DIEGO DALLA PALMA, a Modena

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La nostra è la civiltà dell’immagine, dove apparire, a volte, può essere più importante dell’essere. Pertanto, in questo nostro tempo, acquistano sempre più peso e importanza l’estetica, l’immagine esterna, cioè ciò che, a partire dal filosofo tedesco Alexander Baumgarten, si chiama estetica, immagine

Uno dei massimi e più prestigiosi protagonisti dell’immagine, al mondo, è Diego Dalla Palma.

Nato a Enego (in provincia di Vicenza), nel 1950, nel paradiso di montagne che si chiama Marchesina (scrive, il grande scrittore Mario Rigoni Stern, su Diego Dalla Palma) , cioè prati dei confini, da anni vive a Milano. Prima come costumista e scenografo RAI (per oltre dieci anni), e in importanti teatri italiani. Poi, a partire dal 1978, fonda la “Makeupstudio”, specializzandosi e creando una linea di prodotti per il trucco, rivoluzionaria nella concezione. Dal 1978, di anno in anno, è diventato un guru dell’immagine, della bellezza (che, per Dalla Palma “non ha età” in quanto anche “i difetti sono l’anticamera del fascino”) , secondo cui “l’arte vede la bellezza intrinseca delle cose”

Sempre dal 1978, ha scritto sui più prestigiosi e autorevoli periodici italiani, ha condotto trasmissioni radiofoniche e televisive, ha pubblicato libri sulla bellezza (ci limitiamo a CITARE “La bellezza interiore” e “Per amarsi un po’. Buone ragioni per star bene con se stessi”, tutti due pubblicati da “Sperling & Kupfer Editori”), e una serie di video su immagine, stile e seduzione.

Negli ultimi anni, Diego Dalla Palma, riconosciuto come visagista di fama mondiale e consulente per le maggiori aziende cosmetiche, è considerato il più credibile e affidabile opinion leader del settore immagine, bellezza come armonia e sublimazione di stile e personalità.

 

Venerdì 11 maggio 2007, alle ore 20,30, per il ciclo “Incontro con l’Autore” curato da Roberto Armenia, Diego Dalla Palma sarà a Modena, al “Circolo degli Artisti” (Via Castel Maraldo, 19/C) per presentare il suo ultimo libro “Per amarsi un po’. Buone ragioni per star bene con se stessi” (“Sperling & Kupfer Editori”) E’ un bellissimo “breviario laico” dedicato alla bellezza e all’armonia, ricco di pillole di saggezza, un inno allo stile come bellezza, all’amore, all’onestà morale e intellettuale, dove il sogno più bello è avere un ideale.

L’incontro è organizzato con la  collaborazione dello storico “ Caffè dell’Orologio” di Modena (Piazzetta delle Ova,4).

L’ingresso è libero, aperto a tutti i modenesi.

Diego Dalla Palma è a disposizione per rispondere alle domande dei presenti, per dare consigli e suggerimenti e per dedicare e firmare copie dei suoi libri, ormai divenuti “cult”, nel settore dell’immagine, dell’estetica e della bellezza.

 

Abbiamo fatto alcune domande al gentilissimo e sempre sorridente Diego Dalla Palma, che così ci ha risposto

 

Lei,  da decenni, opera , con successo, nel campo dell’immagine, al punto da essere riconosciuto come un vero e proprio guru nel settore del bello. Come, da che cosa Le è derivata questa vocazione-aspirazione per il bello, per lo stile e la bellezza ?

 

