori di un raffreddore all’anno. Che egli si procura quasi sempre uscendo sudato dal teatro, d’inverno, con il cappotto sul braccio. La pressione del sangue incredibilmente ferma sui 130, che è lo stato normale di un uomo tra i trenta e i trentacinque anni. Toscanini non fuma, dorme soltanto quattro o cinque ore ogni notte, sta alzato fino a tardi, e per salire sul terrazzo della sua villa dove gli piace nell’estate sostare al sole su di una poltrona all’aria aperta, fa ancora gli scalini a due alla volta. Praticò l’alpinismo in gioventù, ma non ha mai curato da allora nessun esercizio fisico. Il suo sport quotidiano è la ginnastica sul podio: tre ore in piedi con le membra in continuo movimento, in un bagno di sudore e in una tensione costante cui tutto il corpo è sottoposto.

Dopo i concerti è esausto: di anno in anno recupera le forze sempre più lentamente, e adesso gli occorre quasi un’ora prima di rientrare in uno stato normale. Beve qualche bicchiere di champagne negli intervalli, e al termine delle esecuzioni. Proprio durante le prove del Ballo in maschera, tra il novembre e il gennaio scorsi, si vide per la prima volta Toscanini dirigere l’orchestra con gli occhiali. Toscanini è molto miope, ma non aveva mai voluto presentarsi in pubblico con le lenti. È molto ambizioso della sua persona, con una punta di civetteria che prende forma, ad esempio, nella cura dei baffi, nello studio meticoloso della pettinatura, in certe accuratezze del vestire, nell’abitudine di profumarsi. Quando gli chiesero come mai si fosse deciso a mettere gli occhiali, Toscanini rispose in tono di scherzo: “Ero sempre turbato quando vedevo una bella donna in platea, e per questo ho rinunciato alle lenti. Ma da un po’ di tempo mi sono accorto che le belle donne non mi fanno più nessun effetto. Allora mi son deciso per gli occhiali”.

La sua miopia spiega in buona parte la leggendaria violenza degli improperi che egli è solito lanciare agli esecutori dell’orchestra. È facile scagliarsi contro qualcuno che non si vede distintamente. Sono quasi insulti a vuoto, senza nessuna crudeltà. Qualche volta gli ingiuriati si sono alzati dal loro posto, e sono venuti a protestare sotto il podio. Toscanini li vedeva in faccia, e mutava tono. Ha sempre detto, del resto, che quando egli grida all’indirizzo dell’orchestra, l’oggetto delle sue invettive non sono le persone fisiche in quanto tali, ma il violinista che suona il violino in quel modo, o il professore di oboe in quanto fa un cattivo uso del suo strumento. Toscanini inveisce contro le note sbagliate, non ha nessun risentimento personale contro i suonatori. La prima volta che venne in America, quarant’anni fa, come direttore sostituto al Metropolitan, perse talmente le staffe durante una prova che il giorno dopo gli orchestrali disertarono in massa il nuovo appuntamento, e mandarono una delegazione a protestare da Gatti-Casazza, che gli fungeva a quel tempo da impresario. Dissero che non potevano tollerare insulti anche ai loro genitori ed antenati. Gatti-Casazza alzò le braccia e si limitò a sospirare: “Dovreste sentire quel che dice a me!”. Le sfuriate di Toscanini sono sempre in
lingua italiana. Nel suo repertorio normale vi sono parole come “Pagliacci, asini, imbecilli, vergogna”. Per i casi eccezionali vi è di peggio.

Toscanini dirige con le mani, con gli occhi, con le sopracciglia che si inarcano e si distendono, con il moto del corpo che si piega secondo il ritmo che vuole imprimere, con la voce che incalza, con gesti che inventa quasi ogni volta. Per un “pianissimo” in un sinfonia di Beethoven, prese dal taschino il fazzoletto bianco di batista, lo sollevò in aria e lo lasciò cadere lentamente, svolazzando come una foglia. Tutti seguivano in silenzio quel lembo bianco di tessuto che scendeva pian piano sul palcoscenico, mentre gli occhi di Toscanini sembrava volessero trattenerlo ancora un po’. Poi il fazzoletto toccò terra, e Toscanini emise un grugnito di soddisfazione. “Così dovete fare”, disse. “E non sono io che lo voglio. È Beethoven!”.

Circolano a New York, nelle case di alcuni amatori di musica, nastri di incisioni radiofoniche registrati all’insaputa di Toscanini durante alcune di queste prove movimentate, con tutte le interruzioni, i commenti, le violenze verbali e gli interventi canori del maestro. Sono una forma rara di spettacolo sonoro, una specie di immagine dì “Toscanini dal vero”. In una prova della Bohème si sente Toscanini vicino al microfono “ricantare” l’opera quasi interamente, sottovoce e in falsetto, mentre dirige. È uno dei documenti più straordinari della personalità di Toscanini.

Sul tema della sua vecchiaia Toscanini è qualche volta sarcastico, qualche volta triste, ma di solito sereno o disinteressato. Qualche tempo fa, durante una delle abituali riunioni di amici nella villa di Riverdale, mentre alcuni giovani musicisti stavano congedandosi verso l’una di notte, li prese sottobraccio e sussurrò loro all’orecchio con aria scanzonata: “Abbiate pazienza ancora un momento. Appena i vecchi se ne saranno andati, resteremo tre di noi a divertirci”. Una volta si lasciò sfuggire questa esclamazione. “Sono vecchio. Perché Dio ha voluto affliggermi dandomi il cuore di un giovane?”. Ma il giorno del suo ottantesimo compleanno quando gli venne presentato, come regalo, un orologio meccanico con la carica garantita per cinquanta anni, andò a mostrarlo in giro a tutti gli invitati, e disse con un sorriso che aveva qualcosa di diabolico: “Pensate un po’, quando tra mezzo secolo si dovrà ricaricare questo orologio, tutti quelli che sono ora in questa stanza saranno morti, meno me”. Il più bel momento della giornata di Toscanini è al mattino, quando va a svegliare i canarini nella gabbia che tiene nel suo studio. Leva la tela che la ricopre, modula qualche nota tra le labbra, poi va a mettere sul fonografo un disco appositamente inciso per dare l’avvio al canto degli uccelli. I canarini si destano a poco a poco, e cominciano a gorgheggiare. Toscanini allora si siede al pianoforte, e costruisce un duetto, il duetto tra il primo direttore di orchestra del mondo e i canarini. “Il primo direttore di orchestra del mondo?”, dice Toscanini a chi lo adula. “Non è vero. Il guaio è che sono il solo direttore che sa veramente dirigere”.

 

Gianni Granzotto

 

(da «Il Tempo – 25 Marzo 1954»,)

 

tratto da: Giornalisti grandi firme Eugenio Marcucci ed. Rubettino pagg. 241- 243

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