Del lavoro bisogna parlare, non straparlare

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Si sta disegnando un mondo senza più orari e senza più calendari, nel quale ognuno in teoria lavora quando e come preferisce per ottenere il miglior risultato. Funziona però con le professioni creative, quando si è giovani; ma quando, avanzando l’età, crescono i problemi, la salute comincia a zoppicare, la produttività cala. Quando la vita va in salita, è giusto essere emarginati, e che il reddito si riduca, o cessi? 

Il ministro del lavoro Giuliano Poletti è troppo furbo e sa benissimo cosa  implicano le sue frasi apparentemente buttate lì, oppure è pericolosissimo perché innesca bombe che poi cadono nel mucchio; in ogni caso non risultano adeguate ad un ministro perché nel primo caso rivelano la volontà di scardinare il contratto nazionale e l’insieme dei diritti ad esso collegati, che non risulta nel programma di governo; nel secondo caso sarebbero il suo ennesimo irritante infortunio verbale.

La frase incriminata che l’orario di lavoro non può essere l’unico parametro per misurare il rapporto tra lavoratore e opera realizzata è banale, talmente scontata e superata da risultare innovativa. In molte situazioni e in misura crescente, sono sempre meno le persone legate a catene di montaggio o mestieri talmente interdipendenti da richiede orari e ritmi omogenei.  Sempre più le mansioni possono essere svolte in tempi, luoghi, modi flessibili, sempre più presenti negli accordi aziendali, tarati sulle esigenze specifiche di una impresa e sui suoi risultati.

La stessa Costituzione afferma che  “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro”, ma allora perché Poletti ha suscitato un’ondata di reazioni contrarie?

Perché può indicare la volontà di dimenticare la seconda parte dello stesso articolo costituzionale: “e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Ho un’età troppo alta per non ricordare com’era il lavoro a cottimo, sul numero di pezzi da eseguire giornalmente e il lavoro a domicilio, come quello delle magliaie. Quante notti hanno trascorso con l’ago e il filo, o attaccate alla macchina e non certo per uno stipendio adeguato, perché togliere il parametro orario senza le giuste contromisure, significa fare un ulteriore passo verso un lavoro con le regole imposte dal più forte: l’imprenditore. 

Si sta disegnando, che lo vogliamo a no, un mondo senza più orari e senza più calendari, nel quale ognuno in teoria lavora quando e come preferisce per ottenere il miglior risultato. Funziona però con le professioni creative, quando si è giovani; ma quando, avanzando l’età, crescono i problemi, c’è il genitore o il figlio che rompe le notti con la necessità di accudirlo, la salute comincia a zoppicare e s’impongono dei periodi di riposi, la produttività cala per impossibilità di mantenere la massima concentrazione. Quando la tua vita va in salita, è giusto che ti trovi emarginato, che il tuo reddito si riduca o cessi? Fino a ieri, fra imprenditore e dipendente, si stipulava un contratto non scritto che, in linea teorica durava fino alla pensione, nel quale si metteva in conto la graduale usura della persona, in parte tra l’altro compensata dall’esperienza.

Poletti sembra preferire il modello del lavoratore usa e getta, il lavoratore limone del quale paghi soltanto il frutto della spremitura. Può funzionare anche così, ma devi pagare molto di più il lavoro, per consentire adeguate tutele. Ma è davvero questa l’umanità che speriamo? 

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