Penso di essere nato con una sensibilità particolare. Poi, appena nato, mi sono riempito gli occhi e il cuore dell’affascinante paesaggio dell’Altopiano di Asiago, affascinante anche –come mi ha scritto Mario Rigoni Stern- per la gente e la storia. Ho avuto due genitori eccezionali: mia madre gentile e forte e un padre rigoroso e silenzioso . Una madre generosa, altruista e forte. Ricordo ancora quando mia madre mi ha accompagnato a Venezia, dove avrei iniziato a frequentare l’istituto d’arte , in quella Venezia che ricordo troneggiare nel suo splendore di Regina Puttana. I miei non avevano soldi. Eppure ricordo ancora lo stile, il fascino fatto di dignità e naturale eleganza, che esprimeva mia madre. Al momento del commiato, mi sembrava bellissima  nel suo tailleur blu scuro e con quel filo di perle false . Com’era possibile che una donna povera e priva di cultura avesse tanta determinazione e coraggio, nonostante le umilissime origini ? Quando mamma salì sul vaporetto, sorridendomi, dignitosa, come sempre, capii che sono nato da gente povera, non da povera gente. Mio padre esprimeva serenità e pacatezza, anche nei confronti del viaggio estremo. Lui lo chiamava così. Lo chiamava anche viaggio di pace. E così è vissuto, in pace con tutti. La sua bell’anima, ben diversa dalla mia, purtroppo, ha brillato in vita fino alla sua ultima ora. Lui, l’uomo dei lunghi e impenetrabili silenzi, ha sopportato per anni cinque gravi e dolorose malattie con commovente dignità. Mi raccontava, quando ero piccolo, che le stelle erano le anime dei giusti e quando cadevano le stelle, nelle limpide notti d’agosto, mi spiegava che scendevano sulla Terra per prendersi lo spirito degli onesti e portarlo con loro. Mi diceva che dopo il viaggio
della luce –come lui chiamava la morte- andava lassù, questo spirito, a brillare per noi. Per noi, pronti a spegnere senza remore né scrupoli, persino le anime dei giusti. Per questo, non perdonerò mai agli uomini , tanto meno a me stesso, di avermi tolto, a causa del disprezzo e dell’incuria per l’ambiente in cui viviamo, il manto di stelle che, da giovane, vedevo brillare in cielo. Quindi naturale vocazione maturata grazie all’ambiente che mi circondava, al fascino del paesaggio, alla ricchezza umana, morale e intellettuale dei miei genitori e, poi, via via, perfezionata con l’incontro con gli splendori di Venezia, con gli studi all’Istituto d’Arte, con la scoperta del mare in Romagna, un incantevole gioco cromatico, l’increspatura dell’acqua, le luci dei lampioni, il rumore del mare, le canzoni estive in lontananza. Che bella l’Italia ! Questa vocazione, si  è poi realizzata attraverso le prime esperienze professionali alla RAI e nei più importanti teatri italiani, come scenografo e costumista”.

 

Quale è, secondo Lei, l’importanza della cultura nella e per la nostra civiltà ?”

 

“Come sottolineo nel mio ultimo libro, “Per amarsi un po’”, quando si è giovani, ci si convince spesso che la bellezza e il denaro rappresentino tutto. Ricordo che, quando ero giovane, nella compagnia che frequentavo, c’era un uomo bello, potente e ricco che si beava di questa sua condizione privilegiata. Io, all’epoca, ero il più povero di tutti e rammento quanto mi infastidivano i suoi discorsi e rimproveri pubblici a camerieri e a gente semplice e umile che svolgeva il suo lavoro. La sua unica cultura era conoscere tutto ciò che è superficiale e quello che per lui rappresentava una ragione di vita: il lusso. Quel tipo di lusso! In seguito, esasperato, evitai di frequentarlo. Poco tempo fa l’ho rincontrato, solo, vecchio e curvo, al Parco di Porta Venezia, a Milano. Era ancora insolente e,nonostante un tracollo economico che gli ha segnato la vita, parlava come se fosse un potente banchiere. Anzi, avvicinato da un bambino che giocava alla palla, si è infastidito ed ha dimostrato tutto il suo livore verso la plebe, le differenze sociali, i barboni, i giovani e quant’altro. “E’ una bellissima giornata di sole, vedi che bel cielo terso c’è oggi” gli ho detto. “Stasera c’è un concerto di Rachmaninov a Milano. Perché non vai ?” ho aggiunto. “Chi è Rachmaninov? “ha borbottato lui. Ho sorriso. Mestamente. Consapevole che i giovani belli e ricchi dovrebbero ricordare, finchè sono in tempo, che non c’è nulla di peggio di un vecchio ignorante e presuntuoso. La cultura e la conoscenza non sono mai abbastanza. La cultura è fondamentale per conoscere meglio se stessi e il mondo. Ricordo, per esempio, il mio disagio quando da giovane, arrivato a Milano, mi resi conto che la mia cultura era poco più di niente. Mi rendevo conto della mia inadeguatezzaNe è passato di tempo e ancora oggi, ahimè, sono consapevole di quanto poco abbia appreso. Anche se pervasi da tanta curiosità e voglia di imparare, gli anni che mi sono lasciato alle spalle mi hanno insegnato quanto sia importante sapere. Conoscere. Confrontarsi. Acculturarsi porta valori impensabili e colori imprevedibili alla vita. La cultura è l’unica fortuna che l’uomo può programmare”

 

In questa civiltà caratterizzata dall’apparire più che dall’essere, quale il difetto principale degli italiani e una sua testimonianza su una manifestazione che ricorda con più affetto ?”

 

“Voglio parlare di un mio soggiorno a Sanremo, durante il Festival della musica italiana: la manifestazione che più di tutte, secondo me, rappresenta il nostro Paese, il costume, la società e lo stato di salute nazionale. Fuori dal Teatro Ariston , in un convulso vociare, tutti cercano il loro beniamino. C’è il solito viavai, i soliti giornalisti non giornalisti che ambiscono a una tessera per vivere il loro unico momento di gloria; i soliti presenzialismi variopinti e caciaroni; la solita schiera di illusi che cercano l’occasione giusta. Mi incammini verso l’albergo e, prima di entrare, mi concedo a un gruppetto di signore, un po’ esaltate, che mi chiamano da poco lontano. Vogliono un autografo. Sono sensibile alle manifestazioni di affetto e considerazione: con un pizzico di narcisismo acconsento e attraverso la strada. Ho fatto le prime firme con un largo sorriso sulle labbra, che mi si smorza, non appena una delle donne mi dice, roteando gli occhi per l’ emozione: “Come fa gli abiti Lei, signor Versace, non li fa nessuno!”. Per certi aspetti, sono contento che mi abbia scambiato per Versace ma, a essere sincero, avrei preferito il paragone con una persona viva. Il mio peccato di vanità è stato punito a dovere: Il giorno dopo, vedo, incontro troppe famiglie Fantozzi con la loro Pina bardata per le occasioni; la loro Cita con i recuperi dei vestitini indossati ai matrimoni e ai funerali dei parenti, e i capifamiglia orgogliosi, con tanto di macchina fotografica. Osservo, divertito, questo mondo variopinto. Un mondo in cui c’è da ridere, sorridere e riflettere: sì., è un momento della nostra storia del costume : Questa manifestazione era, in un tempo non lontanissimo, una fucina di tendenze d’arte, di moda, di comunicazione . Era, allora, uno spaccato del nostro straordinario Paese mentre adesso mi pare l’esempio di un Paese spaccato”

 

“Un uomo o una donna che ricorda con maggiore affetto e stima ?”

 

“Rispondo con una lettera a un uomo libero che non c’è più e ha lasciato il segno, Franco Moschino “ Caro Franco, Come va?. Ricordo quel forever messo accanto ai tuoi occhietti scuri e vispi che, un tempo, occupavano le pagine dei giornali e gli spazi dei cartelloni pubblicitari. Come avrai potuto notare, nel tuo campo nulla è forever. Tanto meno la gratitudine , la giustizia e l’obiettivo, doti che a te, uomo libero, stavano particolarmente care. Ti ricordi, Franco, i commenti dei benpensanti di certa stampa? Quante volte, allora, si è usato il termine volgare per definire le tappe del tuo talento straordinario e della tua genialità ironica e dissacrante. Molti degli stessi e delle stesse che ti criticavano, oggi, osannano la volgarità più bieca e opulenta, di chi ha copiato il peggio del tuo estro, facendola passare per una moda sexy, divertente . E si definisce estro persino il plagio. La mia stima per te forever”

 

Nel suo ultimo libro, scrive che l’apparenza, a volte, inganna. Vuole , può spiegarsi meglio ?   

 

”Ormai ho troppi anni sulle spalle, e ho visto gente di ogni condizione e professione vestirsi secondo le regole degli altri. E se queste regole fossero sbagliate? Vogliamo credere, per davvero, che un impiegato di banca in giacca e cravatta sia meglio di uno che, nello stesso posto di lavoro indossa un pullover ? Ma suvvia!. Penso , invece, che un po’ di creatività ed estro ci facciano vivere meglio e ci aiutino, soprattutto, a mettere a fuoco e sviluppare la nostra personalità e il nostro carattere. Nella mia tumultuosa esistenza, ho anche lavorato come costumista alla RAI per più di dieci anni e ho dovuto vestire i personaggi di alcuni sceneggiati. Così ho potuto constatare quanto certe convinzioni siano, ahimè, radicate nella società delle scimmiotte in cui viviamo. Ricordo che, allora come ora, portare una giacca blu, per un uomo, significava rispettabilità; indossare un abito traforato, per una donna, voleva dire essere  una poco di buono o, nella migliore delle ipotesi, un’estrosa. Questi luoghi comuni mi disturbano”.

 

Quali sono i luoghi comuni e gli antichi pregiudizi sulle donne ?

 

“Ancora oggi resiste l’antico vezzo di definire brutta una persona –soprattutto se donna- solo basandosi sul suo aspetto fisico. Ho cercato di capire perché e ho notato che, quasi sempre, chi definisce “cozza” o “cesso” una donna è un maschio. Spesso, diciamolo, superficiale: uno di quelli che hanno la bocca piena di brutti aggettivi e, purtroppo, la testa vuota. Spiace dirlo, ma sono tanti, questi uomini. Mentre mi risulta che le donne non usino con facilità certi epiteti per descrivere fisicamente un uomo. Anzi, quando ne incontrano uno che non rientra nei canoni del bello adoperano termini di certo più intelligenti quali, per esempio, singolare, interessante eccetera. Anche in questo caso abbiamo la prova di quanto le donne sappiano guardare oltre la facciata e fare analisi ben più profonde e sensate degli uomini . Naturalmente, non tutti la pensano o si esprimono allo stesso modo. Sarebbe necessario pensare a quello che si dice, anziché dire quello che si pensa”

 

Quale è la sua idea di bellezza ?

 

 “Mi interrogo spesso sul significato che la bellezza sta assumendo oggigiorno nel mondo. E, sempre, più sovente, guardandomi intorno, mi assale un senso di inadeguatezza. Della vita stessa, a volte.E’ solo quando incontro i generosi, i disperati, gli umili, i curiosi della propria esistenza che penso di vivere in questo mondo bello. Ed è solo in questi rari casi che sento, forte, quanto la vita può rivelarsi straordinaria. In realtà vivo condizionato, quotidianamente, da chi vola basso; misurandomi con la mediocrità di chi corre senza avere un traguardo degno; osservando il grigiore che accompagna le azioni di molti, troppi uomini. Me compreso. Mi manca la parola luminosa di chi possiede solamente quella e la difende fino all’ultimo. Mi impegno, quindi, per accumulare sguardi e palpiti. Non solo denaro. Mi tornano in mente le aule nitide delle scuole e i severi ma sereni dormitori del collegio, cari ricordi che conservo nella mia mente, ma che, purtroppo, sono e restano ricordi. Ci si capiva, allora. Ci si toccava. Ci si picchiava, anche, ma per cause legate a rabbie selvagge cariche di impulsi d’amore. Amore bello. Spontaneo. Disinteressato. Libero. Sfrontato. Aspro. Stimolante. Ora, con qualche soldo. Chi sono ? Me lo dico da solo: un viandante alla ricerca di provvidi consigli di cui la vita è avara. E adesso, francamente, il soldo è sempre più carta, un bell’abito è sempre più cencio, la mondanità una povera forma d’incontro e i sorrisi di circostanza una veloce distrazione dalla realtà. Ma, per fortuna, ho il mio lume. A olio. Si chiama curiosità. Non vedo straordinari bagliori, sinceramente. Ma li intuisco. Spesso inciampo. Poi mi rialzo. E cerco, dignitosamente e fieramente, l’equilibrio e, ancora, l’esperienza: l’unica materia che serve davvero all’uomo per imparare il difficile mestiere del vivere”

 

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